Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
10 Febbraio 2016

Concorrenza sleale per storno dipendenti

Di cosa si tratta

Assumere i dipendenti di una azienda, anche se concorrente, non è in termini generali compiere un illecito; a sostegno dell’affermazione militano due libertà: una per l’azienda di cercare personale qualificato e formato, potere che rientra nella libertà di iniziativa economica e l’altra per i lavoratori ed è espressione della libera circolazione del lavoro.
Quando un’azienda ha formato dei dipendenti, li ha elevati nella posizione, ha investito nella loro formazione e magari sono a parte di conoscenza aziendali riservate, il tema del confine delle richiamate libertà diventa delicato e occorre stabilire fino a quale punto stia nel lecito e consentito.
Quando il trapasso avvenga e riguardi più di un dipendente, stabilire se si tratti di concorrenza sleale, che è vietata dall’art. 2598, co. 1 n. 3, c.c., non è facile da dimostrare che si versi in un caso di operazione illecita.
La concorrenza illecita, che rappresenta una violazione ai principi della correttezza, non è dimostrata dal solo fatto che dipendenti siano passati ad altra impresa concorrente, né quando si abbiano rapporti tra un imprenditore con collaboratori della ditta concorrente, che in sé sono attività lecite.
Quando si riuscisse a dimostrare la successione delle attività volte a raggiungere l’obiettivo di “depredare” dall’investimento che altra impresa abbia compiuto, lo storno del/dei dipendente/i è chiaramente illecito.
Ricaviamo dalla casistica giurisprudenziale alcuni indicatori dello storno illecito quali il settore di impiego assegnato al lavoratore presso il nuovo datore di lavoro, la sottrazione di informazioni, know-how e documenti aziendali, il passaggio di più dipendenti in un arco temporale ridotto, le difficoltà di potere reperire analogo personale, il lasciare il posto di lavoro senza prestare il preavviso, il passaggio in visita alla clientela della precedente impresa dopo l’assunzione, l’immediata destinazione alla frequentazione della medesima clientela, il parlare in modo negativo dell’ex datore di lavoro, la qualificazione differenziale ed utilità per l’impresa danneggiata, il ricorso a mezzi non trasparenti volti al fine di acquisire un vantaggio dalla nuova situazione e a danno dell’impresa precedente.
Quando questi fatti si realizzano, il tema è di valutare l’interesse dell’imprenditore all’integrità della propria impresa ed alla tutela della riservatezza delle conoscenze tecniche attinenti all’ambito della propria organizzazione confrontandolo con l’interesse del lavoratore a massimizzare la professionalità acquisita per migliorare la posizione professionale con l’utilizzo di esperienze e tecniche che sono passate a fare parte del suo patrimonio.
Nell’operazione di distrazione del personale per stabilire l’illiceità va verificata la presenza del c.d. animus nocendi che è provato quando, in base agli accertamenti compiuti dal giudice, la sottrazione dei dipendenti sia realizzata con modo da non essere giustificabile e faccia ritenere che l’intento perseguito sia di danneggiare la struttura produttiva dell’imprenditore concorrente a proprio vantaggio.
Una non recentissima sentenza del Tribunale delle Imprese di Milano n. 3688/2015 del 20 marzo 2015 ha affrontato il tema se costituisca storno di dipendenti come concorrenza sleale, sviamento di clientela, denigrazione ed utilizzo di informazioni riservate l’avere realizzato questo distraendo un discreto numero di dipendenti, dei quali due dirigenti ed un quadro ad un’impresa concorrente.
L’impresa attrice sosteneva l’esistenza di un illecito storno di dodici suoi dipendenti, ma il tribunale non ha ritenuto di accogliere la doglianza in quanto non ha considerato esistere i profili di illiceità prospettati: risultava non contestato che quattro dei dipendenti stessero per essere licenziati e che non potevano essere stornati; risultava non contestato che, degli otto residui, ben cinque svolgessero funzioni fungibili e che potessero essere sostituiti senza particolari difficoltà.
