Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
23 Luglio 2016

Ship and debit: legittimo anche in sede fiscale?

Un particolare modello operativo contrattuale con diffuso impiego soprattutto da parte delle multinazionali negli Stati Uniti d’America è il c.d. “ship and debit”, accordo per il quale il cliente paga le forniture ad un prezzo superiore a quello di mercato attuale e in seguito il fornitore riporta il valore a quello che in concreto era corretto al momento della fornitura restituendo parte del prezzo in eccesso ricevuto in pagamento.
Questa è una estrema sintesi delle caratteristiche del contratto che cambia soprattutto negli impieghi di certo tipo di forniture, in alcuni settori, nell’ambito del raccordo alla ridistribuzione che fa l’acquirente del prodotto dal produttore o suo omologo che mette sul mercato il prodotto.
L’applicazione ricorrente è nei mercati ad alta volatilità dove i prezzi cambiano anche in giornata senza che si abbia una vera borsa dei prodotti; questa è soprattutto la situazione che motiva a questo tipo di contratti dove in genere è escluso l’effetto che possa derivare dai cambi di valuta.
Questo meccanismo, che può essere più realistico per una certezza nell’operare nel rispetto di un profitto, talora vuole essere applicato anche in situazione dove la volatilità non vi sia e questo a nostro avviso pone dei problemi; un primo ordine è quello della correttezza commerciale di confronto alle regole di diritto comunitario e l’altro di natura fiscale per imposte dirette, dazi doganali ed IVA; va anche segnalato che, in fatto, si realizza un finanziamento per l’arco temporale dal pagamento del prodotto sino alla sua vendita finale e per la differenza che il produttore deve poi rendere/accreditare o dedurre sulle altre forniture in corso.
La gamma delle formulazioni di queste procedure è la più varia e talora raggiunge anche l’estensione a molti soggetti tanto da formare una complessa rete di accordi, anche molto penetranti nei dati che vengono di necessità diffusi; in questo modo il produttore “traccia” il prodotto e si pone in grado anche di raggiungere il cliente finale.
Trascurando i tanti rilievi di varia natura che possono essere mossi, limitiamo la nostra indagine ad un profilo propriamente interno di diritto fiscale.
Per concretezza e chiarezza esponiamo una richiesta che ci è stata sottoposta, molto semplice nella sua articolazione.
In forza di un contratto “ship and debit” dei prodotti destinati a clienti finali vengono prodotti ed importati dagli Stati Uniti e al transito in dogana scontano l’IVA che viene applicata al prezzo dichiarato. Questo comporta il pagamento su un maggiore importo imponibile con dubbi sulla possibilità di averne la ripetizione.
Il contratto esaminato riserva al tema un accenno e in concreto verrebbe utilizzato un report periodico, ricco di elementi e con funzione di rendicontazione dei movimenti e con la descrizione la procedura da seguire.
Il rapporto dovrebbe funzionare con l’applicazione di un prezzo di vendita dal fornitore tratto dal listino, mentre il prezzo finale sarebbe frutto della deduzione di uno sconto dal maggior prezzo corrisposto a quanto riconosciuto al distributore.
Il prezzo netto di acquisto non può che essere già noto altrimenti non si saprebbe a quali condizioni vendere i prodotti ai clienti.
I prodotti, quando vengono ordinati al fornitore, non necessariamente sono già tutti venduti, ma può essere effettuato un ordine quantitativamente maggiore che passa per la parte differenziale in eccesso al magazzino per il quantitativo non ancora ordinato dal cliente; per tale parte in eccesso il prezzo finale sarebbe già noto, ma contabilmente sarebbe caricato con le risultanze contabili solamente della prima fatturazione del fornitore e questo pone un tema di valutazione del magazzino al fine del bilancio dell’esercizio.
Le note di credito che il fornitore invierà in seguito non esporranno una percentuale di sconto sempre uguale, ma questa varierà in ragione del tipo di prodotto; questa operatività non avrebbe momenti di chiusura dei conti continuando ad essere una partita aperta nel tempo.
Sottolineiamo da ultimo che i prezzi (acquisto e vendita del soggetto intermedio) sono elementi noti e le eventuali oscillazioni non sono frutto di improvvisi cambiamenti nella quotazione dei prezzi la cui variabile, come percentuale di sconto, non varia in modo eccessivo, ma non è uguale per ogni prodotto.
In concreto quanto ci è stato chiesto è di potere stabilire se l’operatività illustrata è:

  1. lecita e compatibile con il nostro ordinamento,
  2. suscettibile di riprese fiscali e sanzioni,
  3. suscettibile di un giudizio di non meritevolezza e
  4. conseguentemente in quale modo potrebbe essere trattata dagli uffici fiscali,
  5. anche per il profilo del valore del magazzino.

Abbiamo molte perplessità che illustriamo e che dovrebbero sospingere a non aderire a questa clausola contrattuale.
Solo in sintesi rispondiamo ai punti indicati.
Lettera A): se la distribuzione fosse nazionale e tutto si volgesse nel Paese, riteniamo l’operazione valida.
Lettera B): se restiamo al contesto territoriale più ampio si rischierebbero riprese fiscali e sanzioni.
Lettera C): per l’ordinamento italiano la forte similitudine alla somministrazione potrebbe supportare la risposta positiva.
Lettera D): gli Uffici potrebbero pensare ad aggiustamenti con accrediti in sede non lecite.
Lettera E) il magazzino sarebbe a fine anno gonfiato dai prezzi di acquisto e quindi avrebbe l’idoneità di spostare su altra competenza i risultati di utile.

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