Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
3 Giugno 2014

Enasarco: la qualificazione giuridica del rapporto di agenzia a fini previdenziali

Di cosa si tratta

In un recente giudizio (Tribunale di Roma, Presidente dott. Paolo Sordi, sentenza 27 maggio 2014, n. 5887) si è avuto occasione di conoscere a fondo l’articolazione del pensiero di Enasarco per potere distinguere le due figure dell’agente e del procacciatore d’affari.
Enasarco fa ricorso a vari criteri per la qualificazione giuridica da attribuire ai rapporti e sulla conseguente debenza dei contributi e delle somme tutte conseguenti, muovendo dall’affermare che il diritto alla prestazione è irrinunciabile e indisponibile da parte dell’avente diritto, e che le motivazioni di reciproca convenienza che possono avere indotto le parti ad attribuire al rapporto una determinata qualificazione giuridica o una data veste formale al contratto per la regolamentazione di tale rapporto, non possono prevalere sul diritto alla prestazione previdenziale e sul correlativo obbligo di versamento contributivo che traggono origine dalla sussistenza di un rapporto lavorativo cui la legge riconnette l’insorgenza del rapporto previdenziale.
L’unico requisito richiesto per Enasarco ai fini del sorgere dell’obbligo di iscrizione e contribuzione presso l’Ente è la sussistenza, anche in via di fatto, di un rapporto avente i caratteri di cui agli artt. 1742 e segg. c.c., mentre è irrilevante la qualificazione giuridica che si è inteso attribuire come è ininfluente la veste formale attribuita al contratto di agenzia.
La regola posta dall’art. 1742 c.c. (che impone la forma scritta del contratto ad probationem) attiene ai rapporti tra le parti contrattuali e la sua mancanza non può essere opposta al terzo estraneo a tale rapporto, come l’Enasarco, che faccia valere dei diritti derivanti non dal contratto, ma dal rapporto ad esso sotteso (Cfr.: C. App. Lav. Roma, Rel. Cannella, 21 settembre 2009, n. 9024).
Basterebbe, per eludere l’obbligo contributivo, che le parti di un rapporto di agenzia decidessero di non dare forma scritta al contratto concluso per la regolamentazione di tale rapporto oppure che lo qualificassero come di procacciamento di affari. Da ciò ne conseguirebbe che l’esistenza dell’obbligo contributivo sarebbe rimessa, in definitiva, alla libera scelta delle parti.
Ove sorga controversia al riguardo spetterà al Giudice provvedere a qualificare il rapporto intercorso e dovrà attenersi al principio per il quale, ai fini previdenziali, la qualificazione giuridica attribuita deve essere verificata alla luce del concreto atteggiarsi dei rapporti tra le parti, a prescindere dal nomen iuris prescelto per designarli (Tribunale Lavoro di Roma, Pres. Gallo n. 22524 del 17 gennaio 2008, nella quale si afferma che si deve dare prevalenza, ai fini dell’inquadramento del rapporto, non tanto alla c.d. volontà cartolare o nomen iuris attribuito dalle parti quanto al comportamento tenuto durante lo svolgimento del rapporto).
Nel giudizio richiamato la nostra tesi poggiava sul fatto che per svolgere la propria attività l’opponente si avvaleva di diversi collaboratori tra i quali i venditori (dipendenti dell’azienda), agenti e procacciatori. Questi ultimi, che normalmente svolgono altra attività sul mercato, sono liberi soggetti che non hanno alcun obbligo di procurare delle vendite, vengono remunerati se e in quanto procurano un affare accettato dalla mandante, non si occupano della raccolta dell’ordine, sono pagati con una percentuale provvisionale determinata di massima che può variare in considerazione delle peculiarità dell’affare, non hanno collaborato con continuità con la opponente, non hanno partecipato alle riunioni della forza vendita, né hanno avuto il trattamento economico e normativo riservato agli agenti, hanno fatturato importi non così rilevanti se commisurati all’elevato valore degli affari trattati ed erano, prima che “segnalatori”, clienti della opponente. Mancherebbero nella specie le caratteristiche del rapporto di agenzia non potendo lo stesso concretarsi nello svolgimento di mera attività promozionale non seguita dalla conclusione del contratto.
