Categorie approfondimento: Fallimentare
20 Novembre 2013

Contributi previdenziali e rapporti di lavoro durante il fallimento

Di cosa si tratta

Cosa accade durante il periodo tra la dichiarazione di fallimento e la cessazione dei rapporti di lavoro sul fronte contributivo è la domanda alla quale risponde la Suprema corte, affermando: “Per effetto della dichiarazione di fallimento, in presenza di cessazione di attività aziendale, il rapporto di lavoro, pur essendo formalmente in essere, rimane sospeso fino al licenziamento; in difetto del requisito di sinallagmaticità non è quindi configurabile una retribuzione. Non essendovi obbligo retributivo per l’assenza di prestazione lavorativa, non è nemmeno configurabile un credito contributivo dell’INPS, essendo peraltro irrilevante l’avvenuta ammissione al passivo del fallimento dei crediti retributivi dei lavoratori.
La decisione (Cassazione n. 14169/2013) interviene per la richiesta dell’Inps del pagamento della contribuzione previdenziale relativa a rapporti di lavoro subordinati, per il periodo tra la dichiarazione di fallimento e la data in cui il curatore ha intimato ai dipendenti il licenziamento.
Il credito retributivo dei lavoratori per quelle mensilità in quel caso era stato ammesso al passivo del fallimento in prededuzione, fino al momento in cui il curatore ha disposto il licenziamento; non vi è stato esercizio temporaneo dell’attività imprenditoriale dopo la dichiarazione di fallimento, ma la cessazione dell’attività aziendale.
L’ente previdenziale ritiene che, ammessa la prosecuzione automatica dei rapporti di lavoro subordinato successivamente alla dichiarazione di fallimento e fino al licenziamento da parte del curatore, debbano persistere tutti gli obblighi a carico delle parti contrattuali del rapporto, quindi l’obbligo contributivo sulle retribuzioni spettanti ai lavoratori fino al licenziamento. Per l’Inps, una volta riconosciuto da parte del curatore-datore di lavoro il diritto alle retribuzioni per il periodo post-dichiarazione di fallimento, sorge automaticamente anche il credito dell’Istituto al pagamento dei contributi, da insinuare in prededuzione nella procedura concorsuale.
La risposta della Cassazione ha rilevanza pratica, in quanto, attraverso l’analisi degli effetti sulla retribuzione della dichiarazione di fallimento, investe il principio riconducibile all’art. 36 Cost., della corrispettività del trattamento retributivo, oltre che la questione della sopravvivenza della retribuzione nella particolare fase di sospensione del rapporto, prima che sia formalmente cessato con il licenziamento.
Da un punto di vista normativo, non esiste una norma che regoli le conseguenze della dichiarazione di fallimento sul rapporto di lavoro subordinato (sul tema nel sito: Fallimento e rapporti di lavoro”). La norma che più si avvicina ad una regolamentazione diretta è l’art. 2119, 2° co. cod. civ.: non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda. La cessazione del rapporto di lavoro nel segno della spersonalizzazione dell’azienda non deriva automaticamente dal fallimento dell’imprenditore o dalla liquidazione coatta dell’azienda, ma può aversi solo a seguito del licenziamento intimato dal curatore o, naturalmente, in caso di dissoluzione della realtà aziendale.
I precedenti della Cassazione hanno inteso ricondurre il tema all’art. 72 L. Fall., anche se la norma non regola direttamente il rapporto di lavoro subordinato, quanto i negozi bilaterali a prestazioni corrispettive. Per la norma l’esecuzione del contratto in presenza di fallimento rimane sospesa finché il curatore, con l’autorizzazione del comitato dei creditori, dichiara di subentrare nel contratto in luogo del fallito. Per effetto dell’art. 104 L. Fall., nel caso in cui sia autorizzato l’esercizio temporaneo, i contratti pendenti proseguono, salvo che il curatore non intenda sospenderne l’esecuzione o recedere. Il problema è come far convivere le disposizioni, considerato che la dichiarazione di insolvenza non necessariamente produce l’estinzione dell’azienda, evento ricollegabile più che alla procedura concorsuale alla effettiva disgregazione dei fattori produttivi.
Sotto altro aspetto, la sospensione ex art. 72 L.Fall. in sé non produce la risoluzione dei rapporti di lavoro e quindi non è detto che pregiudichi i diritti retributivi dei lavoratori, almeno fino al momento in cui si verifica il recesso datoriale.
