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22 Dicembre 2016

Inps: i contributi prescritti non possono essere versati e vanno resi.

Quando per periodi di contribuzione previdenziale le somme non siano state pagate tempestivamente nei termini di legge o entro lo scadere dei termini prorogati da atti interruttivi sino al realizzarsi della prescrizione, “il pagamento dei contributi prescritti, non potendo nemmeno essere accettato dall’ente di previdenza pubblico, comporta che l’autore del pagamento ben può chiederne la restituzione” (Cassazione civile Sez. Lav. 20 febbraio 2015, n. 3489).
Il pagamento di un credito prescritto è ben diversamente regolato nelle ipotesi civilistiche dall’art. 2034 cod. civ. che qualifica come “naturale” l’obbligazione; “Non è ammessa la ripetizione di quanto è stato spontaneamente prestato in esecuzione di doveri morali o sociali, salvo che la prestazione sia stata eseguita da un incapace”.
La ragione della distonia è data dal fatto che in ambito previdenziale il regime della prescrizione ha efficacia estintiva dell’obbligo contributivo e l’incasso ci riporta all’indebito oggettivo, che prevede il diritto di vedersi ripetere ciò che è stato pagato pur non essendo dovuto.
Il regime della prescrizione in questa materia ha due aspetti di specialità: la variabilità del termine e l’indisponibilità del diritto. In materia previdenziale la legge n. 335/1995 ha previsto che il termine di prescrizione sia di cinque anni, ma possa diventare di dieci anni per “i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti”. Il rigore del termine è poi rafforzato dall’affermazione che per l’istituto le contribuzioni, che siano prescritte, “non possono essere versate”.
La giurisprudenza ha costruito un netto distacco sul regime prescrizionale che nei rapporti di diritto privato è ritenuto avere efficacia preclusiva con eccezione a cura della parte purché tempestivamente proposta e questo vale ad escludere ogni altra controversia sull’esistenza del diritto.
In ordine all’ambito di applicazione del principio, era stato contestato che operasse nell’ambito dei regimi pensionistici dei lavoratori autonomi e dei liberi professionisti, dal momento che esistevano specifiche e speciali discipline. In ragione della specialità si riteneva che permanesse la facoltà degli enti di rinunciare alla prescrizione in modo da rendere utili i versamenti contributivi pagati in ritardo.
La giurisprudenza ha ritenuto che il nuovo regime non si applichi solamente all’Inps, ma a qualsiasi forma di previdenza obbligatoria, questo perché il principio ha portata generale e poi perché l’art. 3, 9° co Legge n. 335/1995, non distingue e si riferisce a tutte le forme di assicurazione obbligatoria. Il fatto che sia stata normata integralmente la disciplina del regime pensionistico ha portato a ritenere decaduta quella specialità che contraddistingueva la disposizione, divenuto sistema dell’ordinamento previdenziale di categoria.
L’unica e recente eccezione è rappresentata dalla Cassa di previdenza forense che con l’art. 66 delle legge 31 dicembre 2012, n. 247 dispone di una norma speciale successiva e che consente alla Cassa la facoltà di ricevere contribuzioni prescritte, rinunciando alla relativa eccezione.

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