Categorie approfondimento: Credito e banche
24 Aprile 2014

Il cumulo degli interessi corrispettivi e moratori per il Collegio di Coordinamento dell’ABF

Di cosa si tratta

Il Collegio di Coordinamento dell’ABF (Arbitro Bancario Finanziario) con provvedimento in data 19 marzo 2014 ha deciso in merito alla possibilità di cumulare il tasso di interesse pattuito e il tasso di mora di un rapporto di conto corrente con apertura di credito al fine di stabilire l’usurarietà (nel sito il pensiero del remittente, cfr.: “Il cumulo degli interessi corrispettivi e moratori per l’ABF di Roma: l’ABF remittente”.
Sul punto infatti il riferimento giurisprudenziale è quello dato dalla Cassazione con la sentenza del 9 gennaio 2013, n. 350, che afferma la possibilità di compiere l’operazione.
Al fine di dare un’indicazione ai vari Collegi degli arbitri sul territorio italiano il Collegio di Coordinamento ha voluto dare la sua interpretazione che perviene alla conclusione della non correttezza dell’operazione di cumulo di interessi corrispettivi e moratori.
Il Collegio ha ritenuto che la domanda si fondi su un errore di prospettiva e non può essere accolta, ritenendo che, al fine di dimostrare il superamento del tasso soglia, non sia sufficiente compiere l’operazione aritmetica di sommare la cifra che indica il tasso di mora con la cifra che indica il tasso effettivo annuo, confrontare tale somma aritmetica con il tasso soglia del periodo e ricavare l’effetto giuridico dell’azzeramento di entrambi.
Per il Collegio la regola di diritto è tutt’altra e, per ottenere l’effetto per cui “non sono dovuti interessi “, occorre che gli interessi siano “promessi o comunque convenuti” con effetto giuridicamente vincolante, mentre non rileva che siano descritti. Da ciò discende che la somma che il ricorrente propone può essere presa in considerazione solo se ad essa corrisponde una somma di obblighi di pagamento, fatto che non sussisterebbe.
In primo luogo perché in riferimento ad un’apertura di credito ad utilizzo flessibile, gli interessi corrispettivi sono, in quanto obblighi di concreto pagamento da adempiere in costanza del rapporto di credito programmato, alternativi rispetto agli interessi moratori che identificano gli obblighi di pagamento riferiti alle somme dovute seguenti alla messa in mora e non cumulabili con questi ultimi.
In secondo luogo perché il contratto contiene una clausola di salvaguardia mediante la quale le parti hanno convenuto che il finanziato non potrà mai essere obbligato al pagamento di interessi superiori al tasso soglia e non solo a quello rilevato nel periodo in cui il contratto è stato concluso, ma anche, sembrerebbe, a quelli rilevati nei periodi di pagamento. Sul punto ci siamo già espressi in modo difforme (nel sito: “Usura e clausola di salvaguardia”). La somma aritmetica proposta dal ricorrente non corrisponde alla individuazione di alcun obbligo di pagamento assunto con il contratto, ma, al contrario, contraddice le pattuizioni intercorse ed è perciò priva di base giuridica.
Il thema respondendum diviene quello di sapere se sia giuridicamente corretto estendere agli interessi moratori la specifica disciplina sanzionatoria prevista, agli effetti civili, dall’art. 1815, 2° comma c.c. ai sensi del quale se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi.
La sanzione è considerata drastica e di tipo nettamente sanzionatorio più che conformativo. Tale eccezionale tipologia di sanzione si giustifica solo all’interno dello specifico sistema di contrasto del fenomeno dell’usura, che è stato appositamente disegnato dal legislatore e che, ponendo capo ad un rimedio essenzialmente sanzionatorio, non è suscettibile di applicazione estensiva.
Tale sistema è fondato sulla legge e su parametri oggettivi; la norma civile si coordina con quella penale che rinvia alla legge come limite oltre il quale gli interessi sono usurari. La legge n. 108/1996 prevede che il limite sia il tasso effettivo globale medio, comprensivo di commissioni, remunerazioni qualsiasi tipo e spese, escluse imposte e tasse, riferito ad anno degli interessi praticati dalle banche ed intermediari, aumentato di un quarto e quattro punti percentuali.
