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22 Dicembre 2016

Dichiarazione errata dei dati previdenziali: l’INPS è tenuto al risarcimento

Stiamo vivendo un periodo nel quale i conti su quanto si è contribuito a fini previdenziali e quale periodo sia maturato hanno grande interesse offrendo il legislatore anche con frequenti provvedimenti la possibilità di anticipata uscita dal mondo del lavoro.
Se i contributi riconosciuti e accreditati dall’INPS sono diversi tra quanto riconosciuto dall’Ente con una propria dichiarazione o certificazione, deve essere riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni a carico dell’Inps quando dall’utilizzo di questi dati non sia maturato il diritto alla pensione.
Le più varie ragioni possono portare ad avere una situazione “caricata” dall’Inps diversa da quella reale ed è anche vero che l’interessato dovrebbe avere una idea di quanto abbia in concreto fatto e i dati ben avrebbero dovuto essere conoscibili e riconoscibili dal lavoratore corrispondendo questi a quanto lui aveva vissuto nel periodo lavorativo.
La Corte di Cassazione (Sez. Lav. 8 settembre 2015, n. 17773) ha annullato una pronunzia che riteneva di non riconoscere validità ad un prospetto contributivo, sul quale l’assicurato fondava la propria domanda, costituito da una semplice stampa dei dati risultanti dall’archivio informatico dell’Ente previdenziale; questo non aveva una funzione certificativa ed era privo di sottoscrizione; avendo anche avuto l’assistenza di un Patronato il documento non avrebbe dovuto avere la capacità di indurre in errore il lavoratore circa l’effettiva valenza del documento per quanto riguardava le duplicazioni dei versamenti e la loro utilizzabilità.
La Cassazione ritiene di non discostarsi da quanto con una precedente sentenza aveva già sostenuto (Cass. Sez. Lav. 21 settembre 2013, n. 21454), cioè che al rilascio da parte dell’Inps di estratti conto assicurativi, contenenti le risultanze d’archivio, anche prive di sottoscrizione, che riportino in eccesso la quantità di contributi versata e che siano solo apparentemente sufficienti a fare fruire della pensione di anzianità, vada riconosciuto il danno sofferto dall’interessato per la successiva interruzione del rapporto di lavoro per dimissioni assumendo corretti i dati dei versamenti dei contributi; in questi casi si ritiene che non sia riconducibile ad una responsabilità extracontrattuale, ma contrattuale in quanto fondata sull’inadempimento all’obbligo legale gravante sugli enti pubblici dotati di potere di indagine e certificazione, anche per il tramite di clausole generali di correttezza e buona fede (applicabili in forza dell’art. 97 Cost. quale principio di imparzialità e di buon andamento), ragione per cui non va frustrata la fiducia di soggetti titolari di interessi al conseguimento di “beni essenziali della vita”, fornendo informazioni errate o anche dichiaratamente approssimative, pur se contenute in documenti privi di valore certificativo.
La buona fede come criterio di comportamento opera non soltanto nei rapporti obbligatori di diritto privato, ma anche in quelli tra pubblici poteri e cittadini. Esprimerebbe un principio costituzionale da rispettare, come nell’ambito dei rapporti contrattuali, l’affidamento e l’attendibilità delle dichiarazioni provenienti dall’Ente.
La provvisorietà o comunque l’incertezza dei dati raccolti deve distogliere l’Ente pubblico dal comunicarli in qualsiasi forma, fino al sollecito perfezionamento dei necessari accertamenti. Il cittadino che riceve un danno ingiusto da dichiarazioni non veritiere rese da una P.A., deve essere risarcito in misura diminuita ai sensi dell’art. 1227 cod. civ., che prevede: “Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate.
Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza”, cioè quando le espressioni cautelative usate erano idonee a fare dubitare dell’esattezza dai dati esposti.

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