Categorie approfondimento: Lavoro
15 Settembre 2013

Equo compenso giornalistico per i liberi professionisti

Di cosa si tratta

La legge 31 dicembre 2012, n. 233, in G.U. n. 2 del 3 Gennaio 2013, è intervenuta a determinare come stabilire un compenso equo per l’attività prestata dai giornalisti.
In attuazione dell’art. 36, primo comma, della Costituzione, la legge è finalizzata a promuovere l’equità retributiva dei giornalisti iscritti all’albo di cui all’art. 27 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, e successive modificazioni, titolari di un rapporto di lavoro non subordinato in quotidiani e periodici, anche telematici, nelle agenzie di stampa e nelle emittenti radiotelevisive.
Per equo compenso si intende la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione, nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato.
Al fine di quanto illustrato è stata istituita una “Commissione per la valutazione dell’equo compenso nel lavoro giornalistico” presso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri; la Commissione è stata istituita ed è presieduta dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega per l’informazione, la comunicazione e l’editoria.
Si compone di: a) un rappresentante del Ministero del lavoro e delle politiche sociali; b) un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico; c) un rappresentante del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti; d) un rappresentante delle organizzazioni sindacali dei giornalisti comparativamente più rappresentative sul piano nazionale; e) un rappresentante delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei committenti comparativamente più rappresentative sul piano nazionale nel settore delle imprese di cui all’art. 1, comma 1; f) un rappresentante dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (INPGI).
Entro due mesi dal suo insediamento, la Commissione, valutate le prassi retributive dei quotidiani e dei periodici, anche telematici, delle agenzie di stampa e delle emittenti radiotelevisive: a) definisce l’equo compenso dei giornalisti iscritti all’albo non titolari di rapporto di lavoro subordinato con quotidiani e con periodici, anche telematici, con agenzie di stampa e con emittenti radiotelevisive, avuto riguardo alla natura e alle caratteristiche della prestazione nonché in coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato; b) redige un elenco dei quotidiani, dei periodici, anche telematici, delle agenzie di stampa e delle emittenti radiotelevisive che garantiscono il rispetto di un equo compenso, dandone adeguata pubblicità sui mezzi di comunicazione e sul sito internet del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri.
La Commissione, nello svolgimento del compito di redigere l’elenco dei media chiamati a garantire il rispetto delle norme stabilite dalla legge, produrrà anche l’effetto che le testate giornalistiche non previste in questo elenco non possano accedere ai contributi pubblici in sostegno dell’editoria. L’elenco dovrà essere oggetto di costante aggiornamento.
La Commissione dura in carica tre anni e alla scadenza di tale termine, cesserà dalle proprie funzioni. Il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri provvede all’istituzione e al funzionamento della Commissione avvalendosi delle risorse umane, strumentali e finanziarie di cui dispone. Ai componenti della Commissione non è corrisposto alcun compenso, emolumento, indennità o rimborso di spese.
Quindi l’accesso ai contributi in favore dell’editoria a decorrere dal 1º gennaio 2013 in caso di mancata iscrizione nell’elenco per un periodo superiore a sei mesi comporta la decadenza dal contributo pubblico in favore dell’editoria, nonché da eventuali altri benefici pubblici, fino alla successiva iscrizione.
È da ultimo comminata la sanzione della nullità al patto che preveda condizioni contrattuali in violazione dell’equo compenso.
La legge è stata provocata dalla situazione in atto che “vede con frequenza per un freelance o collaboratore esterno retribuzioni anche di 2-5 euro a pezzo, con una media di 10-20 euro (al lordo di spese, tasse e contributi a carico), o prestazioni gratuite per averne altre retribuite, o proposte di lavoro in nero o con contratti palesemente inadeguati od irregolari. Il tutto definito in maniera unilaterale dagli editori, e con retribuzioni spesso corrisposte in ritardo anche di mesi”. La situazione è così grave che secondo le ricerche effettuate sui dati dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (Inpgi) il 75% dei freelance guadagna in media meno di 10.000 euro lordi l’anno, e il 62% meno di 5.000 (tratto da Articolo 21).
Il diritto all’equo compenso è riconosciuto indistintamente ai “giornalisti iscritti all’albo” di cui all’art. 27, l. 3 febbraio 1963, n. 69, cioé i professionisti e i pubblicisti, sempre che risultino titolari di “un rapporto di lavoro non subordinato”: definita in negativo, la formula è omnicomprensiva e considera il lavoro autonomo tout court, le collaborazioni coordinate e continuative ai sensi dell’art. 61, co. 3, D.Lgs. n. 276 del 2003, il lavoro a progetto e le prestazioni occasionali, previste rispettivamente dai commi 1 e 2 del medesimo art. 61, nonché eventuali contratti di associazione in partecipazione. Dal punto di vista oggettivo, invece, il campo di applicazione riguarda quotidiani e periodici, anche telematici, agenzie di stampa ed emittenti radiotelevisive.
Salvo quanto riportato, allo stato nessuna altra attività è stata svolta per rendere concreta l’attuazione della disciplina illustrata.

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