Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
12 Novembre 2014

Contributi non pagati e giudizio con l’INPS

Di cosa si tratta

E’ consueto nei giudizi di lavoro introdotti da dipendenti che rivendicano l’esistenza del rapporto di lavoro, il suo contenuto, le prestazioni rese, chiedere anche che il datore di lavoro sia condannato al versamento dei contributi agli enti previdenziali.
Molto puntualmente sul tema si è pronunciata la Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 15 settembre 2014, n. 19398, che ha qualificato la richiesta di una siffatta condanna come “condanna nei confronti di terzo”; è la situazione processuale nella quale l’Ente non sia parte del giudizio.
La Corte di merito aveva ritenuto pacifica in fatto l’esistenza di un rapporto di lavoro ed aveva condannato il datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali dovuti in relazione al lavoro svolto dalla lavoratrice e per i quali era stato dimostrato il pagamento della retribuzione.
La Corte di Cassazione aveva rilevato d’ufficio che la sentenza impugnata recava la “condanna dell’appellato per il periodo di tempo in cui aveva intrattenuto il rapporto di lavoro con la lavoratrice, al versamento dei contributi agli enti previdenziali”, e che l’ente previdenziale non è stato parte in causa nel giudizio, sicché la condanna si qualificava come condanna nei confronti di terzo.
In linea generale i contributi sono dovuti dal datore di lavoro in ragione della sussistenza del rapporto lavorativo ed è esclusa una pronuncia di pagamento in favore del lavoratore, che ha diritto -ove ne siano maturati i presupposti- alla costituzione della rendita ex art. 13 legge n. 1338 del 1962 o all’azione di risarcimento danni ex art. 2116 cod. civ.: tra le altre, Sez. Lav. n. 3491 del 14 febbraio 2014; Sez. Lav. n. 26990 del 7 dicembre 2005).
L’interesse del lavoratore al versamento dei contributi è protetto dalla legge come diritto soggettivo alla posizione assicurativa, anche se non s’identifica con il diritto spettante all’Istituto previdenziale, né si configura come una posizione di contitolarità in tale diritto e ancor meno di solidarietà attiva (cfr. Sez. Lav. n. 7104 del 10 giugno 1992).
L’interesse del lavoratore è connesso con il “diritto di credito dell’istituto, sia geneticamente, perché nasce dal medesimo fatto che a quello dà origine (la costituzione del rapporto di lavoro), sia funzionalmente, perché l’adempimento del debito contributivo realizza anche la soddisfazione del diritto alla posizione assicurativa”.
Il lavoratore ha il diritto alla regolarizzazione contributiva, stabilendosi, per il caso di sua violazione (Sez. Lav. n. 7459 del 21 maggio 2002), che, ove il lavoratore abbia dato comunicazione dell’omissione contributiva del datore di lavoro al competente ente previdenziale e questo non abbia provveduto a conseguire i contributi omessi, lo stesso ente, in quanto obbligato, nell’ambito del rapporto giuridico con l’interessato (fondato sugli art. 1175 e 1176 cod. civ.), alla diligente riscossione di un credito che, anche se proprio, vale a soddisfare il diritto costituzionalmente protetto del lavoratore, è tenuto a provvedere alla regolarizzazione della posizione assicurativa del lavoratore, ove a quest’ultimo sia precluso di ricorrere alla costituzione della rendita ex art. 13 legge n. 1338 del 1962 o all’azione di risarcimento danni ex art. 2116 cod. civ.
La sussistenza dell’interesse del lavoratore ed il riconoscimento di una sua tutelabilità mediante la regolarizzazione della posizione contributiva, danno ragione del riconoscimento da parte dell’ordinamento della facoltà del lavoratore di chiamare in causa il datore di lavoro e l’ente previdenziale, convenendoli entrambi in giudizio, al fine di accertare l’obbligo contributivo del primo e sentirlo condannare al versamento dei contributi (che sia ancora possibile giuridicamente) nei confronti del secondo, a valere sulla sua posizione contributiva, impedendo il verificarsi di un danno nei suoi confronti.
È quindi esclusa per ragioni processuali la possibilità per il lavoratore di ottenere una condanna del datore al pagamento dei contributi nei confronti dell’INPS che non sia stato parte del giudizio per la generale esclusione dei provvedimenti nei confronti di un terzo ed il carattere eccezionale della condanna c.d. a favore di terzo. Di regola il processo deve svolgersi tra tutti coloro che sono parti del rapporto sostanziale dedotto, che hanno diritto ad interloquire sulle questioni che li riguardano (art. 24 Cost.), e il provvedimento che definisce il processo fa stato solo nei confronti delle parti e loro aventi causa, mentre solo in casi eccezionali è ammessa una pronuncia in favore di terzo (ad esempio in materia di lavoro, le due condanne in favore di terzo previste dall’art. 18 Statuto dei Lavoratori in materia di licenziamenti illegittimi).
Per l’omissione contributiva il lavoratore deve chiedere la condanna del datore di lavoro al pagamento dei contributi previdenziali in favore dell’ente solo se questo sia parte nel giudizio, esclusa l’ammissibilità della pronuncia, che sarebbe una condanna nei confronti di terzo, non ammessa dall’ordinamento in difetto di espressa previsione. La Cassazione ha annullato la parte di sentenza che conteneva la condanna al pagamenti dei contributi nei confronti dell’INPS, rimasto estraneo alla controversia.

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