Categorie approfondimento: Credito e banche
15 Dicembre 2013

Le contestazioni sulla irregolarità del rapporto bancario e l’azione rimediale per il conto corrente

Di cosa si tratta

Avere verificato che la banca abbia addebitato interessi passivi in misura non consentita, commissioni di massimo scoperto od anche anatocismo, non abilita il cliente a chiedere la condanna della banca alla restituzione delle somme sino a quando il rapporto è ancora in corso.
Per quanto possa sembrare principio ovvio quanto illustrato, ci soffermiamo a commentare una sentenza che lo afferma (Tribunale Modena, Sezione di Carpi, sentenza 22 ottobre 2013, n. 4059).
L’azione di ripetizione dell’indebito non è ammissibile quando il rapporto di conto corrente sia ancora in corso e sino al pagamento del saldo conseguente alla chiusura del conto corrente e comprensivo degli interessi non dovuti.
Sino a quando siamo nella fase di annotazione su un conto corrente bancario affidato di somme dovute per interessi o di commissione massimo scoperto, addebitati dalla banca al correntista su conto corrente affidato, non abbiamo un credito da fare valere perché il pagamento o la definizione del rapporto non legittimano il soggetto a chiedere in ripetizione quanto non è stato dato.
Quando non vi sia stata alcuna attività solutoria in favore della banca il correntista non può agire per la ripetizione dell’importo giudicato non dovuto, sino a quando non abbia pagato il saldo conseguente alla chiusura del conto corrente e comprensivo degli interessi non dovuti.
All’epoca dell’introduzione del giudizio richiamato il correntista aveva ancora il rapporto in corso con la banca e, se anche aveva operato rimesse sul conto, queste non potevano essere trattate come se fossero dei pagamenti delle somme addebitate sul conto stesso.
Gli atti ripristinatori della provvista in corso di rapporto non sono infatti pagamenti. “Tutte le volte in cui i versamenti in conto non superino il passivo ed in particolare il limite dell’affidamento concesso al cliente si tratterà di atti ripristinatori della provvista, della quale il correntista può ancora continuare a godere, e non di pagamenti” (Cass. Sez. Un. 2 dicembre 2010, n. 24418.
Infatti il pagamento che può dare vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens.
Anche se illegittimamente addebitate in conto poste passive che non potevano figurarvi, l’effetto che si produce è l’incremento del debito o una riduzione del credito del quale ancora si dispone, ma non si risolve in un pagamento perché non corrisponde ad alcuna attività solutoria in favore della banca.
Il correntista sarà legittimato ad agire per fare dichiarare la nullità del titolo su cui quell’addebito si basa allo scopo di eventualmente recuperare una maggiore disponibilità di credito nei limiti del fido accordato, ma non potrà agire per la ripetizione in quanto il pagamento non vi è stato (Cass. 15 gennaio 2013, n. 798).

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