Categorie approfondimento: Credito e banche
12 Dicembre 2013

Il decreto ingiuntivo della banca per il rientro del credito

Di cosa si tratta

Lo strumento con il quale la banca effetua il rientro del credito accordato al cliente è il decreto ingiuntivo richiesto ai sensi dell’art. 50 del TUB (Testo Unico Bancario).
Recita la disposizione: “La Banca d’Italia e le banche possono chiedere il decreto d’ingiunzione previsto dall’art. 633 del codice di procedura civile anche in base all’estratto conto, certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della banca interessata, il quale deve altresì dichiarare che il credito è vero e liquido”. La disposizione è nata quando ancora esisteva l’obbligo di certificare ad opera del notaio l’estratto autentico delle scritture contabili per le imprese in generale che chiedevano un decreto ingiuntivo e chiaramente rappresenta uno dei favori che al sistema bancario era dato per facilitare il recupero dei crediti.
La relatività, che ora si è inserita sul contenuto sottostante la dichiarazione, impone la considerazione di alcuni temi.
L’estratto conto certificato conforme alle scritture contabili da uno dei dirigenti della Banca, che contiene la dichiarazione che il credito è vero e liquido (il documento ex art. 50 TUB) è diverso dall’estratto di saldaconto previsto dall’art. 102 L. 7 marzo 1938 n. 141 (“L’istituto di emissione e gli istituti di credito di diritto pubblico possono chiedere il decreto di ingiunzione ai sensi dell’art. 3 del R.D. 7 agosto 1936, n. 1531, anche se in base all’estratto dei loro saldaconti, certificato conforme alle scritturazioni da uno dei dirigenti dell’istituto interessato”) il quale limita il valore probatorio di questo documento al procedimento monitorio; diventa così nel giudizio di opposizione un documento solo indiziario, la cui portata è limitatamente apprezzata dal Giudice nel contesto di altri elementi ugualmente significativi, mentre l’estratto conto vero e proprio, di cui all’art. 50 del D.Lgs. n. 385/93, ha l’efficacia probatoria prevista dall’art. 1832 c.c. (cfr. Cass. 19 marzo 2009 n. 6705).
Come documento indiziario, la portata del documento ex art. 102 L. 7 marzo 1938 n. 141 può essere liberamente valutata dal giudice nel contesto di altri documenti che possano essere significativi a smentirne il contenuto.
Avrebbe invece l’efficacia di cui all’art. 1832 cod. civ. il documento ex art. 50 TUB. La sentenza, alla quale ci richiamiamo per le affermazioni riportate, è del Tribunale di Chieti in data 25 ottobre 2013 n. 717.
Invero il merito del giudizio legato a molte eccezioni e rilievi era anche più complesso sospingendosi a formulazioni di invalidità di punti quali l’anatocismo trimestrale, le Commissioni di Massimo Scoperto e lo ius variandi.
Limitatamente al nostro tema la pronuncia prosegue sostenendo che il certificato di saldaconto “ha valore indiziario e può assolvere l’onere della prova dell’ammontare del credito in forza della clausola, contenuta nel contratto di conto corrente, con la quale il cliente riconosca che i libri e le scritture contabili della banca facciano piena prova nei suoi confronti, trattandosi di clausola immune da nullità, agli effetti dell’art. 2698 cod. civ., in quanto non integrante una non consentita inversione dell’onere probatorio su diritti di cui le parti non possano disporre, né un aggravamento eccessivo dell’esercizio del diritto (Cfr.: Cass. 2 dicembre 2011, n. 25857)”.
Nel concreto la sentenza prosegue richiamando il contenuto del contratto di fideiussione che prevedeva espressamente la pattuizione sulla “fede” delle risultanze delle scritture contabili della banca.
Non ci sentiamo di aderire all’interpretazione, anche supportata dalla pronuncia della Cassazione, che esclude che il patto renda ad una delle parti eccessivamente difficile l’esercizio del diritto. Infatti la corte di merito si mette al sicuro, confermando che la banca “ha pure prodotto l’intero estratto conto del rapporto di conto corrente”, che non sarebbe stato oggetto di successiva contestazione.
La risultanza contabile ha la sola fede della coincidenza ad altre scritture, ma il potenziamento di questa in virtù di un patto contrattuale pare un eccesso che come tale dovrebbe cadere sotto la comminatoria della nullità prevista dall’art 2698 cod. civ.; quanto meno lasciamo lo spunto a chi avrà occasione di affermarlo ed approfondirlo in sede giurisprudenziale.

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