Per Enasarco questi elementi non sono idonei ad escludere un rapporto di agenzia ed anzi andrebbero ad evidenziare la assoluta erroneità giuridica della tesi. Sarebbe con la sentenza n. 6482 del 1 aprile 2004 che la Sezione Lavoro della Suprema Corte ha affermato che la promozione è l’obbligazione principale dell’agente e che essenziale, ai fini della sussistenza di un contratto di agenzia, è che l’attività abbia un effetto sulla promozione dei contratti.
La sentenza conferma l’indirizzo giurisprudenziale (Cass. Civ. Sez. Lav. 2 agosto 2003 n. 11794) che tende ad individuare la prestazione tipica del contratto di agenzia con riferimento allo scopo della attività svolta dall’agente, l’attività promozionale che deve essere correttamente identificata con qualunque intervento positivo che abbia come scopo e come risultato finale la stipula di un contratto che non si sarebbe concluso. A prescindere dal modo in cui viene materialmente realizzata, dovrà in ogni caso definirsi come promozionale qualunque attività attraverso la quale “viene diffusa la conoscenza del produttore e dei suoi prodotti, dandosi impulso ed incremento al relativo commercio col far diventare familiare ai clienti il nome del preponente e abitudinario il riferimento ed il ricorso al medesimo”. Secondo Cass. n. 6482/2004 l’attività tipica dell’agente consisterebbe nel promuovere la conclusione di contratti per conto del preponente in una zona determinata e non richiede necessariamente la ricerca del cliente ed è pur sempre riconducibile alla prestazione dedotta nel contratto di agenzia, anche quando il cliente non è stato direttamente ricercato dall’agente, ma risulti acquisito su indicazione del preponente o in qualsiasi altro modo, purché sussista un nesso di causalità tra l’opera di promozione svolta dall’agente nei confronti del cliente e la conclusione dell’affare cui si riferisce la richiesta di provvigione.
Rientrano nella promozione molteplici attività di impulso e di agevolazione, finalizzate al collocamento di un bene o di un servizio in una zona determinata a suscitare, sostenere, incrementare verso l’acquisto la domanda del prodotto offerto dall’impresa preponente, ovvero ad interessare al prodotto e ad orientare i soggetti interessati alla decisione di acquisto della merce o del servizio in termini conformi alle istruzioni impartite dal preponente (Cass. n. 696 del 27 gennaio 1988); attività di impulso principalmente la propaganda, destinata a persuadere, informando dell’esistenza del prodotto o del servizio”.
Nessuna di tali attività, sostiene la Corte, costituisce componente indispensabile della prestazione dell’agente. Infatti, la standardizzazione delle condizioni di vendita può rendere preminente nella promozione l’azione di propaganda. Mentre, al contrario, l’entità dell’investimento pubblicitario operato dal preponente o le specifiche caratteristiche del prodotto o del servizio possono dare rilievo preminente al momento della definizione del contratto. Così la Corte afferma che “può pertanto concludersi che la propaganda è una componente della promozione, considerata dall’art. 1742 cc., e che è sufficiente ad integrarla quando riassume, congiunta ad altri compiti, la funzione di organizzazione e sviluppo di collocamento del prodotto, in modo da attribuire all’incaricato il ruolo effettivo intermediario tra l’impresa ed i suoi clienti anche attraverso una attività di sollecitazione mediata dei possibili acquirenti del bene o servizio… essenziale, ai fini della sussistenza di un contratto di agenzia e che l’attività svolta dall’agente abbia un effetto sulla promozione dei contratti poiché la promozione è l’obbligazione principale dell’agente”.
Enasarco ritiene che l’insegnamento riportato sia da solo sufficiente per dimostrare come la circostanza che in concreto i soggetti presi in considerazione nel verbale ispettivo di Enasarco si limitassero a svolgere una attività di mera promozione della vendita senza raccogliere ordini e senza seguire i successivi rapporti tra il cliente e la mandante non sia di per sé circostanza determinante per escludere la riconducibilità dei rapporti nell’ambito dell’agenzia.
