Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
23 Luglio 2016

Le convivenze di fatto: la legge Cirinnà

Con la Gazzetta Ufficiale n. 118 del 21 maggio 2016 è stata pubblicata la legge n. 76 del 20 maggio 2016, meglio nota come Legge Cirinnà sulle convivenze di fatto. Come si ricorderà, l’intero percorso formativo della norma è stato accompagnato da aspre polemiche, sia di natura giuridica sia di natura politica, in quanto per la primo volta si è affrontato il tema della regolamentazione delle unioni civili fra persone dello stesso sesso.
L’entità di questo tema ha tuttavia comportato che non venisse prestata idonea attenzione al secondo tema trattato dalla norma ossia la disciplina delle convivenze di fatto. Infatti la L. 76/2016, costituita da un unico articolo, disciplina nei primi 35 commi le “unioni civili” mentre i commi successivi commi (36-67) sono dedicati alla disciplina dei rapporti tra i “conviventi di fatto” che vengono definiti come “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. Non essendo previsti ulteriori elementi definitori le convivenze di fatto potranno essere costituite sia da coppie eterosessuali che da coppie omosessuali.
È necessario fin da subito evidenziare che nonostante quanto potrebbe sembrare dalla mera lettura della norma, da un punto di vista giuridico la convivenza di fatto non si realizza ex se al sussistere dei presupposti poc’anzi indicati (su tutti, lo stato civile libero, l’unicità della residenza e vincolo affettivo). La circolare n. 7 del Ministero dell’Interno ha infatti chiarito che l’elemento costitutivo delle convivenze è l’iscrizione delle stesse a cura degli uffici anagrafici e dovrà essere eseguita secondo le procedure già previste dall’ordinamento anagrafico di cui al D.P.R. 223/1989; l’articolo 1 del citato decreto afferma che l’anagrafe è costituita da schede individuali, di famiglia e di convivenza per cui si può ritenere (anche se la circolare non lo chiarisce) che l’iscrizione consisterà nell’annotazione, all’interno di tali schede, del nuovo “stato” senza che sia necessaria la creazione di un apposito registro.
La cessazione della convivenza di fatto, seppur non espressamente previsto dalla norma in esame, potrà avvenire d’ufficio, al venir meno del presupposto della coabitazione, ovvero su richiesta di una o di entrambe le parti, con dichiarazione da rendere all’Ufficio anagrafe.
Disapplicando l’ordine espositivo della norma, riportiamo di seguito i principali effetti che vengono fatti derivare dalla “convivenza di fatto” osservando un ordine di importanza che questi hanno nell’ambito della vita in comune. Nella maggior parte dei casi si tratta di effetti da tempo riconosciuti dalla giurisprudenza di merito.
a) In caso di malattia o di ricovero è riconosciuto ai conviventi il diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali previste per i coniugi e i familiari.
B) È riconosciuta la possibilità per ciascun convivente di designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute e in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.
C) In caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Tuttavia, qualora nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni. Tale diritto viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.
D) In caso di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.
E) In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo, nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite.
F) Il convivente di fatto può essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora l’altra parte sia dichiarata interdetta o inabilitata ai sensi delle norme vigenti ovvero ricorrano i presupposti di cui all’articolo 404 del codice civile.
G) Con l’introduzione di apposito articolo nel codice civile, il 230-ter, viene riconosciuto al convivente il diritto a partecipare agli utili dell’impresa familiare in cui abbia prestato stabilmente la propria opera.
H) Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.
I) Viene introdotto il riconoscimento degli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario.
Se per quel che concerne gli aspetti tipici del diritto di famiglia il legislatore ha dettato una disciplina specifica volta a tutelare la condizione di conviventi, uniformandola quasi integralmente a quella dei coniugi, in ordine ai rapporti patrimoniali relativi alla vita comune il legislatore ha lasciato alle parti la possibilità di regolarli mediante un “contratto di convivenza”.
Per essere costituito, modificato o risolto i contratto richiede la forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.
Perché il contratto possa essere fatto valere nei confronti di terzi (tecnicamente si parla di “opponibilità ai terzi”) il notaio o l’avvocato dovranno trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe entro dieci giorni dalla costituzione, modifica o risoluzione. Il contratto non potrà essere sottoposto a termini o condizioni e se questi dovessero essere inseriti si considereranno come non apposti.
Il contratto potrà avere a oggetto “le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo”.
Oltre alla disciplina degli aspetti patrimoniali relativi alla vita comune i conviventi potranno altresì optare per il regime patrimoniale della comunione dei beni, tipico dell’istituto del matrimonio.
E’ importante sottolineare che il regime patrimoniale scelto dai contraenti con il contratto potrà essere modificato in qualunque momento con l’unico vincolo del rispetto delle forme poc’anzi illustrate.
Il contratto di convivenza si risolve per: a) accordo delle parti, b) recesso unilaterale, c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente e altra persona e per la morte di uno dei contraenti. La risoluzione del contratto comporterà lo scioglimento dell’eventuale regime di comunione patrimoniale per il quale dovessero aver optato i conviventi.
Le prime due ipotesi di risoluzione del contratto potrebbero non comportare il venir meno della convivenza di fatto, tuttavia il legislatore (sempre più incapace di redigere testi normativi organicamente coerenti) ha previsto che nel “caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione”. È di tutta evidenza che l’abbandono della casa famigliare sia da ricondursi all’ipotesi di interruzione della convivenza e non al recesso da un accordo volto a regolare i soli aspetti patrimoniali tra i conviventi.
Il legislatore lega invece alla cessazione della convivenza il fatto che il giudice stabilisca il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile (ossia in proporzione al bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli).
Per quel che riguarda i profili successori, come è stato già illustrato, il legislatore ha disciplinato solo la successione nel contratto di affitto della casa famigliare e il diritto di vivere nella casa famigliare di proprietà del convivente defunto. Al convivente superstite non viene invece riconosciuto alcun diritto ai fini della successione per causa di morte nel patrimonio del defunto. Anche da un punto di vista fiscale, il convivente destinatario di donazione ovvero designato erede per via testamentaria sarà tenuto al pagamento delle imposte nella misura ordinaria.

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