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25 Gennaio 2018

Contratti bancari e finanziari validi anche quando firmati dal solo cliente

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 898 del 16 gennaio 2018, ha confermato la necessità della forma scritta del contratto bancario nonché l’esigenza che il cliente lo abbia sottoscritto e ne abbia ricevuta una copia, come peraltro previsto dall’art. 117 del TUB nonché dal TUF in ordine ai contratti relativi alla prestazione dei servizi accessori.
Entrambe le norme concludono affermando che i contratti, sia bancari che di investimento, sono insanabilmente nulli nel caso di inosservanza della forma prescritta.
La sentenza impugnata in Cassazione aveva affermato che agli atti risultava «solo un modulo contrattuale, datato 25 gennaio 1994, predisposto dalla Banca e sottoscritto dai clienti, privo di ogni manifestazione di volontà negoziale della prima e della sottoscrizione del funzionario delegato», che dunque valeva come semplice proposta. Per il Collegio, infatti, il contratto non poteva ritenersi «concluso per adesione con la sola sottoscrizione del cliente o in forza del successivo ordine del cliente o delle successive comunicazioni della Banca, prive di valenza negoziale, né ne era possibile la sanatoria, così come erano irrilevanti le manifestazioni di volontà desumibili da comportamenti attuativi».
Quando si conclude un contratto con un istituto di credito il funzionario fa accomodare, dice “firmi qui”, legge più o meno il titolo del documento, e il cliente se ne va con una copia se non addirittura “le mandiamo tutto a casa”.
Per la Suprema Corte la previsione della nullità sarebbe posta nell’interesse del cliente, cioè avrebbe la funzione di assicurare “la piena indicazione al cliente degli specifici servizi forniti, della durata e delle modalità di rinnovo del contratto e di modifica dello stesso, delle modalità proprie con cui si svolgeranno le singole operazioni, della periodicità, contenuti e documentazione da fornire in sede di rendicontazione, considerandosi che è l’investitore che abbisogna di conoscere e di potere all’occorrenza verificare nel corso del rapporto il rispetto delle modalità di esecuzione e le regole che riguardano la vigenza del contratto, che è proprio dello specifico settore del mercato finanziario».
Se non vi sono dubbi sul fatto che, ove manchi la sottoscrizione del cliente, i contratti siano irrimediabilmente nulli, invece quando manchi la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti per la corte sarebbero validi. Il requisito formale della sottoscrizione andrebbe inteso in senso strettamente funzionale, e non strutturale, avendo cioè riguardo alla finalità della normativa di settore in discussione.
Noi crediamo che la firma del funzionario debba risultare dal documento che la banca emette e fa sottoscrivere. Chi si occupa di questa materia sa che il cliente firma il contratto, viene chiamato a firmarne altro nel tempo, quando variano degli elementi, succedono molte cose nei fatti che per avere una precisa valutazione vanno esaminati anche nella dinamica nel tempo.
Se il cliente esce dalla banca con la copia di quanto ha firmato, ma senza quella firmata dal funzionario, a distanza di tempo elementi di varia natura rendono l’operazione ricostruttiva contrattuale difficile e imprecisa.
Non c’è giustificazione alcuna che chi ha il potere di firma in banca non provveda a sottoscrivere a sua volta il documento e a rilasciarlo firmato. Il cliente ha sensazioni di incertezza dell’operazione che ha concluso. È vero che l’attività successiva di fatto conferma che l’accordo c’era e il rapporto è nato, ma quella precarietà è indotta dal non sapere se chi ci troviamo di fronte possa firmare. Infatti la sentenza d’appello, che arriva a diverse conclusioni, si sviluppa nel considerare sottoscritta una “proposta” contrattuale da parte del cliente, cioè qualcosa che si perfeziona dopo.
Secondo la Cassazione nessuna rilevanza ha o potrebbe avere la firma dell’intermediario, che nulla aggiunge al substrato contrattuale, ben potendo il consenso della banca risultare a mezzo di comportamenti concludenti. A nostro avviso il requisito di forma vale per entrambe le parti e in giudizio non saremmo a produrre quantità di fotocopie di documenti firmati contestualmente dal solo cliente, senza certezza che altri ne esistano o che le copie a mani del cliente siano altri documenti che nell’occasione non sono stati formati.
A nostro avviso la Corte ha perso un’occasione di moralizzazione del comportamento degli addetti ai lavori che quasi sempre fanno firmare carte né lette né illustrate al cliente.

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