Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
20 Settembre 2016

La contabilità in nero trovata presso il fornitore

La Corte di Cassazione ha ribadito l’orientamento secondo il quale la contabilità in nero rinvenuta presso terzi è elemento probatorio presuntivo al quale il giudice può attribuire rilevanza ai fini della formazione del proprio convincimento in relazione all’esistenza di operazioni non contabilizzate.
L’elemento di maggior interesse risulta tuttavia essere il fatto che la Corte, con l’ordinanza n. 17420 depositata dalla Cassazione in data 30 agosto 2016, afferma che tale contabilità parallela sia elemento probatorio anche se rinvenuta presso terzi.
La vicenda processuale, oggetto dell’ordinanza, muove dall’impugnazione di un avviso di accertamento induttivo, con il quale l’Amministrazione Finanziaria contestava maggiori imposte, emesso sulla base del rinvenimento presso un soggetto terzo (fornitore) di una contabilità in nero archiviata su documenti informatici.
L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso nei confronti della sentenza della Commissione Regionale Tributaria della Campania censurando, in primo luogol’affermazione che detta documentazione informatica, in assenza di riscontri oggettivi esterni gravi, precisi e concordanti, non potesse di per sé a comprovare l’esistenza di contabilità occulta e, in secondo luogo, l’affermazione che non vi fossero elementi che consentissero la riconducibilità della documentazione (trovata presso un terzo) al contribuente medesimo.
In ordine al primo profilo gli ermellini hanno ribadito che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la contabilità in nero (o contabilità parallela) costituita da documenti informatici è riconducibile al novero delle presunzioni semplici che sono una “prova completa” alla quale il giudice può attribuire rilevanza ai fini della formazione del proprio convincimento.
Più interessante appare invece il principio che deriva dall’analisi del secondo profilo; afferma la Corte che l’inattendibilità della contabilità aziendale, dovuta a incompletezza, falsità o inesattezza dei documenti indicati, e il conseguente accertamento induttivo possono essere fondati su documentazione reperita presso terzi nonché su annotazioni dagli stessi elaborate. Si tratta di un principio ormai consolidato dalla giurisprudenza della Corte che, tuttavia, al contribuente spesso risulta ignoto; i più ritengono infatti che la sola documentazione extracontabile (sia cartacea sia digitale) che possa essere rilevante ai fini della determinazione del maggior reddito sia quella rinvenuta presso il contribuente.
Inoltre, secondo la Cassazione,  l’Amministrazione può fornire elementi anche indiziari da cui sia possibile dedurre con ragionevole conseguenzialità che i documenti elaborati dal contribuente non siano veritieri, quali, nel caso in esame, l’esistenza di diverse operazioni regolarmente annotate tra il terzo e il contribuente, rilevate sulla base dell’analitico raffronto tra le scritture contabili ufficiali, e il fatto che la documentazione extracontabile riportasse elementi di diverso contenuto.
Incorre pertanto in errore il giudice che non ritenga probatoriamente rilevanti i documenti informatici, rinvenuti presso terzi, senza che a tale conclusione conducano l’analisi delle indicazioni che da questi discendono e la comparazione tra i dati in essi contenuti e quelli contenuti nella contabilità del contribuente.

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