Categorie approfondimento: Societario
15 Settembre 2013

La durata della società a responsabilità limitata e il recesso del socio

Di cosa si tratta

A seguito della Riforma del diritto societario è stata introdotta una norma che consente al socio di una società a responsabilità limitata di recedere dalla società in qualsiasi momento e di vedere liquidata la sua partecipazione nel caso che questa sia stata costituita a tempo indeterminato (art. 2473, 2° co. cod. civ., che dispone: “Nel caso di società contratta a tempo indeterminato il diritto di recesso compete al socio in ogni momento e può essere esercitato con un preavviso di almeno centottanta giorni; l’atto costitutivo può prevedere un periodo di preavviso di durata maggiore purché non superiore ad un anno”).
In un caso affrontato di recente la società aveva quale termine di durata il 30 giugno 2100 e la situazione era che per il controllo esercitato da un socio, che aveva realizzato in fatto la conduzione di altri soci, ottenendo le maggioranze necessarie per gestire la società secondo fini non condivisi da altro socio di minoranza, impediva a questo di godere dei benefici della partecipazione. Per l’assetto esistente obiettivo era di arrivare alla scissione della società con l’attribuzione del valore delle quote del socio di minoranza attraverso l’attribuzione della società risultante dalla scissione.
In alternativa, potendo esercitare la facoltà di recesso per la durata della società, esitava nell’intraprendere l’iniziativa in mancanza di precedenti giurisprudenziali sul punto e per l’incertezza se l’iniziativa potesse essere frustrata dall’esercizio di quanto previsto dal 5° comma della norma, che prevede: “Il recesso non può essere esercitato e, se già esercitato, è privo di efficacia, se la società revoca la delibera che lo legittima ovvero se è deliberato lo scioglimento della società”. Il tema era quindi se, esercitato il recesso per la durata eccessiva della società, una delibera che ne modifichi la durata accorciandola possa andare ad impedire il recesso.
Sul tema è intervenuta la sentenza della Suprema Corte di Cassazione, sez. 1°, del 22 aprile 2013, n. 9662 che ha rigettato il ricorso avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano n. 1415/10, emessa il 27 gennaio 2010 e depositata il 12 maggio 2010.
Una s.a.s. aveva convenuto in giudizio una s.r.l. davanti al Tribunale di Como per accertare il diritto al recesso dalla società adducendo quali cause giustificative: a) effettuazione di una operazione (la cessione in affitto dell’azienda alberghiera) che sostanzialmente aveva modificato l’oggetto sociale costituito dall’esercizio dell’attività alberghiera; b) deliberazione, da parte dell’assemblea straordinaria dei soci, di riduzione della durata della società dall’originario termine del 2100 al 2050, con conseguente soppressione del diritto di recesso del socio spettante, con la precedente durata al 2100, alla stessa stregua di una società con durata a tempo indeterminato; c) effetti negativi che la cessione in locazione dell’azienda alberghiera era destinata a provocare sulla gestione e sugli utili della società, attese le condizioni di favore accordate all’affittuario (una società controllata dallo stesso gruppo familiare che controlla la s.r.l.) per un periodo di ben nove anni rinnovabili alla scadenza per altri nove anni. Il Tribunale di Como, con sentenza non definitiva del 2 maggio 2007, aveva accertato il diritto al recesso della s.a.s., rilevando che essa non aveva acconsentito alla eliminazione della causa di recesso prevista dalla legge in relazione alla durata della società. La Corte di appello di Milano aveva respinto l’impugnazione della s.r.l., ritenendo assimilabile la fattispecie in esame a quella prevista dall’art. 2473 cod. civ., co. 1, che riconosce il diritto di recesso ai soci che non abbiano consentito alla eliminazione di una o più causa di recesso previste dall’atto costitutivo.
Il ricorso per cassazione della s.r.l. era affidato a un unico motivo di ricorso con il quale si deduce la erronea e falsa applicazione dell’art. 2473 c.c..
La Cassazione ha ritenuto la censura di erronea e falsa applicazione dell’art. 2473 c.c. infondata, laddove la ricorrente lamenta che la Corte di appello avrebbe indebitamente esteso il campo di applicazione della norma citata che prevede esclusivamente ipotesi di recesso legali e tassative o ipotesi previste statutariamente. L’assunto è stato ritenuto inconsistente in quanto l’art. 2473 cod. civ., al comma 1, l’atto costitutivo determina le ipotesi in cui il socio può recedere dalla società e le relative modalità.
La norma prevede che il diritto di recesso compete, in ogni caso, ai soci che non hanno consentito a una serie di ipotesi di modifiche della struttura societaria fra cui rientra quella dell’eliminazione di una o più cause di recesso previste dall’atto costitutivo. Il co. 2, dell’art. 2473 cod. civ., prevede poi che, nel caso di società contratta a tempo indeterminato, il diritto di recesso compete al socio in ogni momento e può essere esercitato con un preavviso di almeno centottanta giorni, ma l’atto costitutivo può prevedere un periodo di preavviso con durata maggiore purché non superiore ad un anno.
