Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
20 Maggio 2010

Equitalia: riscossione presso terzi

Di cosa si tratta

La volontà di recuperare i crediti più velocemente spinge spesso verso il cercare di trovare denaro liquido; se questo normalmente non si trova presso il debitore, si pensa a coloro che sono a loro volta debitori del debitore e che, per caratteristiche, possono più facilmente essere aggrediti in sede di esecuzione.
Quando si hanno indicazioni utili, il soggetto più facilmente colpito è l’istituto di credito presso il quale il debitore lascia il suo denaro; nei tempi attuali però non è facile trovare depositi utilmente aggredibili e molte volte i rapporti con la banca sono “affidati”, cioè è la banca a sua volta che è creditrice.
Siccome lo strumento è di utile impiego il legislatore ha facilitato anche il recupero del credito con il c.d. pignoramento “stragiudiziale”, limitato come impiego al recupero del credito fiscale e previdenziale.
Ci riferiamo alla previsione dell’art. 3, comma 6, del D.M. n. 40/2008, che introduce il pignoramento presso terzi con il quale si conclude, se positiva, la verifica di morosità di cui all’art. 48-bis del D.P.R. n. 602/1973, che viene effettuato con le modalità contemplate dall’art. 72-bis dello stesso D.P.R. n. 602, nel testo risultante dalle modifiche apportate dall’art. 2, comma 6, del D.L. legge 3 ottobre 2006 (convertito dalla legge 24 novembre 2006, n. 286).
Per quanto disposto dall’art. 72-bis, l’agente della riscossione può effettuare il pignoramento presso terzi rivolgendo al terzo l’ordine di pagargli il credito direttamente:
– nel termine di 15 gg., per le somme per le quali è già scaduto il diritto alla percezione;
– alle rispettive scadenze, per le restanti somme.
Le stesse modalità possono essere utilizzate dagli agenti della riscossione per fare il pignoramento presso terzi di tutti i crediti del debitore, salvo quelli pensionistici, in alternativa al procedere giudizialmente come previsto dagli art. 543 ss., c.p.c..
Lo strumento chiaramente è più rapido, non richiede la designazione di un difensore o un incaricato alla procedura, non postula un’udienza con effetti sul carico giudiziale; quindi è comodo ed opportuno, ma non produce gli stessi effetti della procedura per eccellenza giudiziale. Ha carattere derogatorio rispetto alla disciplina del codice di procedura civile.
Non sono previsti la citazione del terzo pignorato e il conseguente passaggio dal giudice dell’esecuzione e il terzo è tenuto a effettuare il versamento in base all’atto ricevuto dall’agente della riscossione, senza che vi sia un’ordinanza di assegnazione dell’autorità giudiziaria.
La procedura è già passata al vaglio della Corte Costituzionale ed il provvedimento è stato ritenuto costituzionalmente legittimo anche senza l’intervento del giudice: è costituzionalmente legittimo l’operato dell’agente della riscossione quando procede al pignoramento presso terzi secondo la procedura semplificata che consente il recupero coatto dei crediti senza passare dal giudice dell’esecuzione. E’ quanto stabilisce la Corte Costituzionale nell’ordinanza n. 393, depositata il 28/11/2008, esprimendosi sulla questione di legittimità dell’art. 72 bis del dpr 29 settembre 1973, n. 602, che consente all’agente della riscossione di pignorare direttamente, con l’ordine al terzo, i crediti del debitore presso altri soggetti, fino al raggiungimento della somma dovuta.
Siccome questa procedura non ha il coinvolgimento del giudice per la pronuncia di assegnazione e gli effetti decorrono dal momento della notifica del provvedimento, la domanda che ci poniamo è che cosa succeda se il terzo pignorato non esegua il pignoramento stragiudiziale.
Le nostre ricerche hanno portato a non trovare una sanzione a questa ipotesi; è chiaro che, se l’iniziativa va a cadere su un istituto di credito, questo blocca le somme e le rimette al procedente ex art. 72-bis, ma quando, per ipotesi, il soggetto colpito fosse una società del medesimo gruppo e l’iniziativa comportasse l’effetto di bloccare i flussi infra-gruppo che si generano da molteplici ragioni, l’interesse a non eseguire il provvedimento diventa importante tanto quanto è facile giustificare una diversa situazione tra quella di riferimento in quel momento e quella in un momento successivo.
Lasciamo il tema aperto proprio perché il riscontro attuale non convince tanto quanto non pare convincente la pronunzia della Corte Costituzionale sulla quale ameremmo aggiungere che non ha sostanzialmente espresso un giudizio.
