Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
15 Novembre 2011

ENASARCO: unica “previdenza integrativa obbligatoria” per gli agenti e i rappresentanti. E i procacciatori d’affari?

Di cosa si tratta

Dopo avere compiuto approfondite verifiche siamo giunti alla conclusione che l’Enasarco rappresenta la sola “Previdenza integrativa” ad essere disposta come obbligatoria nel nostro ordinamento.
Questa conclusione porta a riconoscere l’esistenza di un’anomalia di sistema; si è già affermato che dovrebbe essere corretta (ci riferiamo all’Atto della Camera, Interrogazione a risposta in Commissione 5-05368, presentata da Marialuisa Gnecchi mercoledì 21 settembre 2011, seduta n. 522, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali).
L’interrogazione illustra come con l’art. 18 comma 13 della legge 15 luglio 2011, n. 111 si sia ribadito che: «Con specifico riferimento all’Ente nazionale di assistenza per gli agenti e rappresentanti di commercio (ENASARCO) compreso tra gli enti privatizzati, si conferma che la relativa copertura contributiva ha natura integrativa, rispetto a quella istituita dalla legge 22 luglio 1966, n. 613, come previsto dall’articolo 2 della legge 2 febbraio 1973, n. 12».
Essendo quindi di tale natura la fondazione “Enasarco è l’unica tipologia di ente, nell’ordinamento pensionistico italiano con copertura contributiva di natura integrativa, che preveda la contribuzione obbligatoria (quindi doppia contribuzione per i soggetti interessati, che sono obbligati a versare anche all’INPS), ed eroga prestazioni previdenziali alla stessa stregua di qualsiasi altro fondo di previdenza di base, pubblico o privato che sia”.
L’ovvia anomalia nel panorama del sistema previdenziale italiano si vede anche dall’ordinanza n. 2962 del 3 agosto 2011 del Tar del Lazio, che ha ribadito la propria giurisdizione e competenza in relazione alla fondazione Enasarco, sottolineando che “ciò che rileva, non è la natura giuridica di Enasarco, ma la funzione che attraverso l’ente viene svolta, nella specie previdenziale, la cui natura pubblicistica è di immediata evidenza”.
Uno degli effetti di questo particolare regime è dato dal fatto che, a differenza degli altri lavoratori iscritti a un fondo di previdenza obbligatoria, agli iscritti Enasarco, è preclusa la totalizzazione, nonostante lo stesso ente rientri fra i soggetti di cui al decreto sulla privatizzazione, in quanto come precisa il Ministero del lavoro e delle politiche sociali (direttiva del 2 marzo 2006): per gli agenti di commercio la totalizzazione dei periodi contributivi versati all’Enasarco ed all’INPS, in concreto non trova applicazione. Infatti, scopo della totalizzazione è coprire periodi di contribuzione diversi per i quali siano stati versati contributi previdenziali ad Enti gestori diversi.
Per l’agente di commercio è invece contemporaneo l’obbligo d’iscrizione e di versamenti dei contributi previdenziali, sia verso la Gestione Commercianti dell’INPS, sia verso la Fondazione ENASARCO. In questo modo non sorge la possibilità di utilizzare la totalizzazione.
Nel caso invece che, per motivi che appaiono comunque di difficile realizzazione, una delle due contribuzioni (INPS o ENASARCO) non sia stata versata, la disciplina della totalizzazione può trovare applicazione.
Il regolamento della fondazione Enasarco prevede la restituzione del 30 per cento dei contributi versati solo nel caso di cambio di attività e di trasferimento ad altro fondo previdenziale integrativo obbligatorio, ma questa tipologia di fondi non esiste nel nostro ordinamento pensionistico, né sono in vista riforme in tal senso.
Un agente di commercio in caso di cessazione dell’attività prima di aver raggiunto i 20 anni di versamenti all’Enasarco per non perdere contributi (versati obbligatoriamente) non ha altra scelta che proseguire con i versamenti volontari, ma se non ha i requisiti per accedere alla contribuzione volontaria (sette anni di anzianità maturati) o non ha la convenienza perché in età avanzata, le somme depositate presso l’Enasarco sono irrimediabilmente perse.
Alla richiesta al Ministro di illustrare quali misure intenda adottare per correggere questi effetti allo stato non è stata data risposta.
La nostra conclusione è che questo sistema sia integralmente invalido e frutto di un retaggio storico che ha voluto mantenere in vita un Istituto che doveva essere allineato con le sorti di altri che sono stati privatizzati dalla più volte richiamata legge n. 509/1994.
Se questa è la ragione storica, la soluzione pratica potrebbe essere facile disponendo la facoltatività di una previdenza integrativa raccolta da Enasarco, come è dato per gli altri enti, in mancanza di ragioni di dovere contribuire obbligatoriamente con duplicazione del costo pensionistico.