Nemmeno la legge speciale fissa un tasso usurario, ma istituisce un procedimento per determinare di volta in volta con scadenza trimestrale quale sia il tasso usurario in relazione a tipologie predefinite di operazioni di credito ed all’andamento del mercato. La determinazione, che costituisce l’esito finale del procedimento, è effettuata trimestralmente dal Ministero del Tesoro con la nota procedura. A tale tasso medio rilevato si applica la previsione incrementativa da ultimo stabilita dal D.L. 13 maggio 2011 n. 70.
La nozione di interesse usuraio di cui all’art. 1815 c.c. dipenderebbe dall’esito di un procedimento di concretizzazione che si svolge nel tempo e che è teso ad individuare per ciascun trimestre una misura certa dei tassi usurari espressa in forma matematica.
La rilevazione svolta dalla Banca d’Italia sui tassi effettivi globali medi distingue due tipologie di crediti: quelli per i finanziamenti a utilizzo flessibile e quelli per i finanziamenti con un piano di ammortamento predefinito. In entrambi i casi nelle basi di calcolo degli oneri sostenuti dal cliente, di cui il soggetto finanziatore è a conoscenza, sono inclusi: tutta una serie di elementi di costo specifici ed individuati. Non è prevista la segnalazione, e quindi manca la rilevazione, degli oneri a titolo di: “d) interessi di mora e gli oneri assimilabili contrattualmente previsti per il caso di inadempimento di un obbligo”. L’esclusione dalle segnalazioni e successive rilevazioni degli interessi di mora contrattualmente previsti per i casi di ritardo nei pagamenti è stata ribadita in data 25 marzo 2011 dal D.M. del MEF relativo ai tassi soglia trimestrali.
Da quanto illustrato il Collegio deduce che non rileva ai fini del quesito sollevato dal Collegio Remittente la diversità ontologica tra interessi corrispettivi ed interessi moratori, ma il solo fatto che i moratori non sono rilevati nel corso del procedimento che identifica i tassi soglia e non fanno parte dell’insieme delle voci di costo del credito che confluiscono nella identificazione dei tassi soglia.
Tra i due insiemi, quello concretamente pattuito tra le parti di un rapporto creditizio e quello rilevato al fine di identificare il tasso soglia, vi deve essere perfetta simmetria, sia sotto il profilo della composizione dell’insieme sia sotto il profilo cronologico, come chiarito a quest’ultimo riguardo dal D.L. 29/12/00 n. 394, di interpretazione autentica della L. n. 108/96.
Non rileva la diversità di natura giuridica ed economica tra tassi corrispettivi e tassi moratori, né argomenti esegetici tratti da testi normativi come l’espressione “a qualsiasi titolo”. Rileva solo se una certa voce di costo del credito è effettivamente presa in considerazione nelle rilevazioni che vengono condotte nel corso del procedimento di identificazione dei tassi soglia. Va quindi ribadito il principio fondamentale della perfetta simmetria tra i due termini del confronto. Il quesito formulato dal Collegio Remittente non intende rimettere in gioco operazioni di sommatoria tra interessi corrispettivi ed interessi moratori del tipo di quella proposta dal ricorrente. Simili operazioni aritmetiche rimangono errate ed antigiuridiche. Il quesito formulato dal Collegio Remittente può acquistare un senso solo in riferimento ad ipotesi in cui sia la formulazione pattizia a prevedere che la misura degli interessi moratori si componga della somma del tasso degli interessi corrispettivi accresciuto di una certa percentuale e sempre che tale addizione produca un valore superiore al tasso soglia del momento della stipulazione.
In realtà il quesito formulato dal Collegio Remittente prende consistenza solo quando si possa condividere l’assunto, per cui sia gli interessi moratori che quelli corrispettivi avrebbero la stessa natura/funzione di remunerare lo spostamento di una somma di denaro da una sfera giuridica all’altra, sicché si può giustificare il ricorso a rilevazioni condotte in riferimento ai tassi corrispettivi anche per stabilire soglie massime riguardanti i tassi moratori.