Infatti i rilievi della parte privata non hanno avuto risposte; questi si sostanziavano: “a) la norma censurata – in quanto sottrae al giudice dell’esecuzione il potere «di verifica anche d’ufficio della validità ed efficacia dei titoli esecutivi» – si pone in contrasto con la legge 27 luglio 2000, n. 212 (Disposizioni in materia di statuto dei diritti del contribuente), che «prevede espressamente che fisco e contribuente siano posti in condizioni di parità, nell’ottica di un giusto processo», nonché con l’art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che «prevede […] il diritto di ogni persona ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente ed imparziale, ai fini della determinazione sia dei suoi diritti che dei suoi doveri di carattere civile»; b) la medesima norma censurata non prevede «la contestuale notifica dell’atto di pignoramento, oltre che al terzo pignorato, anche al debitore»; c) nel procedimento di espropriazione presso terzi ordinario, qualora l’esecuzione sia sospesa prima che il terzo debitore corrisponda le somme all’agente della riscossione, il debitore esecutato che vede accolta la suaopposizione all’esecuzione ottiene lo svincolo dei crediti dal pignoramento, a prescindere dall’esistenza di altri debiti verso lo Stato; nel procedimento di espropriazione presso terzi disciplinato dalla norma censurata, invece, «le somme acquisite dal procedente o potranno essere riottenute in modo molto gravoso […] o non potranno essere riottenute affatto, qualora il contribuente abbia altri o maggiori debiti verso lo Stato, in quanto si applica la automatica compensazione ex lege»” (Ndr.: non soffermiamoci sulla suggestività, ma sul fondamento).
Infatti la Corte ha ritenuto di pronunziare l’inammissibilità per aspetti “formali” in relazione al dedotto (oltre ad avere dichiarato l’inammissibilità dell’intervento di F.C.R., il quale riferisce di essere parte non nel giudizio a quo, ma in un giudizio analogo, nel quale il giudice non ha ritenuto di sollevare questione di legittimità costituzionale della norma oggetto del presente giudizio e che, per costante giurisprudenza della Corte, sono ammessi a intervenire nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale le sole parti del giudizio principale e i terzi portatori di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma oggetto di censura (ex plurimis, sentenza n. 96 del 2008; ordinanza pronunciata nell’udienza del 26 febbraio 2008 e ordinanza n. 414 del 2007); e che l’inammissibilità dell’intervento non viene meno in forza della pendenza di un procedimento analogo a quello principale, posto che l’ammissibilità di tale intervento contrasterebbe con il carattere incidentale del giudizio di legittimità costituzionale, in quanto l’accesso delle parti a detto giudizio avverrebbe senza la previa verifica della rilevanza e della non manifesta infondatezza della questione da parte del giudice a quo (ex plurimis, sentenza n. 220 del 2007; ordinanze pronunciate nelle udienze del 3 luglio 2007 e del 19 giugno 2007)”).
Ha infatti affermato a fondamento che, “nel caso di specie, il rimettente non si è limitato a sospendere il giudizio cautelare, ma ha sospeso – con provvedimento che egli non dichiara essere soggetto a successiva conferma nel medesimo giudizio cautelare – il processo esecutivo ed ha, pertanto, accolto l’istanza di cui all’art. 60 del d.P.R. n. 602 del 1973 proposta dalla parte opponente, così esaurendo definitivamente il proprio potere cautelare”.
Inoltre ha ritenuto che “la questione sollevata è, conseguentemente, priva di rilevanza nel giudizio a quo, perché il giudice, avendo sospeso la procedura esecutiva e non essendosi riservato di provvedere successivamente, in via definitiva, sull’istanza cautelare, non deve più fare applicazione della norma censurata”.
Ancora che “..il giudice rimettente non ha neppure assolto l’onere di fornire un’adeguata motivazione circa la rilevanza della sollevata questione al fine di consentire a questa Corte di verificare la plausibilità di detta motivazione”; e “che, infatti, il giudice a quo avrebbe dovuto precisare se – ai fini della concessione della richiesta misura cautelare – oltre al fumus boni iuris fondato sulla dedotta illegittimità costituzionale della disposizione censurata, sussistesse anche il requisito del periculum in mora richiesto dal menzionato art. 60 del d.P.R. n. 602 del 1973 (nel senso della necessità di motivazione anche sulla sussistenza del periculum in mora, sentenze n. 370 del 2008 e n. 108 del 1995)”; e che, invece, il rimettente non ha fornito alcuna motivazione circa il presupposto del periculum in mora per la sospensione della procedura esecutiva, essendosi limitato a menzionare genericamente l’esistenza di «gravi motivi» per tale sospensione”; e “che, anche a prescindere da tali rilievi in punto di inammissibilità, va rilevato che la facoltà di scelta del concessionario tra due modalità di esecuzione forzata presso terzi non creané una lesione del diritto di difesa dell’opponente né una rilevante disparità di trattamento tra i debitori esecutati, sia perché questi sono portatori di un interesse di mero fatto rispetto all’utilizzo dell’una o dell’altra modalità e possono in ogni caso proporre le opposizioni all’esecuzione o agli atti esecutivi di cui all’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973, sia perché non sussiste «un principio costituzionalmente rilevante di necessaria uniformità di regole procedurali» (ex plurimis, ordinanze n. 67 del 2007 e n. 101 del 2006)”.
Per quanto riprodotto, se la eccezione di costituzionalità fosse più adeguatamente presentata sul piano formale e sostanziale una diversa pronunzia potrebbe scaturire dal riesame della questione.

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