L’illegittimità della previdenza integrativa obbligatoria dell’Enasarco pensiamo che sia una tesi che abbia un fondamento. Ma non si può mancare di sviluppare un corollario con riferimento ad altre due categorie di soggetti: i sub-agenti e i procacciatori di affari.
Se guardiamo all’obbligo di iscrizione all’Enasarco come è regolato dalla legge che dà concrete disposizioni (Legge 2 febbraio 1973, n. 12), questa si limita ad affermare all’art. 5: “Sono obbligatoriamente iscritti al Fondo di previdenza dell’ENASARCO tutti gli agenti ed i rappresentanti di commercio che operano sul territorio nazionale in nome e per conto di preponenti italiani o di preponenti stranieri che abbiano la sede o una qualsiasi dipendenza in Italia; sono altresì obbligatoriamente iscritti all’ENASARCO gli agenti ed i rappresentanti di commercio italiani che operano all’estero nell’interesse di preponenti italiani.
È fatta comunque salva l’applicazione delle convenzioni internazionali contro la doppia contribuzione (principio questo che vale per l’estero e si vede non per l’Italia).
L’obbligo di iscrizione al Fondo di previdenza riguarda gli agenti ed i rappresentanti di commercio che operano individualmente e quelli che operano in società, anche di fatto, o comunque in associazione, qualunque sia la forma giuridica assunta, che siano illimitatamente responsabili per le obbligazioni sociali”.
Nella norma che individua gli obbligati non vi è menzione dei sub-agenti e dei procacciatori di affari; invece nella Legge 27 novembre 1960, n. 1397 “Assicurazione obbligatoria contro le malattie per esercenti attività commerciali”, all’art. 1 è espressamente detto: L’assicurazione contro le malattie prevista dalla presente legge è obbligatoria nei confronti dei soggetti che esercitano attività commerciali e turistiche; nonché degli ausiliari del commercio, in possesso dei seguenti requisiti… (e prosegue) a) gli agenti e rappresentanti di commercio iscritti nell’apposito ruolo degli agenti e rappresentanti di commercio istituito con L. 12 marzo 1968, n. 316” e “i propagandisti e i procacciatori di affari”.
Ancora la Legge 22 luglio 1966, n. 613 “Estensione dell’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti agli esercenti attività commerciali ed ai loro familiari coadiutori e coordinamento degli ordinamenti pensionistici per i lavoratori autonomi”, considera: art. 1 “L’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti è estesa agli esercenti piccole imprese commerciali iscritti negli elenchi degli aventi diritto all’assicurazione obbligatoria contro le malattie istituita con legge 27 novembre 1960, n. 1397, agli ausiliari del commercio ed agli altri lavoratori autonomi iscritti nei predetti elenchi, nonché ai loro familiari coadiutori, indicati nell’articolo seguente.” Poi l’art. 29 dispone: “Le prestazioni spettanti agli agenti e rappresentanti di commercio di cui all’articolo 1, terzo comma, lettera a) della legge 27 novembre 1960, n. 1397, per effetto dell’assicurazione obbligatoria disciplinata dalla presente legge, sono erogate, previa convenzione da stipularsi entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge con l’Istituto nazionale della previdenza sociale, dall’Ente nazionale assistenza agenti e rappresentanti di commercio ai propri iscritti.
Dalla data di entrata in vigore della legge il trattamento previdenziale per gli agenti e rappresentanti di commercio, disposto in attuazione degli Accordi economici collettivi per la disciplina del rapporto di agenzia e rappresentanza commerciale del 20 giugno 1956 e 13 ottobre 1958 e loro successive modificazioni, assume natura integrativa del trattamento obbligatorio istituito con la legge stessa.
L’obbligatorietà dell’iscrizione all’INPS e la soggezione alla contribuzione dei procacciatori d’affari è espressamente enunciata e invece nessun riferimento è compiuto ai sub-agenti, come di questi non si parla nella legge n. 12/1973.
Se queste norme vanno interpretate restrittivamente, come è principio di diritto costituzionale in applicazione dell’art. 23 Cost., che si riferisce in generale alle prestazioni che possono essere imposte solo in base alla legge, possiamo con questi soli riferimenti ritenere che non siano soggetti ad Enasarco i soggetti da noi considerati? La risposta naturalmente è negativa per i sub-agenti, anche se qualche cosa in più potrebbe essere detto, ma per i procacciatori d’affari il discorso cambia.
I procacciatori d’affari sono una figura di specie, che non si trasforma e converte nelle categorie “agenzia” e “rappresentanza”, perché di queste non ha i caratteri. Il solito ragionamento che viene compiuto nei verbali di ispezione per la contestazione della debenza del contributo previdenziale integrativo obbligatorio, poggia usualmente sulla continuità del rapporto quando si reperiscano fatture del procacciatore che coprano un periodo, ritenuto continuativo.
