Categorie approfondimento: Societario
5 Febbraio 2012

Covendita azioni: invalida l’introduzione con una delibera approvata a maggioranza

Di cosa si tratta

Ci siamo dovuti occupare di un patto di “covendita” di azioni contenuto in un patto para-sociale per il quale si è posto il tema della sua validità.
Il tema sarebbe troppo articolato per illustrarlo e ci limitiamo a trattare il tema in generale considerandolo nella dinamica nella quale può porsi l’opportunità della sua previsione.
Si afferma generalmente che il patto statutario che comporta l’obbligo di vendere le proprie azioni assieme ad altro socio, che si determini in tale senso, sia valido.
La diffusione attuale di questi patti, frutto di complesse valutazioni, sta aumentando tanto quanto l’articolazione delle forme dei contenuti.
L’ammissibilità del contenuto di un accordo siffatto è riconosciuta quando l’operazione è compiuta attraverso l’introduzione originaria nello statuto e non solo come pattuizione para-sociale.
Quanto detto vale per il caso di preesistenza del patto anche se di questo vanno esaminati i limiti quando altre previsioni siano volte a regolare la circolazione dei titoli; si è posto il tema invece della validità di una delibera che voglia introdurre una tale previsione, in precedenza assente, attraverso l’approvazione di una modifica statutaria.
Il tema è quindi se questo possa accadere anche quando non vi sia il consenso dell’altra o di altre parti, altri soci che non siano la maggioranza che lo avrebbe approvato.
Il Tribunale di Milano (24 marzo 2011, Pres. Riva Crugnola) ha ritenuto illegittima la delibera assunta a maggioranza che pretenda di inserire un patto di “covendita” con il quale il socio di minoranza sarebbe obbligato a vendere le proprie azioni nel caso in cui la maggioranza venda le proprie.
A sostegno della tesi sulla non ammissibilità del patto erano stati indicati due elementi: in quanto siffatte clausole sono “destinate ad incidere sui diritti individuali del socio, cioè sul diritto di alienare liberamente la propria partecipazione” e nel “non esaurire la loro funzione nel dettare una regola di tipo strutturale per la società, ma attribuendo al socio di minoranza ed al socio di maggioranza dei diritti soggettivi nuovi e ulteriori rispetto all’organizzazione sociale”; con la conseguenza che la determinazione potrebbe essere legittimamente adottata sia in sede di costituzione della società che con una determinazione totalitaria dei soci.
Nel senso ultimo di potere essere approvata la clausola solo con il consenso di tutti o alla nascita della società nello statuto si era già espresso a favore il Consiglio notarile di Milano con la Massima n. 89 del 18 maggio 2007 con riferimento alle azioni al riscatto, che ha ritenuto che per l’adozione della clausola in sede assembleare sia necessario che non costituisca il riscatto un obbligo, ma una facoltà, si tratti di aumento di capitale a pagamento con emissione di nuove azioni riscattabili e la riscattabilità sia prevista come condizione in cui qualsiasi azione può incorrere al verificarsi di situazioni particolari e nessuno degli azionisti si trovi in tali condizioni.
Il Tribunale ha ritenuto che clausole siffatte si risolvono nella soggezione di un socio al potere di altri di determinare la cessazione del rapporto sociale, come nel caso di riscattabilità dell’azione e quindi non possono essere inserite nello statuto di una spa senza che il socio che entra in considerazione aderisca a questo patto.
La tesi dell’ammissibilità è condivisa da chi afferma che nel sistema societario non vi sarebbero posizioni individuali intangibili dalla maggioranza, rispettando principi di correttezza e di parità di trattamento, fondando la legittimità sul potere, che deve esistere, di recedere.
Forse la modifica con l’introduzione in sede assembleare a maggioranza di una clausola che preveda la facoltà di vendere assieme a chi vuole vendere non intacca i principi richiamati.
Nel rispetto del regime della prelazione, chi intendere vendere deve poterlo fare quando si determini in tale senso; gli altri soci potranno non essere contenti di tale fatto, ma, salvo che esercitino la prelazione, si troveranno comunque con altri soci.
L’opportunità di avere a disposizione soggetti che abbiano reperito acquirenti, che siano interessati a concludere l’operazione, che premierebbero un ingresso nella società anche più importante sono tutti fattori che non fanno male a l socio che avversasse la validità di una delibera che tende ad attribuirgli una possibilità di scelta in più.
Si potrebbe aggiungere che il parallelismo con il regime della riscattabilità sia improprio in quanto questa non è prevista tra i temi disponibili a maggioranza e che determinano la possibilità di esercitare il diritto di recesso del socio dissenziente, non rientrando nelle ipotesi di cui all’art. 2437 cod. civ..
Possiamo sintetizzare dicendo che, se la modifica statutaria avviene attribuendo una facoltà aggiuntiva agli “altri soci”, di questo ne possono essere solamente contenti quando non comporti a loro carico un obbligo.

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