Tuttavia si tratta di tesi incompleta perché muove dalla sola analisi della causa giustificatrice astrattamente considerata e trascura di considerare che gli interessi corrispettivi sono stabiliti in dipendenza di un equilibrio concordato che determina anche i termini temporali in cui lo spostamento di disponibilità di una somma di denaro da un soggetto all’altro abbia effetto. Al contrario, gli interessi moratori compensano il creditore per la perdita di disponibilità di somme di denaro che esso non ha accettato, ma che solo subisce per effetto del ritardo nel pagamento che gli è dovuto e per un periodo di tempo non prevedibile. Il fatto che la misura degli interessi moratori possa essere preconcordata tra le parti non incide sulla differenza rilevata perché preliquidare l’ammontare del danno non muta la natura giuridica del debito risarcitorio. E’ anche da considerare la diversa intensità del rischio creditorio sottesa alla determinazione della misura degli interessi corrispettivi da un lato e degli interessi moratori dall’altro. Infatti la prima misura incorpora il presupposto della puntualità nei pagamenti dovuti, mentre la seconda incorpora l’incertezza relativa al momento della solutio, posto che il soddisfacimento delle ragioni creditorie non è più affidato alla fisiologica esecuzione del contratto, ma ai rimedi che assistono il creditore deluso, il quale può anche rimanere tale per sempre. Da ciò deriva la necessità logica di differenziare la misura dei due tipi di interessi.
Il punto è comunque risolto dal diritto positivo, posto che l’art. 1224 c.c. indica con chiarezza la specifica funzione degli interessi moratori e la loro radicale differenza rispetto agli interessi corrispettivi. Pertanto alla luce dei dati positivi e della loro ratio la tesi della equivalenza tra interessi moratori ed interessi corrispettivi emerge come insostenibile.
Se però si assume che gli interessi moratori debbono essere differenziati da quelli corrispettivi, non solo in contemplazione della loro funzione e natura giuridica, ma anche nella loro misura, non si può accedere alla tesi per cui il calcolo mediante il quale si perviene ad individuare i tassi soglia del TAEG si può estendere anche ai pur non contemplati tassi moratori convenuti, alla luce della sostanziale omogeneità con i tassi corrispettivi che invece sono oggetto di rilevazione.
Il Collegio considera se, ferma restando la non applicabilità della normativa di contrasto dell’usura, nel caso sotteso al ricorso in esame si possa procedere alla riduzione degli interessi moratori pattuiti; interessi che evidentemente sono elevati essendo stati fissati in corrispondenza del tasso soglia del tempo e stabiliti in misura tripla rispetto agli interessi corrispettivi.
Al riguardo, il Collegio osserva che: risolta con la sentenza delle sezioni unite della Cassazione 13 settembre 2005, n. 18128 la questione della riducibilità d’ufficio delle clausole penali stipulate contrattualmente; rilevato che, nel caso di specie non si tratta di condannare la parte convenuta ad una prestazione superiore a quella richiesta dal ricorrente, ma ad una prestazione inferiore; ricordato che, come parimenti indicato dalla Cassazione ( cfr. Cass. civ., sez. III, 18-11-2010, n. 23273), la riducibilità della penale non è norma di carattere eccezionale, bensì espressione di un più generale potere-dovere del giudice di controllo sulla congruità di qualunque clausola contrattuale atta a predeterminare la pena gravante sulla parte inadempiente, così da garantire la sua proporzionalità e la sua eventuale riconduzione ad un ammontare tale da essere meritevole di tutela e pertanto l’art. 1384 c.c. risulta applicabile agli interessi di mora convenzionalmente stabiliti dalle parti; l’unico ostacolo che si frappone al fornire una risposta positiva al quesito posto dal Collegio Remittente consiste nel valutare se il Collegio di Coordinamento dispone di parametri di giudizio sufficienti per pronunciarsi circa l’ eccessività degli interessi moratori pattuiti.
Ciò anche in contemplazione della considerazione di alcuni che hanno argomentato che se gli interessi moratori fossero esentati dall’applicazione della disciplina sull’usura, diverrebbe facile aggirarla prevedendo meccanismi contrattuali grazie ai quali il debitore può essere agevolmente sospinto in posizione di morosità. Ciò corrisponde ad un rischio che si può prospettare in operazioni creditizie che prevedono aperture di credito a revoca. E’ da osservare che al fine di neutralizzare tale possibile aggiramento, oltre all’appropriato rimedio già approntato in via generale dall’ art. 1344 c.c., la regola della riducibilità ex officio della penale eccessiva può fungere da regola tesa a disincentivare ulteriormente e con riferimento alla ipotesi specifica, le condotte in frode alla legge sicché questa potenzialità essendo posta al servizio della tutela dell’integrità dell’ordinamento merita di essere estesa e non circoscritta.
Pare addirittura superfluo dire che dissentiamo completamente dal contenuto di questo pronunciato; motivi professionali ci inducono a non illustrarne le ragioni, mentre riteniamo opportuno dare notizia dell’esistenza di questa linea di provenienza bancaria.

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