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27 Marzo 2020

Concorrenza e inibitoria

Per il principio affermato dall’art. 2301 cod. civ. il socio di Società in nome collettivo non può fare concorrenza alla società alla quale appartiene, assumendo una carica sociale che lo veda illimitatamente responsabile, se non esiste il consenso degli altri soci.
Quando questo si dovesse realizzare, dovrà cessare tale comportamento a pena di risarcimento dei danni ed anche dell’esclusione dalla società ex art. 2286 cod. civ.; non adeguandosi spontaneamente il giudice potrà adottare una inibitoria in proprio e nella qualità di socio accomandatario alla prosecuzione di qualunque attività commerciale d’impresa in concorrenza con la società di appartenenza, nonché lo svolgimento, sia direttamente sia attraverso altri soggetti, delle attività concorrenziali. Il giudice potrà inoltre prevedere la corresponsione di una penale per ogni giorno di ritardo nell’adeguarsi all’ordine ex art. 700 cod. proc. civ. a carico del resistente.
I punti richiamati si possono ritenere consolidati e in tale senso si è conformato anche il Tribunale di Milano, Sez. Imprese, in data 6 novembre 2019, RG. n. 36847/2019.
Il fatto era consistito nella crisi coniugale tra due coniugi partecipanti paritariamente a una S.n.c., che svolge attività di agenzia nel settore della moda. Il dissidio ha spinto un coniuge ad avvantaggiarsi dirottando l’attività su una neo costituita S.a.s., della quale il socio era accomandatario. Per questo l’altro socio ha chiesto la pronuncia di provvedimenti volti ad inibire alla controparte la prosecuzione di attività di concorrenza poste in essere a suo danno.
In particolare, veniva esposto che: la società svolge la propria attività in maniera continuativa durante l’intero corso dell’anno e ha dei picchi di attività in certi periodi, in concomitanza con le fiere, una delle quali si svolge nei mesi di settembre e febbraio, e alla quale partecipa da anni, traendo il maggior fatturato.
Il socio ha assunto una serie di iniziative volte a provocare la cessazione dell’attività d’impresa, tra cui il ricorso ex art. 700 c.p.c. per ottenere la messa in liquidazione della società e la nomina giudiziale di un liquidatore, adducendo quale motivo l’impossibilità di raggiungere l’oggetto sociale per il conflitto tra le parti.
Respinta l’istanza, il mese dopo, senza informare il socio, ha comunicato alla proprietaria dell’immobile presso cui si svolge l’attività il recesso immediato, senza preavviso, dal contratto di locazione, adducendo quale grave motivo la sopravvenuta messa in liquidazione della società. Inoltre avrebbe escluso il coniuge dalle comunicazioni inerenti lo svolgimento dell’attività d’impresa, negandogli l’accesso alla PEC e al conto corrente aziendale, di cui lei soltanto possiede le credenziali, oltre che al cd. “IPad Violanti”, per ricevere e trasmettere i dati relativi alle vendite. La socia inoltre, nel medesimo periodo, ha avviato un’azione di denigrazione oltre che di sviamento, diffondendo informazioni false ed ingannevoli sulla società e sull’amministratore al fine di indurre le società preponenti a recedere dai relativi contratti di agenzia per indirizzarli alla propria neocostituita società.
Il ricorrente lamenta che le condotte della socia costituiscono condotte illecite di violazione del divieto di concorrenza da parte di un amministratore di società ex art. 2301 c.c., nonché condotte di concorrenza sleale ex art. 2598 n. 2 e n.3 c.c., oltre che violazioni del dovere di buona fede e correttezza nell’esecuzione del contratto ai sensi degli artt. 1375 e 1175 c.c.
Nel costituirsi la resistente rileva la mancanza del fumus boni iuris, poiché la società risulta inattiva, non avendo posto in essere alcun contratto di mandato con le società preponenti della ricorrente; anche quest’ultima, stante l’aggravarsi della situazione debitoria e la mancanza di commesse, non ha più raggiunto alcun accordo con le società preponenti, né ha acquisito nuovi mandati.
