Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
15 Settembre 2010

Contratto ed equilibrio economico: clausole di adeguamento o di rinegoziazione

Di cosa si tratta

Se nel corso dell’esecuzione di un contratto succede una qualche sopravvenienza che fa pendere l’interesse delle parti a favore di una e a danno dell’altra, non sempre entrambe le parti ne sono contente, anche perché in taluni casi ci sono delle norme che riequilibrano la situazione.
Se invece fossimo al di fuori di questa situazione, benché nessuna delle parti voglia approfittarne, può realizzarsi una situazione di squilibrio sopravvenuto che, se fosse regolata dalla volontà delle stesse parti, farebbe entrambe “più contente”.
Uscendo dalla genericità, soprattutto nei contratti che hanno una lunga esecuzione, il solo trascorrere del tempo modifica la posizione sostanziale delle parti.
Talora è proprio la normativa che “inventa” i problemi; emblematico è stato il regime dell’”equo canone” per i contratti di locazione ad uso diverso da abitazione. Sapendo di costituire un rapporto di durata di sei anni con rinnovo di altri sei, i locatori attestavano le richiesta ad una misura superiore a quella di mercato per trovarsi alcuni anni dopo ad un canone adeguato ai prezzi correnti e scendere al di sotto di questo nella parte terminale del rapporto.
Se le parti avessero libertà di concordare la durata, non compirebbero simili errori che nuocciono all’economia. Siccome questa normativa è tuttora intesa come imperativa, l’errore prosegue e non è emendabile.
Se usciamo dai contratti che abbiano questa caratteristica e ci riferiamo ancora ai contratti di durata oppure pensiamo a contratti ad esecuzione differita od ancora al sopravvenire di fatti nuovi che alterano l‘equilibrio tra le parti, ragionevolezza vorrebbe che le parti discutano e trovino un nuovo equilibrio.
Se questo non può essere un imperativo, tocca ad un buon redattore di contratti prospettarsi tutti gli effetti che il tempo o gli accadimenti possono provocare nello sviluppo di un contratto che si conclude ora. Prevedere clausole di rinegoziazione è cosa diversa dal proiettarsi sugli effetti del contratto in relazione alle varianti che si possono regolare; in questo caso non è propriamente una negoziazione quella che si compie, ma un adeguamento, magari invocato da quella parte che vi ha interesse, a quanto previsto dal contratto in quei casi.
La rinegoziazione deve invece essere la previsione di un obbligo ad atteggiare le rispettive richieste in modi adeguati da trovare delle soluzioni. Prospettare la soluzione giudiziale alla soluzione della controversia è contrario innanzi tutto all’interesse delle parti, ma anche ai più recenti orientamenti normativi (basti pensare all’introduzione del recente obbligo di mediazione).
Come fare in concreto?
Le proposte possono essere due:
– dare una procedura alla richiesta di revisione,
– sanzionare la condotta da oggettivare come scorretta.
Naturalmente ciascuno su questi temi ha il suo know-how e ci limitiamo ad alcuni spunti.
Se al posto del solito patto sulla giurisdizione e competenza oppure della clausola arbitrale, si pensasse di inserire “i modi di adeguamento del contratto”, si può pensare di articolare tempi e forme per rappresentare gli effetti sperequati; gli effetti dell’omissione nell’osservanza del patto o la sua elusione sostanziale, deve potere produrre effetti sostanziali, che potrebbero anche essere pensati come una condizione, quindi ad effetti automatici.
Sulla seconda strada la mancanza di disponibilità a considerare le richieste si può anche oggettivare in vari modi nella relazione con il tempo trascorso e gli effetti che questo ha prodotto.
Confidiamo di avere dato idee; a ciascuno interpretarle.

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