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31 Marzo 2020

Diamanti: i danni subiti dagli acquirenti

La negoziazione di diamanti con l’intervento di un istituto di credito è stata oggetto della pronunzia del Tribunale di Modena del 10 marzo 2020.
Ci siamo già occupati di diamanti in due precedenti articoli (“Diamanti e tutela del consumatore bancario” e “I diamanti sono un prodotto finanziario quando venduti da banche?“) e torniamo sul tema dopo l’intervento della pronunzia richiamata, anche se siamo in attesa di altre sentenze dei giudizi in corso. In particolare è attuale il tema delle restituzioni dei diamanti in quanto una società venditrice è stata dichiarata fallita e il Tribunale di Milano, sezione fallimentare, ha dato il consenso alla restituzione dei diamanti acquistati da migliaia di risparmiatori. I clienti hanno la possibilità di rivendere le pietre anche se il recupero non sarà integrale.
La fase attuale vede la necessità di attivarsi prontamente per procedere con le richieste di risarcimento alle banche che hanno partecipato alla vendita. Siccome i diamanti erano stati bloccati per il fallimento della venditrice; ora il curatore fallimentare ha dato il consenso alla restituzione ai clienti che potranno rivenderle, ma non certo recuperare il prezzo alto corrisposto. Da qualche anno il Tribunale di Milano ha avviato un’indagine per truffa su banche e società coinvolte nella vicenda e sono stati sequestrati preventivamente alcuni milioni di euro che aprono nuove possibilità per i risparmiatori truffati.
Nel giudizio richiamato l’attore chiedeva di accertare e dichiarare la responsabilità precontrattuale contrattale o extracontrattuale della banca per il contributo essenziale e determinante nel fatto doloso o colposo, anche in ordine alla violazione delle norme dell’art. 20-21-22 del Codice del Consumo ovvero per la responsabilità direttamente imputabile alla banca per la condotta contraria ai doveri di diligente esecuzione della prestazione qualificata e di conseguenza condannare la banca al risarcimento in forma specifica e, previo trasferimento ad essa della proprietà dei diamanti, alla restituzione degli importi pagati e al risarcimento per equivalente con il differenziale fra il prezzo pagato e la stima della utilità che potrà realisticamente ricavarsi dalla vendita ad operatori del settore.
La vicenda scaturiva dall’avere acquistato nel corso del 2016 dal venditore dei diamanti a fronte di un elevato corrispettivo con proposte contrattuali sottoscritte presso la banca tramite la partecipazione attiva di un funzionario ad essa preposto.
Si era poi accertato tramite perizia tecnica di parte che il reale valore di mercato delle pietre fosse ben inferiore rispetto al prezzo di acquisto, come emerso anche nel provvedimento AGCM 20 settembre 2017, che ha messo in luce un sistema di pratiche commerciali ingannevoli posto in essere tramite il canale bancario.
Secondo i ricorrenti, il costo economico del danno, identificato nella differenza tra le somme corrisposte e il valore delle pietre, deve essere trasferito nella sfera giuridica dei clienti che chiedevano che la banca fosse condannata al risarcimento del danno.
La banca sosteneva di essere soggetto terzo rispetto ai contratti in contestazione e di aver svolto mera attività di segnalazione degli affari sulla base di materiale informativo predisposto dal venditore, mentre non avrebbe dato una corretta percezione del valore delle pietre senza avere fornito le informazioni in ordine alla differenza tra il prezzo di acquisto e il reale valore dei diamanti.
La doglianza ha evidenziato che il valore della pietra copriva solo in parte (20-40%) il prezzo pagato dal consumatore, dovendosi aggiungere: costi doganali/Trasporto Assicurato/Oneri generali; copertura assicurativa/custodia; costi rete commerciale; commissione banca [10-20% in proporzione rispetto al prezzo pagato dal consumatore]; il margine del venditore [20-40% in proporzione rispetto a quanto pagato dal consumatore]; IVA (22%) [10-20% in proporzione rispetto al prezzo pagato dal consumatore]; esisteva una differenza tra il valore delle pietre acquistate e il prezzo corrisposto, non è stata oggetto di specifica contestazione da parte del venditore, che si è difeso negando la responsabilità per la tipologia di attività svolta.
Il Tribunale condivide la giurisprudenza di merito secondo cui il fondamento normativo della responsabilità della banca, nel caso di specie, deve ravvisarsi nel rapporto contrattuale tra banca e cliente che si atteggia a mero presupposto storico (art. 1173 cc) o addirittura nel rapporto stesso, in quanto vendita di beni preziosi, a cui la banca ha sicuramente contribuito, costituendo attività connessa a quella bancaria che il D.M.Tesoro 6 luglio 1994 definisce come attività accessoria che comunque consente di sviluppare l’attività esercitata, che richiede di fornire l’informazione commerciale.
Nel caso di specie, la banca non ha chiesto di provare questa specifica circostanza e ha negato che tale obbligo sussista. Tuttavia, il Tribunale riteneva di non poter condividere tale prospettazione, anche solo in base a ciò che emergeva dalla documentazione e a ciò che il venditore di fatto non contestava. Anche ad ammettere che l’attività della banca fosse di mera segnalazione e di mero tramite agli attori del materiale informativo del venditore, la brouchure indica l’avvertenza che le banche svolgono attività di mero orientamento della clientela interessata. Le informazioni più specifiche sarebbero da acquisire presso il venditore e la banca non si assumerebbe nessuna responsabilità.
La determinazione all’acquisto è derivata dall’apprendere dalla banca dell’esistenza della possibilità di considerare l’investimento, e l’obbligo di informare ad avviso del Tribunale gravava sulla banca in quanto erano clienti da anni; l’interesse è stato provocato dalla banca; tra i contenuti informativi minimi vi doveva essere il far conoscere che il costo non era solamente delle pietre, ma anche il pacchetto complessivo dell’operazione; il valore intrinseco delle pietre non come “caratteristica della pietra, ma del suo valore, non solo diamanti ma anche servizi; la circostanza doveva essere nota alla banca e vi era inglobata una provvigione per sè nel prezzo dell’operazione; la banca non poteva demandare a terzi l’informazione in suo possesso sui valori medi individuabili sul mercato.
Sotto il profilo della quantificazione del danno, il giudice ritiene che si debba tenere conto di eventuali vantaggi collegati all’illecito in applicazione della regola della causalità giuridica, altrimenti il danneggiato ne trarrebbe un ingiusto profitto, oltre i limiti del risarcimento riconosciuto dall’ordinamento; il risarcimento deve coprire tutto il danno cagionato, ma non può oltrepassarlo, non potendo costituire fonte di arricchimento del danneggiato, il quale deve invece essere collocato nella stessa curva di indifferenza in cui si sarebbe trovato se non avesse subito l’illecito; allo stesso modo occorre tener conto degli eventuali effetti vantaggiosi che il fatto dannoso ha provocato a favore del danneggiato. È indubbio che un arricchimento ci sia stato e non restava che attenersi alle informazioni degli attori, che, considerando tutti gli acquisti, indicavano il valore complessivo delle pietre, in linea con quanto era emerso dal provvedimento AGCM che indicava che il valore delle pietre copriva il 20-40% del prezzo pagato.
Per altro verso resta il tema della difficoltà di ricollocamento dei diamanti che non pare in grado di modificare i termini della questione. Non ci sono infatti ragioni per escludere che i diamanti possano essere rivenduti in un mercato non più alterato dalla pratica commerciale scorretta del venditore, e per quanto illustrato il Tribunale ha accolto la domanda e condannato a risarcire li clienti della banca.

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