Ma Enasarco sostiene che la principale differenza tra il rapporto tipico di agenzia e quello di procacciamento di affari consista nella “stabilità”, caratteristica del primo, stabilità consistente nel fatto che l’attività promozionale della conclusione dei contratti per conto della mandante è svolta dall’agente in esecuzione di un obbligo in tal senso assunto nei confronti della mandante, mentre la corrispondente attività svolta dal procacciatore avrebbe carattere meramente facoltativo dipendendo esclusivamente dalla sua iniziativa.
La stabilità tipica del rapporto di agenzia è mancante nel rapporto di procacciamento di affari e questo non è l’unico elemento distintivo tra le due attività. Enasarco rileva che, se vero che la giurisprudenza della suprema Corte è conforme nel ritenere che al rapporto atipico di procacciamento di affari possano estendersi, per analogia, le regole del contratto tipico di agenzia, ciò non significa affatto che le due attività siano identiche salvo che per il profilo della stabilità. Vero è, al contrario, che la giurisprudenza anche recentissima della Suprema Corte tende a distinguere le due figure, non solo sotto il profilo della stabilità, ma anche sotto il profilo della occasionalità ed episodicità della prestazione del procacciatore (Cfr.: Cass. Civ. Sez. Lav 23 aprile 2009, n. 9686, che recepisce l’indirizzo giurisprudenziale della Cass. Civ. Sez. Lav 24 giugno 2005 n. 13629 che ha affermato che “un rapporto di procacciamento di affari … deve essere caratterizzato da una collaborazione professionale autonoma in via del tutto episodica”).
Sono state ritenute incompatibili con il rapporto di procacciamento di affari e idonee a dimostrare la ricorrenza della stabilità tipica di un rapporto di agenzia le seguenti circostanze:
a) conferimento dell’incarico di procacciatore a tempo indeterminato;
b) corresponsione di provvigioni con cadenza fissa (mensile, trimestrale, semestrale, annuale);
c) riferimento dell’incarico a tutti i possibili affari perseguiti dalla mandante e non già ad un singolo e determinato affare.
Il rapporto di agenzia si distingue dunque da quello di procacciamento di affari non solo perché il primo è svolto in esecuzione di un obbligo ed è quindi “stabile”, mentre l’altro dipende dalla libera iniziativa del procacciatore, essendo conseguentemente non stabile, ma anche perché il rapporto di procacciamento di affari è episodico e limitato a singoli e determinati affari (non potendo conseguentemente svolgersi a tempo indeterminato e prevedere la corresponsione di compensi a cadenza fissa ed avere riferimento ad un numero indeterminato di affari).
Dalla necessità che il rapporto di procacciamento di affari sia come visto “episodico”, discende il carattere occasionale tipico di tale rapporto, occasionalità che va individuata con riferimento alla durata e continuità temporale del rapporto e all’ammontare dei compensi percepiti. Sotto tale aspetto si richiama l’art. 61, co. 2, D.Lgs. n. 276/03 quale criterio di riferimento per orientare l’interprete nell’individuazione del concetto di occasionalità. Con la norma il legislatore avrebbe fornito una nozione di occasionalità stabilendo che per prestazioni occasionali si intendono “i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell’anno solare con il committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a cinquemila Euro”.
La definizione contenuta nell’art. 61 co. 2, D.Lgs. n. 276/03 offrirebbe un fondamentale criterio di riferimento per l’interprete chiamato a valutare il carattere occasionale o meno delle prestazioni rese. Si dovrebbe dedurre che una prestazione resa per numerosi anni consecutivi senza soluzione di continuità e con maturazione di provvigioni annue di ammontare rilevante non possa in nessun modo essere considerata occasionale (Cfr.: sentenza Tribunale Lavoro di Roma dott. Grisanti n. 8554 del 29 aprile 2004).