La nostra tesi è che, se anche una figura avesse promosso per tutta la vita un’azienda, alla quale ha fatto concludere contratti, ma questo ha fatto senza che vi fosse obbligato, non diviene un agente. Se non diviene un agente, non si applicano norme del codice date per l’agenzia. Se queste non si applicano, non è riconducibile alla figura. Così esposto, il ragionamento sembra una petizione di principio, ma così non è.
Il procacciatore è quel soggetto che, esista o non esita un contratto scritto che è necessario per la prova dell’esistenza di un contratto di agenzia, non rivendica il possesso di quella qualità. Se come si dice, il suo è un contratto atipico, vuole dire che si discosta dalla figura tipica e le norme che vi si applicano vengono individuate per analogia. Ma rispondere per applicare alcune norme e non poterne applicare altre che si tratti di una figura “da ricondursi” al regime dell’agenzia, il passo è troppo lungo.
Il procacciatore d’affari non va confuso con le figure di quelle situazioni nelle quali si fa ricorso ad espedienti per non riconoscere ad un “agente vero” l’esistenza dei requisiti di quel tipo di rapporto.
Se le parti nel loro rapporto che costituiscono non pongono la stabilità, e quindi gli effetti che ne derivano, tra le condizioni perché il contratto abbia un senso, questo non è un agente o subagente con tutti gli effetti che ne derivano. Se il rapporto in fatto dura anche a lungo non si converte in agenzia e comunque a figure di intermediazione codificate.
Se non è lo stesso procacciatore a invocare un vero rapporto sottostante camuffato, di natura dipendente o autonoma ma codificata, non è possibile pensare che lo possa fare un terzo a fini che neppure la norma pone come imperativi; infatti la figura del procacciatore non è prevista tra coloro che abbiano espressamente l’obbligo alla contribuzione integrativa obbligatoria.
La conferenza degli interessi per l’azienda a cercare opportunità di vendita e quindi di guadagno e dall’altra parte la possibilità di un risultato economico per il procacciatore alla conclusione del contratto, al quale peraltro non collabora in termini di sua definizione, non può fare perdere di vista che queste parti intendono guadagnare, ma non sono obbligate a farlo; l’azienda per tutte le ragioni che le appartengono può non coltivare l’opportunità rappresentata dal procacciatore senza che questi possa nulla rivendicare, quanto il procacciatore può anche occuparsi di altri affari, anche concorrenziali a quell’azienda senza che l’altra parte possa eccepire nulla. Lo stesso giorno dopo della conclusione dell’affare tra le parti, il procacciatore può procurare ad altra azienda altro affare senza che la prima azienda gli possa contestare nulla.
Se questa è la disciplina del rapporto e pare proprio che non sia contestabile, non è possibile pensare che si debba ricavare da questo un obbligo ulteriore per effetti che non sono voluti dalle parti.
Quando il rapporto di agenzia cessa, l’agente ha diritto a delle indennità e all’accantonamento del FIRR, che peraltro è in mano non al preponente, ma all’Enasarco; quando cessa, l’agente può essere tenuto alla non concorrenza per un periodo di tempo; l’agente deve seguire delle istruzioni ricevute dal preponente; se previsto, deve operare in una zona delimitata; la durata del rapporto produce effetti a vari fini, anche per la determinazione delle indennità; la provvigione per l’agente risente normalmente del volume di lavoro sviluppato; una volta l’agente risentiva della risoluzione del contratto, successiva alla sua conclusione; in caso di impossibilità a lavorare, l’agente è tenuto a comunicare l’indisponibilità; in caso di risoluzione del contratto l’inadempienza di una delle parti ha rilevanza e si può arrivare a chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo il risarcimento del danno; tra i motivi di risoluzione abbiamo l’inadempienza dell’agente; la contestazione della mancata osservanza del vincolo di non concorrenza; la mancata osservanza del vincolo di esclusiva; il mancato raggiungimento del minimo d’affari; la mancata segnalazione di impossibilità di adempiere all’incarico; inserimento di un altro agente nella zona senza previo accordo; la non evasione degli ordini; l’invalidità o morte dell’agente; la cessazione o trasferimento dell’attività dell’impresa proponente.
All’assenza di questi elementi il procacciatore vero è indifferente; non vi è ragione invece, nel caso di applicazione eventuale di qualche disposizione data per l’agente, pensare che da tale operazione scaturiscano effetti sistematici, quali l’applicazione di un regime pensionistico, che peraltro il procacciatore già ha per l’iscrizione all’INPS. Assolutamente no: il procacciatore di affari è una figura diversa e distinta, appunto atipica.

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