Restava da esaminare se un illecito storno fosse stato il proporre l’assunzione nei confronti di due dirigenti ed un quadro. In proposito il Collegio giudicava che non fossero stati forniti i necessari elementi probatori dell’assunta illiceità: sotto il profilo quantitativo, anche a voler considerare i circa 90 dipendenti della sezione interessata, non sarebbe stato chiarito quali mansioni esercitassero gli altri e se potessero essere usati o meno in sostituzione dei due dirigenti e del quadro dimessisi; né sarebbe stato chiarito se e quanti fossero i dirigenti ed i quadri di altre sezioni impiegabili in sostituzione; sotto il profilo temporale, posto che i due dirigenti ed il quadro avevano lavorato nel periodo di preavviso, risulterebbe non chiaro se e come parte attrice si sarebbe impegnata, in tale non breve periodo, per trovare dei sostituti.
“Invero, posto l’incontestabile diritto del dipendente di ricercare un impiego migliore (Cost. art. 4) e l’altrettanto non contestabile diritto di ogni imprenditore di ricercare correttamente, in tutto il mercato, dipendenti ritenuti più adeguati (Cost. art. 41), lo storno di dipendenti assume aspetti illeciti solo quando è fatto in maniera scorretta e per dolosamente nuocere al concorrente, provocandogli insuperabili difficoltà: tali aspetti di illiceità, a giudizio del Tribunale, non risultano provati per le ragioni suddette”.
Altro argomento sostenuto dall’impresa pretesamente danneggiata sarebbe stato che i convenuti suoi ex-dipendenti avrebbero svolto attività di proselitismo presso altri sette dipendenti, per indurli a dimettersi e farsi assumere dalla convenuta, ma, anche ammesso che tale tentativo sia stato esperito, essendo rimasto privo di effetti concreti, sarebbe irrilevante nel dedotto contesto.
Sostiene ancora l’attrice che la convenuta avrebbe effettuato un illecito sviamento dei suoi clienti e corrispondenti, ma l’addebito risulterebbe ancor meno fondato dei precedenti. La parte attrice aveva chiesto un risarcimento danno di € 3.700.000,00 (pari al margine operativo perduto in 24 mesi) e ciò appariva al tribunale singolare ed incomprensibile, posto che il fatturato della convenuta nel suo primo anno di costituzione, realizzato con clienti diversi dalla propria casa madre, si aggirava su solo €. 550.000,00. Con un fatturato tale ed i più ridotti utili con lo stesso conseguibile, la convenuta non avrebbe potuto arrecare un danno così rilevante.
Parte attrice affermava che alcuni suoi clienti e corrispondenti sarebbero stati contattati per un possibile storno, ma, poi, non aveva indicato neppure quali clienti e quali corrispondenti sarebbero effettivamente passati alla convenuta, limitandosi solo a dire, per i soli corrispondenti che il passaggio sarebbe avvenuto per “molti di essi”. Anche questo capo veniva respinto.
L’attrice lamentava l’illecito utilizzo di informazioni riservate e cioè la comunicazione, da parte degli ex-dipendenti e l’utilizzo da parte della convenuta delle informazioni relative alle sue tariffe praticate, cosa che avrebbe consentito a quest’ultima di offrire tariffe inferiori ed acquisire illecitamente i clienti. Il tribunale riteneva, posta l’estrema genericità dell’assunto attoreo circa lo storno della clientela, l’evidenza della genericità ed inconcludenza dell’assunto circa l’utilizzo di informazioni riservate.
Parte attrice assumeva anche la diffusione, da parte degli ex-dipendenti, di notizie denigratorie attinenti ad una precaria situazione economica ed alla possibile cessione dell’azienda, ma il tribunale giudicava che l’addebito non avesse i prospettati profili di illiceità: che tale informazione circa la possibile cessione dell’azienda sia stata trasmessa dai convenuti ad altri colleghi, ciò, essendo la circostanza provata come vera, non rivestirebbe, comunque, alcun profilo di illegittimità.
La sentenza ha percorso alcuni di quegli indizi, riferiti all’inizio, ma la rilevanza della prova, che è mancata, non ha consentito di reprimere una condotta forse illecita.

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