La validità del criterio con riferimento ad altri alternativi della durata della collaborazione e dell’entità dei compensi maturati ha avuto seguito nella giurisprudenza della Sezione Lavoro della Corte di Appello di Roma che, anche quando ha respinto il richiamo all’art. 61, co. 2 D.Lgs. n. 276/03, ha fatto riferimento alla durata della collaborazione e all’entità delle provvigioni maturate (Cfr.: C. App. Lav. Roma, Rel. Cannella 1 settembre 2009, n. 9024, Rel. Ciardi).
Infine Enasarco rileva che l’attività di procacciatore d’affari e quella dell’agente si distinguono anche per l’oggetto dell’attività, nel primo caso attività di segnalazione di nominativi di clienti e/o raccolta di ordini e nel secondo caso attività di promozione della conclusione di contratti per conto e nell’interesse della mandante.
La differente attività svolta si ripercuote nella diversa disciplina del momento di maturazione delle provvigioni a ciascuno spettanti. Infatti, la figura professionale del procacciatore, come quella del mediatore, è caratterizzata dalla prevalenza in tali attività dell’opera di intermediazione tra le parti rispetto a quella di vera e propria conclusione del contratto. Poiché in entrambi i casi, le parti messe in relazione per opera del mediatore e del procacciatore sono libere di concludere o meno l’affare e, soprattutto, di darvi materiale esecuzione, la provvigione del mediatore e del procacciatore è dovuta per la sola conclusione dell’affare a prescindere dal fatto che lo stesso abbia avuto poi “buon fine”, cioè regolare esecuzione da parte di entrambe le parti contrattuali (per il mediatore v. Cass. Civ. Sez. III, 8 giugno 1993, n. 6384 e per il procacciatore Cass. Civ. Sez. II, 6 aprile 2000, n. 4327). La provvigione dell’agente è invece dovuta esclusivamente al buon fine dell’affare ovvero al momento in cui il preponente ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione in base al contratto, inderogabilmente dal momento e nella misura in cui il terzo ha eseguito o avrebbe dovuto eseguire la prestazione (art. 1748 c.c.), intendendosi quindi per “buon fine”, il risultato economico utile conseguito (Cass. Civ. Sez. Lav 15 febbraio 1997, n. 1268).
Pertanto il momento in cui è riconosciuta la provvigione dell’agente (buon fine dell’affare) e del procacciatore (segnalazione del nominativo del cliente) individua la differente attività che viene retribuita, che è in questo ultimo caso la semplice attività di intermediazione tra due soggetti che vengono messi in contato per opera del segnalatore e, nel primo caso, l’attività di promozione delle vendite che costituisce, secondo la giurisprudenza l’obbligazione principale dell’agente. Se è vero che la provvigione al buon fine dell’affare può anche essere pattuita all’interno di un rapporto di procacciamento di affari, ciò può valere solo per prestazioni di procacciamento episodiche, mentre dove la pattuizione sia inserita in un rapporto di durata la stessa diventa inequivocabile indice, con gli altri esaminati, del carattere agenziale del rapporto.
Il rapporto di agenzia e quello di procacciamento di affari non si distinguono solo per il carattere stabile del primo e facoltativo del secondo, ma anche perché il rapporto di procacciamento di affari è episodico, cioé limitato a singoli affari, ed è occasionale cioè di durata limitata e con produzione di compensi non significativi, e ha ad oggetto la mera segnalazione di clienti o la sporadica raccolta di ordini e non l’attività promozionale della conclusione di contratti e la retribuzione non è di regola condizionata al buon fine dell’affare. La serie di affermazioni della posizione di Enasarco sono state finalmente ed efficacemente smentite dalla richiamata sentenza (Tribunale Roma, Sezione Lavoro, Presidente dott. Paolo Sordi) nel giudizio da noi promosso contro Enasarco che ha dato una secca smentita alle tesi di questo Ente (Cfr.: nel sito “Il tribunale di Roma sulla distinzione tra agenti e procacciatori d’affari”.

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