Categorie approfondimento: Assicurazioni
30 Marzo 2004

La concorrenza sleale dell’ex agente, in particolare nel settore assicurativo

Di cosa si tratta

Una recente pronuncia del Tribunale di Mantova (ottobre 2003), che ha rigettato un ricorso avverso un provvedimento cautelare d’urgenza, ripropone il tema dell’attività concorrenziale posta in essere da soggetti che in precedenza hanno operato all’interno dell’organizzazione imprenditoriale concorrente, disponendo di notizie, informazioni ed esperienze tali da poter pregiudicare l’equilibrio concorrenziale (c.d. concorrenza differenziale).
Il tema si pone in particolare con riferimento alla figura dell’agente assicurativo (alla quale si riferisce anche la pronuncia citata), per la particolare configurazione che può assumere la condotta concorrenziale e, conseguentemente, l’interpretazione che ne può essere data dal Giudice.
Nel caso in esame, un agente assicurativo, cessato il trentennale rapporto con un’impresa di assicurazioni, iniziava a lavorare per un’impresa concorrente, avvalendosi di notizie riservate relative alla clientela della ‘vecchia’ assicurazione. In particolare, attraverso elenchi dettagliati dei clienti, da un lato, continuava a gestire i rapporti assicurativi facendosi delegare dai clienti stessi per il compimento delle relative attività (come il pagamento dei premi), così impedendo l’instaurazione del rapporto con i nuovi agenti, dall’altro, presentandosi a loro in prossimità delle scadenze, li convinceva a non rinnovare i contratti ed a concluderne di nuovi con la società per cui lavorava; alla precedente assicurazione pervenivano infatti centinaia di disdette, tutte uguali, confezionate dall’ex agente; a ciò si aggiungeva che alcune delle disdette erano risultate false e che l’attività era compiuta denigrando con notizie false la vecchia compagnia assicuratrice. Quest’ultima proponeva quindi ricorso per ottenere un provvedimento cautelare d’urgenza, che veniva concesso, per inibire l’utilizzo delle informazioni relative alla clientela da parte dell’ex agente; il successivo reclamo da parte dell’ex agente veniva rigettato dal Tribunale di Mantova, che confermava il provvedimento inibitorio.
Per meglio interpretare questa decisione del Tribunale, occorre tuttavia ripercorrere brevemente la giurisprudenza sul tema, iniziando da una pronuncia della Corte di Cassazione del 1991, che ha stabilito i princìpi e definito l’ambito di applicazione dell’art. 2598 cod. civ. in materia di concorrenza sleale.
La decisione della Suprema Corte affronta il tema della concorrenza per storno di clientela da parte di ex dipendente (nella specie, lavoratore dipendente di impresa di montaggio e manutenzione ascensori). Va precisato che l’analisi condotta dalla Corte si svolge “al di fuori di qualsiasi pattuizione di non concorrenza”: ciò significa che, laddove le parti abbiano già provveduto pattiziamente a regolare e limitare l’attività concorrenziale per il tempo successivo alla cessazione del contratto (artt. 1751-bis e 2125 cod. civ.), la questione risulta regolata nell’ambito del patto stesso. Diverso è invece il caso in cui non sia prevista una limitazione pattizia dell’attività concorrenziale successiva alla cessazione del rapporto: in tal caso, l’attività concorrenziale in sé è lecita, ma con il limite codicistico previsto dall’art. 2598 qualora detta attività assuma le caratteristiche tipiche della concorrenza sleale, che è comunque sanzionata (art. 2600 cod. civ.).
La Corte di Cassazione, innanzitutto, compie una distinzione fondamentale tra la “situazione concorrenziale fisiologica”, che consiste “nell’acquisizione di clienti altrui mediante la proposizione di più efficienti servizi o migliori condizioni economiche contrattuali”, condotta che “costituisce componente della normale competitività concorrenziale”, “valore dell’economia di mercato” e “fonte di sviluppo economico delle imprese”, dalla c.d. “concorrenza parassitaria” in senso ampio, attività “volta a sviare a proprio vantaggio i valori di iniziative originali ovvero dei valori aziendali delle imprese concorrenti”.
Parallelamente la Corte ha stabilito che, se da un lato il lavoratore può crescere professionalmente proprio in virtù delle conoscenze acquisite nel corso del rapporto di lavoro e che tali competenze possono legittimamente costituire supporto nell’impostazione di nuove iniziative imprenditoriali, dall’altro, nel momento in cui l’ex dipendente offre la sua professionalità arricchita ad altra impresa o ne diventi titolare, scatta l’operatività delle regole di “correttezza professionale”, le quali impongono innanzitutto il rifiuto della concorrenza parassitaria.
I due concetti cardine individuati nella sentenza del 1991 sono dunque la ‘correttezza professionale’ e la ‘concorrenza parassitaria’, che si escludono vicendevolmente e determinano la sussistenza o meno di pratiche di concorrenza sleale ex art. 2598 cod. civ.
