Categorie approfondimento: Energia
30 Ottobre 2006

Efficienza energetica: direttiva 5 aprile 2006 n. 32 e ruolo dell’ente pubblico

Di cosa si tratta

Il Presidente dell’Autorità dell’energia elettrica e il gas, Alessandro Ortis, il 27 luglio 2006 a Roma all’incontro promosso dall’Associazione ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e dal GME (Gestore Mercato Elettrico) ha sottolineato l’importanza del ruolo dei Comuni per la promozione di un uso razionale ed intelligente dell’energia.
L’intervento si inquadra in quanto previsto dalla recente Direttiva europea, che esplicita il ruolo che l’Ente pubblico deve assumere in materia energetica.
La direttiva 2006/32 è relativa all’efficienza degli usi finali dell’energia e ai servizi energetici ed abroga la precedente 93/76/CEE.
Gli articoli della direttiva sono preceduti da 33 “considerando” che ricordano, tra le altre cose, gli impegni di Kyoto; il contributo che un orientamento favorevole a tecnologie più efficienti sotto il profilo energetico può dare all’innovazione e alla competitività della Comunità, come sottolineato nella strategia di Lisbona; il ruolo del settore pubblico nell’applicazione di criteri di efficienza energetica nelle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici.
La direttiva ha lo scopo di migliorare l’efficienza degli usi finali dell’energia sotto il profilo costi/benefici negli Stati membri e si applica sia ai distributori di energia, ai gestori dei sistemi di distribuzione e alle società di vendita di energia, che agli utenti finali.
L’obiettivo nazionale di risparmio energetico è fissato dalla UE al 9% entro il 2015 e il settore pubblico deve contribuire a raggiungere gli obiettivi di miglioramento dell’efficienza energetica adottando accordi volontari o altri strumenti orientati al mercato, ad esempio certificati bianchi.
Compatibilmente con la normativa nazionale e comunitaria in materia di appalti pubblici, gli Stati devono fare in modo che il settore pubblico utilizzi alcune delle misure, quali i contratti di rendimento energetico, l’acquisto di attrezzature e veicoli con ridotto consumo energetico, l’obbligo di acquistare edifici a basso consumo energetico. Gli Stati devono pubblicare orientamenti in materia di efficienza e risparmio energetico, che le PA possano utilizzare come criteri di valutazione in sede di aggiudicazione di appalti pubblici.
Gli Stati membri – prevede la direttiva – devono promuovere la stipula di accordi volontari, l’implementazione di sistemi di certificazione per i fornitori di servizi energetici, di diagnosi energetiche e delle misure di miglioramento dell’efficienza energetica.
La direttiva dispone che gli Stati assicurino la disponibilità di efficaci sistemi di “diagnosi energetica”, definita come procedura sistematica volta a fornire un’adeguata conoscenza del profilo di consumo energetico di un edificio, di un impianto industriale o di servizi, al fine di individuare e quantificare le opportunità di risparmio energetico sotto il profilo costi-benefici e riferire in merito ai risultati. Tale diagnosi energetica è da considerarsi equivalente alla certificazione di cui all’articolo 7 della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico nell’edilizia.
Gli Stati membri devono conformarsi alla direttiva entro il 17 maggio 2008.
L’Autorità ha ricordato alcuni modi secondo i quali i Comuni possono partecipare al sistema dei “titoli di efficienza energetica”:

  • come utenti, accordandosi a condizioni vantaggiose con i distributori locali di gas ed elettricità o con le ESCo, per realizzare interventi di miglioramento dei propri impianti e dei propri edifici; il controllo e la revisione periodica dei costi è già un primo elemento dal quale muovere per il risparmio;
  • operando un ruolo di raccordo fra la popolazione residente sul territorio ed i distributori, affinché possano essere incentivati gli interventi presso tali utenze; parte integrante di tale approccio è costituito dalle campagne di formazione, informazione e sensibilizzazione degli utenti finali per le quali è previsto dalle “Linee Guida per la preparazione, esecuzione e valutazione dei progetti” (delibera n.103/03) un riconoscimento incrementale del 5% rispetto alla somma totale riconosciuta come premio di efficienza energetica;
  • promuovendo aziende che operino come ESCo, eventualmente in compartecipazione o attraverso società controllate o partecipate dagli stessi Comuni.

Su quest’ultimo punto si vanno diffondendo esempi di iniziative locali ove l’ente pubblico entra o promuove di fare parte di organizzazioni che operano sul territorio senza i limiti territoriali tradizionali del comune, della provincia.
Nuovissimo è anche l’esempio di un consorzio in Veneto, che si è costituito ed accreditato presso l’Autorità come ESCo e che ora sta operando per ribaltare gli effetti dei “Certificati di Risparmio Energetico”, riservati alla ESCo, come un’utilità dei beneficiari delle prestazioni.
E’ quindi auspicabile proporre un programma di ulteriore replicazione e diffusione di buone pratiche già implementate, anche per realizzare quel ruolo di esempio del settore pubblico esplicitamente richiamato anche dalla Direttiva Europea 2006/32/CE (all’articolo 5) concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia.
Il recente intervento normativo si pone in questa direzione; ci riferiamo al D.L. 3 ottobre 2006, n. 262, convertito in legge il 27 ottobre 2006, che all’art. 38 prevede l’autorizzazione ad avviare “procedure ad evidenza pubblica” per l’individuazione di società alle quali affidare servizi di verifica, monitoraggio ed interventi diretti, finalizzati all’ottenimento di riduzioni di costi di acquisto di energia, sia termica che elettrica.
La nuova norma non farà contente le ESCo dal momento che limita la quantità del corrispettivo esclusivamente al ricavo della vendita di “eventuali titoli di efficienza energetica rilasciati in conseguenza dell’attività svolta”.
Siccome è alquanto difficile che un soggetto lavori e sopporti anche costi per essere pagato “eventualmente”, è chiara l’indicazione verso quelle ESCo che abbiano natura pubblica e possano permettersi di operare in questo modo. Il sospetto, che nasce, è però che questa disposizione in sede comunitaria non sia valutata positivamente.

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