13 Settembre 2016

L’eterodirezione e l’abuso di posizione dominante

Una recente sentenza del Tribunale di Roma torna sul tema della dipendenza economica tra imprese e della responsabilità da attività di direzione e coordinamento di società.
La questione è la seguente: in regimi di mono-committenza, in cui il soggetto forte assume una posizione del tutto dominante, è possibile che si determini una responsabilità a carico del soggetto dominante, fonte di risarcimento in favore del soggetto “debole”?
In passato ci siamo già occupati del tema della subfornitura e degli effetti connessi all’abuso delle c.d. posizioni dominanti nei rapporti commerciali tra imprese (v. “La riduzione delle commesse”).
Il caso concreto esaminato dal Tribunale di Roma (sentenza n. 11925/2016, pubblicata il 13/6/2016) è una di quelle ipotesi tipiche in cui una (piccola) azienda lavora in via esclusiva in favore di una grande impresa, che – in vario modo – impone le proprie condizioni commerciali (prezzi di fornitura, tempistiche, ecc.).
In particolare, nel caso trattato la situazione presentava tra l’altro le seguenti caratteristiche: la lavorazione dei prodotti semilavorati avveniva in conformità a progetti esecutivi forniti dalla società committente; la conduzione dell’attività avveniva presso un capannone locato dalla società committente; i macchinari erano concessi in comodato gratuito dalla società committente; le utenze gas e luce erano intestate alla società committente, che poi addebitava una quota parte al subfornitore; le commesse erano eseguite sulla base di un programma di lavorazione stabilito dalla committente e non erano quindi oggetto di negoziazione reale; i prezzi erano stabiliti dalla committente e talvolta comunicati dopo la consegna dei prodotti lavorati.
Successivamente a una contestazione da parte della ditta subfornitrice, i rapporti venivano dapprima ridotti e poi interrotti, determinando di lì a poco il fallimento della società subfornitrice.
Nel giudizio in questione gli attori sostenevano che la società committente avesse esercitato un controllo esterno c.d. contrattuale sulla società subfornitrice, in virtù dei rapporti intercorsi; la controllante si sarebbe quindi resa responsabile ai sensi dell’art. 2497 c.c., essendosi avvantaggiata abusivamente a danno della società controllata, violando i principi di corretta gestione societaria e arrecando un pregiudizio alla redditività della controllata.
Il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di impresa, ha respinto la domanda di risarcimento sulla base delle seguenti considerazioni.
In via generale, il c.d. controllo esterno consiste in un “condizionamento oggettivo ed esterno dell’attività sociale”. Tale controllo deriva da “particolari vincoli negoziali, non essendo idonea (…) la sola dipendenza economica a dare luogo a una situazione di controllo in senso giuridico”. Pertanto non è rilevante un qualsiasi contratto cui consegua un’influenza rilevante, bensì è necessario che il contratto presenti “peculiarità di ordine economico, ma soprattutto giuridiche” che lascino pronosticare la dipendenza di una società verso la sua controparte contrattuale.
Sotto questo profilo, contratti che tipicamente si prestano all’instaurazione di rapporti dominanti sono quelli “di somministrazione, di agenzia, di commissione, di licenza di brevetto o di know how, soprattutto ove accompagnati da un vincolo di esclusiva”.
Per configurarsi il controllo esterno, il vincolo contrattuale di subordinazione deve generare una condizione per cui una società venga ridotta alla condizione di società-satellite dell’altra e ciò anche per il periodo successivo alla scadenza dell’accordo.
Alla luce di tali considerazioni, secondo il Tribunale di Roma, sebbene “la reiterazione di rapporti negoziali aventi il medesimo oggetto siano sintomatici di una posizione contrattuale “forte” di una società rispetto all’altra, rapporto di forza dal quale deriva anche la sostanziale “imposizione” dei corrispettivi della fornitura”, tuttavia ciò non è sufficiente per integrare la fattispecie del controllo.
La sola reiterazione di ordini nel tempo non determina uno spostamento all’esterno, in capo a un altro soggetto, della direzione dell’attività aziendale, ben potendo la società subfornitrice determinare le proprie scelte, in primis la scelta di non aderire alle condizioni imposte dalla società committente.
Anche la situazione di sostanziale mono-committenza, secondo i Giudici romani, non era stata “imposta”, ben potendo la società fornitrice cercare altri committenti.
Con riguardo ai macchinari concessi in comodato d’uso, infine, parte attrice non ha dimostrato che essi non fossero altrimenti reperibili sul mercato e quindi non ha dimostrato che sussistesse anche una dipendenza tecnologica dalla committente. Analogo discorso vale per la locazione del capannone, posto che la società subfornitrice avrebbe potuto cercare un’altra allocazione.
La decisione del Tribunale di Roma è in larga parte condivisibile per quanto concerne i principi affermati in relazione alle norme; l’elemento che non è stato forse considerato è che la teorica “libertà” di scelta del soggetto contrattuale debole si stempera in una logica temporale di lungo periodo: se è vero che la piccola ditta, in quanto soggetto giuridico autonomo, può sempre decidere di non accettare le imposizioni della grande azienda, ciò è vero solo quando le alternative siano reali, il che può avvenire in una fase iniziale del rapporto. Molto spesso, invece, questi rapporti commerciali durano anni, se non decenni, e diventano un imbuto nel quale progressivamente si infila il subfornitore; quando infine si arriva a determinare un regime di mono-committenza così forte, non sussistono più soluzioni alternative reali. In tale situazione fare riferimento ancora al concetto di “autonoma direzione dell’attività sociale” risulta oggettivamente non corrispondente alla realtà. Peraltro non sappiamo se tale argomentazione fosse stata dedotta nell’atto di citazione: porre l’accento su tale profilo temporale per arrivare a individuare il momento specifico in cui la condizione di dipendenza cambia e si trasforma in un controllo reale potrebbe infatti portare a una diversa interpretazione di fattispecie analoghe a quella descritta, con esiti giudiziali diversi.

(Visited 1 times, 26 visits today)