Ma, come è noto, i concetti ed i princìpi vanno poi calati in quella che è la realtà fattuale, che attraverso i princìpi va interpretata e che a quei princìpi contestualmente fornisce sostanza. È sempre la sentenza della Cassazione a spiegare che le informazioni relative alla clientela ed ai rapporti tra l’impresa e la clientela stessa costituiscono “per loro natura la riserva operativa interna di ogni impresa che, in quanto tale, non è destinata ad essere offerta alla conoscenza dei terzi ed è destinata a rimanere riservata, come garanzia di validità funzionale dell’iniziativa imprenditoriale”.
In quest’ottica, le informazioni relative alla clientela sono per loro natura riservate e l’utilizzazione a proprio vantaggio di esse può costituire una delle forme di concorrenza parassitaria in senso lato, contrarie ai princìpi della professionalità imprenditoriale e come tali illecite.
La Corte ha detto, tuttavia, che la condotta ‘può’ costituire concorrenza parassitaria: infatti, viene precisato che l’illiceità della condotta non deve essere ricercata episodicamente, ma deve essere desunta dall’insieme della manovra posta in essere per danneggiare il concorrente o per approfittare sistematicamente del suo avviamento sul mercato.
La decisione della Corte di Cassazione del 1991 è stata successivamente ripresa nel 1999 da una sentenza di merito, relativa al caso di un agente assicurativo che, come anticipato, presenta profili del tutto peculiari sul tema. Infatti, va detto subito, il Tribunale di Trento nel 1999 ha escluso la responsabilità dell’ex agente, ritenendo che la condotta posta in essere non costituisse concorrenza sleale.
Il Tribunale accoglie integralmente e ribadisce i principi enunciati dalla Corte di Cassazione, relativi alla concorrenza parassitaria ed alla correttezza professionale. Tuttavia osserva che, nel caso concreto, non è possibile rilevare l’esistenza di una manovra volta al danneggiamento del concorrente o per approfittare sistematicamente del suo avviamento sul mercato. Infatti, secondo il Tribunale, il particolare rapporto personale che legava l’agente agli assicurati escludeva il fatto che l’acquisizione sistematica della clientela alla nuova compagnia derivasse dalla conoscenza di notizie riservate, bensì dalla mera conoscenza in capo agli assicurati del passaggio dell’agente da una compagnia all’altra. Se l’agente si era approfittato di un fattore, questo era la stima e la fiducia che in lui nutrivano gli assicurati, ma ciò era frutto della preparazione e della capacità professionale che l’agente aveva acquisito e/o affinato durante il preesistente rapporto, liberamente utilizzabili nel gioco della concorrenza.
In virtù di questo particolare rapporto esistente tra l’agente e la clientela, il Tribunale ha ritenuto di seconda importanza, ai fini del giudizio, l’elevato numero di disdette, predisposte dall’agente e pervenute alla precedente compagnia (oltre trecento in nemmeno un anno), in quanto sollecitate dai clienti stessi, una volta saputo del cambiamento di compagnia.
Quest’ultima sentenza analizzata si pone in apparente contrasto con la decisione del Tribunale di Mantova dalla quale si è partiti. In realtà, però, i princìpi sottesi sono i medesimi; la differenza si rinviene nei comportamenti oggetto di giudizio, che possono atteggiarsi in maniera diversa e che possono derivare da figure professionali dotate di caratteristiche peculiari, anche con riferimento al tema dei rapporti con la clientela. La posizione del dipendente dell’impresa di manutenzione è diversa rispetto a quella dell’agente assicurativo, così come dell’agente commerciale o del procacciatore d’affari. E la varietà dei comportamenti giustifica l’apparente contraddittorietà delle decisioni: se la mera comunicazione alla clientela di aver cambiato compagnia è lecita, illecita risulta la condotta di chi si rechi dai clienti per convincerli a cambiare assicurazione o addirittura di chi non espliciti chiaramente la sua condizione di ex agente, approfittando della confusione ingenerata nella clientela.

In sintesi

La recente decisione del Tribunale di Mantova offre lo spunto per ripercorrere brevemente gli orientamenti giurisprudenziali in materia di attività concorrenziale posta in essere da soggetti che in precedenza hanno operato all’interno dell’organizzazione imprenditoriale concorrente, disponendo di notizie, informazioni ed esperienze tali da poter pregiudicare l’equilibrio concorrenziale.
In particolare, su questo tema, la posizione dell’agente assicurativo presenta delle peculiarità, dovute anche al particolare rapporto tra l’agente stesso e la clientela, nonché alle modalità specifiche in cui può essere condotta l’attività concorrenziale.
Le decisioni citate, che costituiscono esempi del panorama giurisprudenziale esistente in materia, riflettono l’eterogeneità delle condotte realizzabili e la diversa interpretazione che ne può dare il Giudice, sotto il profilo della liceità o illiceità, in relazione ai princìpi fondamentali individuati nella correttezza professionale e nel rifiuto della concorrenza parassitaria.

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