Nella prassi ai sensi dell’art. 104 L.Fall. con la sentenza dichiarativa di fallimento il tribunale può disporre l’esercizio provvisorio dell’impresa, anche per rami dell’azienda, se può derivare dall’interruzione un danno grave e purché ciò non arrechi un danno ai creditori. Poi il Giudice Delegato, su proposta del curatore e previo parere favorevole del comitato dei creditori, autorizza con decreto motivato la continuazione temporanea dell’esercizio, fissandone la durata. Il curatore subentra nei rapporti di lavoro dalla parte datoriale e alla cessazione potrà intimare il licenziamento. Ovviamente in questo caso spetteranno tutte le retribuzioni del periodo di continuazione dell’attività e la normale contribuzione collegata.
Nel caso in cui la continuazione temporanea dell’attività non sia possibile, il curatore procederà al licenziamento dei lavoratori, anche per consentire loro di beneficiare di eventuali forme di sostegno alla disoccupazione. Le eventuali retribuzioni non corrisposte, l’indennità sostitutiva del preavviso ed il TFR dovranno essere insinuate al passivo fallimentare con il relativo grado di privilegio.
Ammessa la possibilità di una sopravvivenza dell’azienda, il tentativo della Corte è di armonizzare la disciplina degli effetti sul contratto di lavoro che discendono dalla dichiarazione di fallimento con le regole sulla corrispettività della retribuzione e sulla sospensione della esecuzione dei contratti a seguito della dichiarazione di fallimento. Il contenuto dell’art. 2119, 2° co. cod. civ. stride rispetto alle disposizioni della legge fallimentare.
L’art. 72 L.Fall., anche se dettato per il contratto di compravendita non ancora eseguito, è norma di applicazione generale e consente al curatore di determinare la sorte dei rapporti contrattuali pendenti alla data del fallimento, ove non sia utile la prosecuzione.
Nel momento in cui non sia stato disposto l’esercizio temporaneo dell’attività imprenditoriale e vi sia stata una effettiva cessazione dell’attività, il rapporto di lavoro, per l’art. 72 L.Fall., come per un qualunque altro contratto, rimane sospeso fino a quando il curatore non dichiari di voler subentrare nel contratto in luogo del fallito. Va stabilita la sorte della retribuzione e indirettamente del connesso obbligo contributivo.
La Corte sembra privilegiare il principio di corrispettività che collega l’obbligo retributivo allo svolgimento di attività lavorativa.
Il diritto alla retribuzione nasce dall’effettivo svolgimento di attività lavorativa, anche quando l’attività lavorativa consiste nella semplice messa a disposizione di un generico obbligo di collaborazione e di inserimento nell’organizzazione aziendale. Il tema si pone per le ipotesi in cui l’obbligo retributivo prescinda da una corrispettiva attività in atto, in presenza o di pause lavorative, oppure nei casi di sospensione del rapporto per cause legittime. Con corrispettività meno evidente, la retribuzione è erogata indipendentemente da una prestazione in atto e costituisce una modalità di conformazione del rapporto. Il limite è rappresentato dalle ipotesi in cui la retribuzione appare come svincolata dalla prestazione, ove l’obbligo retributivo sembra abbandonare la corrispettività per assumere una funzione di protezione. Se il contratto di lavoro rimane un contratto di scambio, sono i principi costituzionali relativi alla giusta retribuzione (art. 36 Cost.) a consentire di essere meno rigidi di confronto al principio di corrispettività, imponendo l’obbligo di corrispondere una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare al lavoratore un’esistenza libera e dignitosa.
La Cassazione resta per un atteggiamento restrittivo legato alla vigenza della sinallagmaticità contrattuale, tesi alla quale vengono date conferme anche recenti (Tribunale di Santa Maria di Capua Vetere 21 febbraio 2013, che aggiunge che anche nel caso di risoluzione successiva del rapporto ad iniziativa del curatore con licenziamento poi dichiarato illegittimo, non spettano al lavoratore i compensi per il periodo intermedio non lavorato, “dovendosi considerare irrilevante l’offerta della prestazione quante volte il curatore non possa avvalersi dell’attività”).

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