22 Gennaio 2019

Diritto di abitazione del convivente superstite e la dichiarazione di successione

L’Agenzia delle Entrate ha recentemente analizzato il rapporto tra il diritto di abitazione del convivente superstite e la dichiarazione di successione; infatti con la riposta all’interpello n. 37/2018 ha trattato l’interpretazione dell’art. 1, co. 42 della legge 20 maggio 2016 n. 76, in un caso in cui il contribuente, che era deceduto in assenza di testamento, era erede del fratello, insieme alla sorella. Il defunto aveva coabitato dal 2008 con la compagna nell’abitazione a lui interamente intestata. La convivente aveva sempre avuto la residenza anagrafica in altro comune ma dal 2008 la sua residenza effettiva era stata presso il convivente in maniera ininterrotta.
L’interpellante chiedeva se ai fini del riconoscimento del diritto di abitazione previsto dall’art. 1 co. 42 della legge n. 76 del 2016 a favore del convivente more uxorio è necessaria la residenza anagrafica oppure se la coabitazione può essere provata in altro modo. Chiedeva se era possibile inserire nella dichiarazione di successione del defunto fratello anche la convivente superstite quale titolare del diritto di abitazione, pur in assenza della residenza anagrafica presso la casa del de cuius.
L’istante prospettava che il requisito della residenza anagrafica ai fini del diritto di abitazione abbia solo un effetto probatorio e non costitutivo del diritto, soluzione che era stata accolta dal Tribunale di Milano sez. IX con la pronuncia del 31 maggio 2016 con la quale è stato affermato che “ avendo la convivenza una natura “fattuale” e, cioè, traducendosi in una formazione sociale non esternata dai partners a mezzo di un vincolo civile formale, la dichiarazione anagrafica è strumento privilegiato di prova e non anche elemento costitutivo e ciò si ricava, oggi, dall’art. 1 co. 36 della L. n. 76 del 2016, in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”.
L’istante riteneva anche che la convivenza potesse essere provata con la dichiarazione degli eredi in forma di scrittura privata autenticata contenente il riconoscimento della convivenza ultraquinquennale tra il convivente superstite e il de cuius.
La soluzione prospettata presenterebbe il vantaggio di ottenere uno sgravio fiscale per gli eredi, posto che, inserendo il diritto di abitazione nella dichiarazione di successione del defunto, anche al convivente superstite diventavano imputabili le imposte della successione, evitando di effettuare una doppia trascrizione nei pubblici registri immobiliari per la denuncia di successione e per la costituzione del diritto di abitazione.
Di diverso avviso si è andata l’Agenzia che, in considerazione della legge 20 maggio 2016, n. 76, in tema di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, stabilisce che ai fini dell’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lett. b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento del DPr. 30 maggio 1989 n. 223 e “tale status può risultare dai registri anagrafici o essere oggetto di autocertificazione resa ai sensi dell’art. 47 del DPR n .445 del 2000”.
Pertanto, l’Agenzia ritiene che lo status di convivente possa essere riconosciuto sulla base di una autocertificazione anche senza che risulti da alcun registro anagrafico e la convivente superstite non abbia la residenza anagrafica nella casa di proprietà del de cuius.
Con riferimento, inoltre, al diritto di abitazione riconosciuto al convivente di fatto superstite l’Agenzia richiama la sentenza n. 10377 del 27.04.2017 con la quale la Suprema Corte ha chiarito che “la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, con la conseguenza che l’estromissione violenta o clandestina legittima alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 7214 del 21/03/2013; id. Sez. 2, Sentenza n. 7 del 02/01/2014).
La situazione è quindi riconducibile ad un diritto personale di godimento acquistato dal convivente in dipendenza del titolo giuridico individuato dall’ordinamento nella comunanza di vita attuata anche mediante la coabitazione.
Il riconoscimento del diritto di continuare ad abitare nella casa comune ad opera dell’art. 1 co. 42 della legge n. 76 del 2016 è volto a garantire la tutela del diritto all’abitazione dalle pretese restitutorie dei successori del defunto per un lasso di tempo sufficiente a consentite al superstite di provvedere a soddisfare l’esigenza abitativa; il convivente non assume la qualifica di legatario dell’immobile in quanto manca una disposizione testamentaria volta a istituirlo tale ai sensi dell’articolo 588 cod. civ.
Contrariamente a quanto ritenuto dall’istante, l’Agenzia esclude che il diritto di abitazione ex art.1 co. 42 della legge 76 del 2016 debba essere indicato nella dichiarazione di successione, in quanto diritto personale di godimento attribuito ad un soggetto che non è erede o legatario.

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