Categorie approfondimento: Societario
12 Marzo 2013

Doppia contribuzione INPS per i soci amministratori: la Corte Costituzionale scrive la parola fine?

Di cosa si tratta

La Corte Costituzionale ha probabilmente chiuso l’annosa e controversa questione relativa alla doppia iscrizione previdenziale del socio amministratore di società, tema di cui ci siamo più volte occupati in passato (“La contribuzione INPS del socio lavoratore e Amministratore di S.r.l.”).
Sulla questione, a seguito di una nota pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (2010), si era aperto un varco per ottenere la cancellazione dei provvedimenti di iscrizione d’ufficio dall’INPS alla Gestione Commercianti dei soggetti già iscritti alla Gestione Separata (“Le Sezioni Unite contro la doppia contribuzione INPS: il criterio dell’attività prevalente”).
Per fronteggiare la situazione, era quindi intervenuto il legislatore, dettando una norma di interpretazione, che ribaltava la situazione, chiudendo la strada ai ricorsi dei contribuenti.
La questione di legittimità costituzionale di questa norma di interpretazione è stata sollevata dal Tribunale di Sondrio, in funzione di giudice del lavoro, e quindi rimessa alla Corte Costituzionale che, con decisione in data 25/02/2013, l’ha però dichiarato manifestamente infondata.
La norma “incriminata” è l’articolo 12, comma 11, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122.
La vicenda trae origine dal caso classico in cui un soggetto aveva ricevuto quattro cartelle di pagamento per contributi previdenziali della Gestione commercianti INPS, alla quale tale soggetto era stato iscritto d’ufficio dall’Istituto, in forza delle risultanze di un verbale di accertamento dell’ottobre 2008.
Il contribuente opponeva le cartelle in quanto già iscritto alla Gestione Separata in ragione della propria attività di amministratore unico della medesima società, esercente attività di agenzia di viaggi e turismo. Sosteneva quindi l’illegittimità della propria iscrizione anche alla Gestione Commercianti, sia per il difetto dei presupposti legittimanti, sia per il divieto di duplicazione dell’obbligazione contributiva di cui all’art.1, comma 208, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica).
Il Tribunale di Sondrio, che aveva esaminato la vicenda, ha quindi rimesso la questione alla Corte Costituzionale, osservando che sembrerebbe sussistere un profilo di illegittimità della norma.
Infatti, mentre, ai sensi dell’art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996, come interpretato dalla Corte di cassazione, Sez. Unite, 12 febbraio 2010, n. 3240, alla fattispecie in esame si sarebbe applicato il criterio della «unicità» dell’iscrizione, in ragione della prevalenza dell’attività commerciale rispetto a quella di amministratore, invece ai sensi della norma interpretativa contestata (art. 12, comma 11, del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 122 del 2010) si sarebbe applicato il regime della «doppia iscrizione», in quanto la regola della prevalenza non si potrebbe applicare all’attività di lavoro autonomo inerente alla Gestione separata, potendosi applicare soltanto in relazione a più attività autonome “esercitate in forma d’impresa dai commercianti, dagli artigiani e dai coltivatori diretti”.
Se dunque applicando l’art. 1, comma 208, della legge n. 662 del 1996, come interpretato dalla Corte di cassazione nel 2010, sarebbe conseguito l’accoglimento della domanda della ricorrente, l’applicazione della norma dichiaratamente interpretativa e, dunque, retroattiva, di cui alla legge n. 122 del 2010, determinerebbe il rigetto della domanda della ricorrente medesima.
Il giudice rimettente dubitava quindi della legittimità costituzionale della norma censurata, sotto il profilo del “principio generale di ragionevolezza delle norme” e con riguardo all’effettività del diritto dei cittadini di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
Infatti, la norma censurata sarebbe stata emanata in assenza dei presupposti individuati dalla giurisprudenza costituzionale per le leggi aventi efficacia retroattiva, considerato che la sentenza della Corte di cassazione, a Sezioni Unite, n. 3240 del 2010 era intervenuta in un contesto in cui non vi era contrasto nella giurisprudenza di legittimità sul significato del testo normativo, ma esclusivamente una vastità di contenzioso ed i notevoli relativi risvolti economici.
Nel caso di specie, poi, il legislatore, in mancanza di «superiori motivi di interesse generale» – tali non potendosi qualificare le ragioni finanziarie dell’INPS – e dopo la sentenza della Corte di cassazione, a Sezioni Unite, n. 3240 del 2010, avrebbe emanato una norma interpretativa in favore della parte pubblica del giudizio, così violando il diritto ad un «giusto processo».
La Corte Costituzionale non è stata dello stesso avviso e ha invece respinto le argomentazioni svolte dal Tribunale di Sondrio, ritenendo manifestamente infondata la questione di costituzionalità.
La Corte ha richiamato anche un proprio precedente (la sentenza n. 15 del 2012) che ha, in primo luogo, escluso la violazione dell’art. 3 Cost., in quanto l’opzione interpretativa scelta dal legislatore non avrebbe introdotto nella disposizione interpretata elementi ad essa estranei, ma le ha assegnato un significato derivante da una delle possibili letture del testo originario.
Inoltre ha ritenuto che l’intervento legislativo censurato non abbia inciso sui diritti processuali del cittadino, bensì opererebbe sul piano sostanziale e, dunque, non vulnera il diritto alla tutela giurisdizionale, a presidio del quale la norma costituzionale invocata è posta.
L’intervento legislativo, inoltre, sarebbe stato legittimo, poiché non è configurabile a favore del giudice un’esclusività dell’esercizio dell’attività interpretativa che possa precludere quella spettante al legislatore, così che l’attribuzione per legge ad una norma di un determinato significato non lede i poteri interpretativi del giudice, ma definisce e delimita la fattispecie normativa che è oggetto dell’attività interpretativa del giudicante.
Infine la norma interpretativa non interferirebbe sull’esercizio della funzione giudiziaria e sulla parità delle parti nello specifico processo, bensì pone una disciplina generale ed astratta sull’interpretazione di un’altra norma; la norma censurata si è limitata ad enucleare una delle possibili opzioni ermeneutiche dell’originario testo normativo, peraltro già fatta propria da parte consistente della giurisprudenza di merito e di quella della Corte di Cassazione che, secondo l’orientamento più recente, si è uniformata alla soluzione prescelta dal legislatore, soluzione “che ha superato una situazione di oggettiva incertezza, contribuendo così a realizzare principi d’indubbio interesse generale e di rilievo costituzionale, quali sono la certezza del diritto e l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge”.
È evidente che la decisione della Corte Costituzionale, al di là delle considerazioni tecniche sul giudizio di legittimità della norma, rappresenti un grosso aiuto per le casse dell’Istituto di previdenza, che – di contro – stante la già citata sentenza della Corte di Cassazione, avrebbe dovuto fronteggiare (perdendoli) una massa ingente di ricorsi in opposizione da parte di coloro che erano stati iscritti d’ufficio alla Gestione Commercianti INPS.
Con le sentenze ultime della Corte, invece, sembra definitivamente chiusa l’annosa vicenda e legittimata la pratica dell’Istituto di procedere alla doppia iscrizione e richiedere quindi il pagamento della doppia contribuzione.

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