Per la Cassazione il coordinamento logico di queste disposizioni fa ritenere che il passaggio da un regime di durata a tempo indeterminato della società, che comporta il corollario legale del diritto del socio al recesso ad nutum, a un regime di durata a tempo determinato, che tale regime esclude, equivale (senza che possa parlarsi di indebita estensione delle ipotesi di recesso e di conseguente violazione dell’art. 2473 cod. civ.) a una ipotesi di eliminazione di una causa di recesso, che va a legittimare il recesso sulla base del diverso motivo.
Il nucleo della controversia per la Cassazione sarebbe costituito dalla assimilabilità o meno di una durata statutaria prevista per il 2100 a una durata a tempo indeterminato e ciò, evidentemente, al fine di ritenere se, di fronte a una durata della società fissata in epoca lontana e tale da oltrepassare qualsiasi orizzonte previsionale, non solo della persona fisica, ma anche di un soggetto collettivo, sussistano le stesse ragioni che hanno indotto il legislatore ad attribuire il diritto di recesso nelle società contratte a tempo indeterminato.
La risposta all’interrogativo, a giudizio della Corte, è positiva. La Corte ritiene decisive a tal fine delle considerazioni di ordine sistematico che registrano, da un lato, la conformazione delle società personali sul tempo di vita delle persone fisiche (art. 2285 cod. civ.). Per altro verso la necessità di distinguere la funzione che nel diritto societario, nel suo complesso, può avere la fissazione della previsione di durata dell’ente. Tale funzione ha lo scopo di optare per una determinazione dell’aspettativa di vita di una società in funzione della possibilità che il progetto di attività, che con essa si intende perseguire, possa essere, sia pure indicativamente, determinato. Quando invece, nel caso dell’impossibilità della determinazione prevalgono ragioni di perpetuità del progetto o limiti di individuazione prognostica dello spazio temporale necessario e/o programmato il contratto è a tempo ideterminato. In tale quadro di riferimento generale è evidente che una data molto lontana nel tempo ha l’effetto di far perdere qualsiasi possibilità di ricostruire l’effettiva volontà delle parti circa l’opzione fra una durata a tempo determinato o indeterminato della società. L’indicazione si risolve o in un mero esercizio delimitativo, che equivale nella sostanza al significato della mancata determinazione del tempo di durata della società ovvero in un sostanziale intento elusivo degli effetti, che si produrrebbero con la dichiarazione di una durata a tempo indeterminato. In quest’ultimo caso vi è la necessità di un intervento correttivo dell’interprete che garantisca il riconoscimento della tutela accordata dal legislatore al socio in una società che non preveda una determinazione del tempo della sua durata.
In termini più generali la Corte richiama l’orientamento del legislatore della Riforma che è consistito nel potenziare il diritto di recesso, specificamente nella forma della s.r.l., i cui dati distintivi sono frequentemente la ristrettezza della compagine societaria, il carattere familiare dell’investimento e, spesso, della gestione, la non ascrivibilità al modello della società aperta e, quindi, la non facile trasferibilità a terzi dell’investimento effettuato dai soci.
Se il legislatore della riforma ha, da un lato, voluto semplificare la gestione e l’esercizio dell’impresa affidata alla s.r.l., differenziandone maggiormente i connotati rispetto a quelli della s.p.a., per altro verso ha voluto tutelare i soci di minoranza, favorendo l’accessibilità al recesso come contropartita delle ampie facoltà attribuite al controllo da parte dei soci di maggioranza. Le esigenze di tutela dei soci di minoranza risultano quindi rafforzate per quanto concerne la possibilità di recedere da un investimento che non si riferisce più ai connotati essenziali dell’impresa selezionata dall’investitore. In questo contesto la previsione di poter recedere ad nutum dalla società in ragione della indeterminatezza della sua durata costituisce un profilo di affidamento che il legislatore ha voluto tutelare e che non può essere limitato se non in presenza di un chiaro indicatore della riferibilità del termine finale di vita della società ad un orizzonte razionalmente collegato al progetto imprenditoriale che ne costituisce l’oggetto.
Per tutte queste ragioni la Cote ha ritenuto corretta l’interpretazione dell’art. 2473 cod. civ., da parte dei giudici di merito in relazione a una durata della società al 31 dicembre 2100 che è stata ritenuta equivalente a una durata a tempo indeterminato.
Riteniamo di condividere quanto afferma la Corte e che la dottrina aveva già espresso; non risulta invece affrontato il tema nell’ipotesi dell’ultimo comma dell’art. 2473 cod. civ, quando, per impedire il recesso, la parte che vi ha interesse e ha la possibilità di farlo approvare propone e fa passare la modifica della durata della società accorciandola. Anche se questa delibera interviene ad altri fini, riteniamo che possa andare ad inficiare l’esercizio del diritto di recesso in quanto è previsto che, anche se già esercitato, il recesso diviene privo di efficacia. Ma invero la Cassazione sembra dire che il passaggio a tempo determinato sarebbe un’eliminazione di una causa di recesso e il fatto legittimerebbe ancora il recesso e l’escamotage non raggiungerebbe lo scopo.

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