Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
19 Settembre 2016

La concorrenza sleale: nuovi strumenti per difendersi?

Secondo il Tribunale di Milano (sentenza del 27 luglio 2016) anche il cosiddetto “imprenditore in fieri”, cioè chi sta procedendo alla creazione di un’organizzazione d’impresa in vista di un ingresso sul mercato, può commettere atti di concorrenza sleale, fonte di risarcimento per la controparte danneggiata.
La vicenda sottoposta al Tribunale era la seguente.
La società A che si occupa della realizzazione e la vendita di apparecchiature medico scientifiche, decide di dotarsi di un’apposita sezione, denominata “Ricerca e Sviluppo”, nella quale sono inseriti sei ingegneri, con la specifica mansione di procedere allo studio di nuovi macchinari medicali e all’aggiornamento di quelli esistenti.
Dopo qualche tempo, sul server aziendale della società A perviene una email, con innumerevoli allegati, attestante una condotta anti aziendale svolta da alcuni dipendenti appartenenti alla sezione ricerca e sviluppo, in aperta concorrenza sleale con la società A. In particolare, alla mail predetta sono allegati due pdf relativi al business plan riguardante la costituzione di una nuova società B, di cui è previsto divengano soci tali dipendenti, nonché una serie di e-mail tra loro scambiate, contenente la lista dei fornitori e il piano di sviluppo della costituenda società B, nonché documenti relativi ai progetti delle macchine della società A “per la loro duplicazione”.
La società A procede al licenziamento di tali dipendenti e fa causa agli stessi per concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 cod. civ..
Il Tribunale di Milano, Sezione specializzata in materia di Impresa, ha accolto la domanda risarcitoria della società A, ritenendo che l’illecito di concorrenza sleale sia configurabile anche da parte di un soggetto non ancora formalmente qualificabile come imprenditore.
Osserva infatti il Tribunale che ai fini dell’applicabilità della disciplina repressiva della concorrenza sleale di cui all’articolo 2598 c.c., devono ricorrere due presupposti: 1) la qualifica di imprenditore in capo al soggetto avvantaggiato dall’atto di concorrenza (c.d. soggetto attivo) e in capo al soggetto danneggiato dall’atto di concorrenza (c.d. soggetto passivo); 2) la sussistenza di un rapporto di concorrenzialità tra il primo e il secondo, tale per cui il soggetto attivo, con la propria condotta, possa causare al soggetto passivo un danno che si concretizza in una perdita sul mercato a vantaggio del soggetto attivo.
Ai sensi dell’articolo 2082 cod. civ., è imprenditore “colui che esercita professionalmente un’attività economica organizzata per la produzione e lo scambio di beni e servizi”.
Tuttavia la giurisprudenza ha progressivamente esteso la nozione di “imprenditore”, rilevante ai fini dell’articolo 2598 c.c., così da ritenere sussistente il presupposto della qualifica di “imprenditore” anche in capo al c.d. “imprenditore in fieri”, ovvero “chi stia procedendo alla predisposizione di un’organizzazione d’impresa in vista di un ingresso sul mercato, laddove l’iniziativa imprenditoriale non si trovi in una fase meramente progettuale o preparatoria, ma consista in un programma organizzativo oggettivo e verificabile”.
Nel caso concreto, il Tribunale ha ritenuto che sussistessero i presupposti della figura dell’imprenditore “in fieri”, in particolare alla luce del contenuto del Business plan che è stato rinvenuto. Alcuni passi dello stesso erano estremamente eloquenti a proposito del fatto che i convenuti avessero elaborato un progetto già estremamente avanzato e delineava l’intento di dare vita ad un’azienda parallela alla società per cui lavoravano, che, in aperta concorrenza con la stessa, avrebbe dovuto mettere in produzione e vendere sul mercato internazionale i medesimi prodotti medicali.
Non vi era dubbio per il Tribunale che i convenuti potessero essere inquadrati nella tipologia dell’imprenditore ‘in fieri’, quale concorrente potenziale, in quanto avevano non solo pianificato nei dettagli la nuova realtà aziendale (proprietà, organigramma aziendale, tipologia della produzione, destinazione della stessa), ma assunto comportamenti prodromici alla realizzazione dei prototipi dei macchinari onde poter sviluppare in concreto una previsione di costi e ricavi.
Poiché l’illecito concorrenza sleale si qualifica come illecito di pericolo, che non si perfeziona necessariamente nella produzione di un pregiudizio effettivo al patrimonio del soggetto passivo ma con la sola potenzialità di un simile pregiudizio (necessario, invece per poter pretendere il risarcimento del danno), secondo il Collegio milanese ne consegue che la condotta attuata dai convenuti potesse certamente essere considerata come concorrenza sleale di cui all’art 2598 n. 3 c.c. in quanto condotta contraria ai principi della correttezza professionale idonea a danneggiare l’altrui azienda.
La sentenza del Tribunale di Milano è interessante perché si occupa di una situazione assai frequente nelle dinamiche dell’impresa, quando si verificano fuoriuscite di persone da una società allo scopo di intraprendere un’attività in concorrenza con la prima.
Non sempre è facile porre rimedio a tali situazioni, anche qualora si configuri una concorrenza sleale da parte dei fuoriusciti, che approfittano di dati e know-how appartenenti alla società da cui provengono.
Spesso accade che la società “bersaglio” si accorga troppo tardi della situazione, quando la concorrenza è già in atto e senza aver a disposizione strumenti per dimostrare i profili di illeceità della stessa.
A questo proposito, la sentenza commentata è interessante anche perché il Tribunale ha affrontato un’altra questione importante e cioè l’utilizzabilità nel corso del processo di prove acquisite illecitamente. Nel caso di specie, infatti, la società A è entrata in possesso delle email dei dipendenti, mediante un accesso abusivo alla loro corrispondenza. E solo grazie a queste email e al loro utilizzo nel processo, che è stato ammesso, la società A ha vinto la causa ed è stata risarcita.
La sentenza del Tribunale di Milano segna nuovi confini nella difesa da talune pratiche di concorrenza sleale, sotto il profilo della anticipazione della tutela e degli strumenti per ottenerla; tuttavia occorre considerare che mentre il profilo relativo alla responsabilità dell’imprenditore in fieri può dirsi consolidato in giurisprudenza, il tema relativo all’utilizzo di prove illecitamente acquisite è controverso e, comunque, foriero di possibili effetti collaterali di indubbia rilevanza (sul punto si veda “Le email illecitamente acquisite utilizzabili nel processo civile”).

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