Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
21 Settembre 2012

Deducibilità delle perdite

Di cosa si tratta

Torniamo su un tema che abbiamo considerato di recente in occasione dell’intervenuta pronunzia della Corte di Cassazione del 21 aprile 2011, n. 9218 in relazione alle perdite su crediti (nel sito Cfr.: Passaggio a perdita dei crediti in sofferenza”) in quanto il legislatore ha considerato il tema nella L. 7 agosto 2012 n. 134, di conversione del D.L. 22 giugno 2012 n. 83, recante “misure urgenti per la crescita del Paese.
Collocando la disposizione al capo III, in tema di Misure per facilitare la gestione delle crisi aziendali, all’art. 33 sulla “Revisione della legge fallimentare per favorire la continuità aziendale”, ha disposto:
“co. 5. Le perdite di beni di cui al comma 1, commisurate al costo non ammortizzato di essi, e le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e in ogni caso, per le perdite su crediti, se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali o ha concluso un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267”.
Divisi dunque in due ordini i crediti, il legislatore individua da una parte come deducibili quelli che risultano da elementi certi e precisi e dall’altra quelli che confluiscono nelle procedure concorsuali.
Per la seconda categoria il legislatore individua il momento nel quale si può procedere a passare a perdita i crediti delle procedure concorsuali e cioè:

  • dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento,
  • dal provvedimento che ordina la liquidazione coatta amministrativa
  • dal decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo
  • dal decreto di omologazione dell’accordo di ristrutturazione
  • dal decreto che dispone la procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi.

Per la prima categoria individua a parte la specie dei crediti “di modesta entità” per i quali siano decorsi sei mesi dalla scadenza del debito; ricorrendo il secondo presupposto, considera di modesta entità il credito quando ammonta ad un importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione di cui all’art. 27, comma 10, del D.L. 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2 (“10. Si considerano imprese di più rilevante dimensione quelle che conseguono un volume d’affari o ricavi non inferiori a trecento milioni di euro. Tale importo è gradualmente diminuito fino a cento milioni di euro entro il 31 dicembre 2011. Le modalità della riduzione sono stabilite con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate, tenuto conto delle esigenze organizzative connesse all’attuazione del comma 9.”), e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese.
Rappresenterebbe ancora l’esistenza di “elementi certi e precisi” la condizione data dal fatto che il diritto alla riscossione del credito sia prescritto, mentre per i soggetti che redigono il bilancio in base ai principi contabili internazionali di cui al regolamento CE n. 1606/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 luglio 2002, gli elementi certi e precisi sussistono inoltre in caso di cancellazione dei crediti dal bilancio operata in dipendenza di eventi estintivi.
Ricapitolando con la nuova disposizione si avrebbe: per le procedure concorsuali la determinazione della data che è quanto serve per potere effettuare lo scarico a concorrenza di quanto andrebbe perduto; la dimensione del credito che consente ugualmente l’abbattimento, restando però fuori da ogni determinazione i crediti maggiori della soglia indicata; i crediti prescritti.
Se i crediti sono importanti, è ovvio che il creditore non trascurerà iniziative e la loro prescrizione non dovrebbe realizzarsi con frequenza; sono queste due categorie residue, ma non residuali, che pongono ancora il problema del loro trattamento.
Per le conclusioni riteniamo di richiamare quanto già illustrato nel precedente commento, aggiungendo che la categoria dei crediti prescritti è solo all’apparenza chiara.
Se da un lato è ovvio che un credito, se è prescritto, non ha oramai alcuna utilità, dall’altro se non è piccolo, pone anche il tema della valutazione dell’inerzia che ha portato alla scadenza dei termini senza che si sia operato per il recupero. Questo comportamento antieconomico, che ha realizzato una perdita, come nei casi di rinunzia, richiede che sussistano ai fini della deducibilità i requisiti della inerenza e dell’inevitabilità. Dovrà quindi l’imprenditore avere operato per il recupero, anche se il costo non può ritenersi giustificato, ma che va sostenuto per consentire l’abbattimento.
Riteniamo poi che all’infruttuosità del tentativo di recupero il concorso della successiva prescrizione consenta di chiudere definitivamente e in modo insuscettibile di altri sindacati la posizione.

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