Categorie approfondimento: Fallimentare
2 Febbraio 2008

Esdebitazione: le modifiche della Riforma 2007

Di cosa si tratta

La riforma delle procedure concorsuali (D.L.vo n. 5 del 9 gennaio 2006) ha introdotto all’art. 142 L. Fall., nella sede della riabilitazione civile, l’istituto dell’“esdebitazione” (sul quale in precedenza in questo sito all’archivio: “L’esdebitazione”), cioè la liberazione per il debitore dai debiti residui nei confronti dei creditori che hanno subito la vicenda del fallimento e che non siano stati soddisfatti dalla procedura; questo nel caso di debitore fallito che abbia adottato comportamenti collaborativi, purché si tratti di una persona fisica e non si applica quindi alle società.
Il beneficio è concesso qualora ricorrano le condizioni previste dal novellato art. 142 L.F. e cioè, in sintesi, quando il debitore:

  1. abbia cooperato con gli organi della procedura concorsuale fornendo tutte le informazioni e la documentazione utile all’accertamento del passivo e adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni;
  2. non abbia in alcun modo ritardato lo svolgimento della procedura;
  3. non abbia beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la richiesta;
  4. non abbia distratto l’attivo o esposto passività insussistenti, cagionato o aggravato il dissesto rendendo gravemente difficoltosa la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari o fatto ricorso abusivo al credito;
  5. non sia stato condannato con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività d’impresa, salvo che per i reati sia intervenuta la riabilitazione. Se fosse in corso il procedimento penale per uno di tali reati, il Tribunale sospenderebbe il procedimento fino all’esito di quello penale.

In ogni caso, è previsto che l’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali.
Restano esclusi dall’esdebitazione:

  1. gli obblighi di mantenimento e alimentari e comunque le “obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa”, con questa dizione modificando quanto disposto dalla precedente Riforma che ha introdotto l’istituto nel 2006, che prevedeva invece le obbligazioni derivanti da rapporti non compresi nel fallimento ai sensi dell’articolo 46 L.F., come modificato;
  2. i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale, nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti.

Non è ancora chiaro che cosa voglia dire il cambio dell’espressione usata (obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa); sembra che il legislatore abbia lasciato una porta aperta iù grande, ma non abbia avuto in mente qualche cosa di specifico: riteniamo che sul punto possa nascere del contenzioso.
Sono inoltre salvi i diritti vantati dai creditori nei confronti di coobbligati, dei fideiussori del debitore e degli obbligati in via di regresso.
L’art. 143 L.F. regola il procedimento che può essere introdotto entro un anno dal decreto di chiusura del fallimento, su ricorso del debitore, ed è di competenza del Tribunale, il quale verifica la sussistenza delle condizioni e, tenuto conto dei comportamenti collaborativi del fallito, sentito il curatore ed il comitato dei creditori, dichiara inesigibili nei confronti del debitore, già dichiarato fallito, i debiti concorsuali non soddisfatti integralmente.
Contro il decreto che provvede sul ricorso, il debitore, i creditori non integralmente soddisfatti, il pubblico ministero e qualunque interessato possono proporre reclamo.
Il decreto di accoglimento della doma nda di esdebitazione produce effetti anche nei confronti dei creditori anteriori alla apertura della procedura di liquidazione, che non hanno presentato la domanda di ammissione al passivo; in tale caso, l’esdebitazione opera per la sola eccedenza rispetto a quanto i creditori avrebbero avuto diritto di percepire nel concorso.
Riacquisisce il fallito la possibilità di operare senza la preoccupazione che i vecchi creditori, in quanto i crediti siano ancora esigibili, possano proseguire le azioni nei suoi confronti. Senza esdebitazione alla fine della procedura, i creditori potrebbero infatti coltivare iniziative nei confronti del debitore senza limiti di tempo e la stessa possibilità per l’azienda di ripartire sarebbe compromessa.
La novella rimuove quindi l’incentivo ad operare con formule societarie fittizie, adottate per il pericolo di essere ancora inseguiti dei debitori, invogliati da eventuali fortune imprenditoriali successive.
Il Tribunale dovrà usare nella sua valutazione adeguata prudenza perché l’istituto non si traformi in un premio per i furbi, più che per quelli invece che, per altri ordini di ragioni, non sono “caduti in piedi”.
L’estinzione anche dei crediti rimasti insoddisfatti alla fine della procedura non deve creare un incentivo perverso a rischiare più del dovuto, a danno dei creditori espropriati.
La Riforma del 2007 ha un indubbio pregio consistente nell’avere estesa l’applicabilità dell’istituto anche a quei falliti per i quali la procedura fosse già stata chiusa prima della Riforma.
Avevamo nel precedente scritto sostenuto (in questo sito all’archivio: “L’esdebitazione”) che si realizzasse una troppo importante disparità di trattamento per le vecchie procedure di confronto a questa importante novità legislativa, che rappresen ta un reale beneficio per le persone fisiche che siano fallite. Pensavamo allora ad alcuni profili di incostituzionalità se non si fosse forzata la lettura della disposizione, ma fortunatamente l’attesa Riforma integrativa è intervenuta in sintonia con questo spunto che già più Corti italiane avevano avvertito.

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