Con riferimento alla condotta contestatale sotto il profilo di cui all’art. 2598 c.c., assume che: non sussiste concorrenza sleale ex art. 2598 n. 2 c.c., non avendo la resistente mai leso la reputazione della ricorrente diffondendo notizie false circa la messa in liquidazione della società e il trasferimento della sede e non avendo creato un danno concorrenziale o perdita di clienti, perdita da attribuirsi esclusivamente alla carente gestione della ricorrente; che non può configurarsi concorrenza sleale ex art. 2598 n. 3 c.c., non essendo la condotta della resistente contraria a correttezza professionale: infatti, mai avrebbe comunicato ad alcun partner commerciale il recesso dal contratto di locazione, né tantomeno che avesse escluso il socio dalle comunicazioni con le preponenti o con i clienti.
L’istruttoria svolta ha consentito di ritenere provata, in capo alla parte resistente, la condotta lamentata dalla ricorrente. La circostanza che abbia costituito una nuova società è circostanza documentalmente provata e non contestata. L’oggetto sociale è il medesimo (l’assunzione di mandati di agenzia per la vendita di capi di abbigliamento, accessori di moda, scarpe e calzature in genere, articoli di pelletteria, prodotti di profumeria e di bellezza). La circostanza descritta già è sufficiente a ritenere violato il divieto di concorrenza sancito dall’art. 2301 c.c., che vieta al socio della società in nome collettivo di esercitare per conto proprio o altrui un’attività di concorrenza con quella della società e di partecipare, come socio illimitatamente responsabile, ad altra società concorrente, senza il consenso degli altri soci e il fatto che nella visura si indichi tale società come inattiva non modifica i termini della questione. L’accesso al nuovo studio non era libero, bensì era regolamentato in maniera tale che, per entrare, occorreva farsi precedere da una telefonata del portiere. Un teste riuscì ad accedere all’immobile, ma entrambi vennero fermati all’ingresso da persona che riconobbe il socio in quanto aveva collaborato con l’altro studio. In tale circostanza, ha dichiarato l’informatore, “la ragazza disse al teste quando questi le ha chiesto di farlo entrare, di non metterla in difficoltà”.
Le cautele adottate nelle modalità di accesso allo showroom e l’imbarazzo della ex collaboratrice alla vista del ricorrente rendono evidente come vi fosse l’esigenza di tenere strettamente riservata l’attività svolta dalla socia.
L’esigenza della riservatezza deriva dal fatto che la socia era consapevole dell’illiceità della propria condotta, avendo costituito una società che, in considerazione della natura dell’attività descritta, si pone in concorrenza con la S.n.c. né l’affermazione della medesima, che sostiene di aver ricevuto il consenso del socio perché questo ultimo l’aveva invitata “ad andarsene e a trovarsi un altro ufficio” può assumere alcun rilievo al fine di giustificare l’iniziativa assunta.
Neppure le comunicazioni email prodotte dalla ricorrente contengono la prova dello sviamento di clientela lamentato a favore del resistente, né dimostrano che fu la signora a diffondere la notizia dello scioglimento della società. Quanto è emerso dai documenti in atti e dalle dichiarazioni rese dagli informatori è stato ritenuto sufficiente a giustificare l’adozione del provvedimento cautelare di inibitoria in via di urgenza invocato, dovendo ritenersi pienamente provata la violazione del divieto sancito dall’art. 2301 c.c.
Per quanto illustrato la socia resistente in proprio e nella sua qualità di socia accomandataria della S.a.s., dovrà cessare e non potrà svolgere per il futuro qualsiasi attività commerciale d’impresa in concorrenza con la ricorrente, sia direttamente sia tramite altri soggetti.
Tale inibitoria comprende il divieto per la resistente, in proprio e nella sua qualità di socia accomandataria di contattare soggetti che siano preponenti o clienti della S.n.c., di rivolgere loro proposte commerciali o di collaborazione e di svolgere direttamente o tramite altri soggetti attività di vendita e di promozione di prodotti di abbigliamento o accessori di abbigliamento.

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