Categorie approfondimento: Credito e banche
3 Marzo 2014

Concordato preventivo: compensazione bancaria per anticipazioni in conto corrente

Di cosa si tratta

Il tribunale di Monza ha risolto la questione della compensazione in sede di concordato preventivo dei debiti/crediti regolati in conto corrente per operazioni di “anticipazione bancaria a favore della tesi che restino validi i patti di compensazione conclusi prima della domanda di concordato preventivo (Tribunale di Monza 27 novembre 2013, n. 12609/2013” dott. Mirko Buratti).
La questione nasceva dal fatto che l’impresa aveva chiesto la sospensione del contratto di conto corrente e il tribunale aveva autorizzato la sospensione; il contratto era proseguito dopo la presentazione della domanda di concordato fino alla sospensione del rapporto.
Si doveva stabilire se la Banca avesse diritto di trattenere le somme versate da terzi a seguito della presentazione delle ricevute e di “compensarle” attraverso il mezzo tecnico delle annotazioni sul conto ad attivo della società correntista, ma ad elisione delle partite di segno opposto, ovvero, se dovesse considerarsi obbligata a consegnare le somme all’imprenditore in concordato preventivo.
La soluzione del tema presuppone che sia configurabile una regolamentazione che, in deroga al principio della cristallizzazione della massa debitoria e della inesigibilità dei crediti vantati da terzi nei confronti della società in forza del principio della par condicio creditorum, attribuisca alla banca il diritto di soddisfare, dopo l’apertura della procedura concordataria, il proprio credito per l’anticipazione sorto anteriormente alla procedura, attraverso l’incameramento delle somme riscosse durante la stessa procedura.
La Corte Suprema ha consolidato l’orientamento secondo cui (ferma restando la proseguibilità e la concreta prosecuzione del rapporto bancario durante la procedura concorsuale minore) occorre distinguere a seconda che “la convenzione relativa alla operazione di anticipazione di ricevute bancarie regolata in conto preveda, o no, una clausola che attribuisca alla banca il diritto di “incamerare” le somme riscosse, ossia il c.d. patto di compensazione o il patto di annotazione e di elisione nel conto delle partite di segno opposto”; nell’ipotesi affermativa, “la banca ha diritto di “compensare” il suo debito per il versamento al cliente delle somme riscosse, con il proprio credito verso lo stesso cliente conseguente ad operazioni regolate nel medesimo conto corrente, a nulla rilevando che il suo credito sia anteriore alla ammissione alla procedura” ed il suo debito posteriore (cfr. Cass. 1° settembre 2011 n.17999, Cass. 5 agosto 1997 n.7194, 23 luglio 1994 n. 6870).
Dal principio per il quale l’ammissione alla procedura di concordato preventivo non determina lo scioglimento del rapporto di conto corrente bancario e di quelli in esso confluenti discende che la prosecuzione attiene al rapporto nella sua interezza e si estende a tutte le clausole pattizie che lo regolano, compresa quella con la quale le parti hanno attribuito alla banca il diritto di “incamerare” le somme riscosse per conto del correntista. Il patto di compensazione si connette al negozio di credito bancario ed è strutturalmente collegato al potere attribuito alla banca (in forza di un mandato o per effetto di una cessione di credito) di riscuotere il credito del correntista. La correlazione, che impone una speciale regolamentazione delle modalità di soddisfazione del credito della banca, determina un vincolo inscindibile, nel senso che, in assenza del patto di compensazione, l’operazione non sarebbe stata posta in essere. Negozio e patto non possono che essere interdipendenti. Secondo la Suprema Corte, “risulta inammissibile, prima ancora sul piano logico che su quello giuridico, qualsiasi costruzione giuridica incentrata sulla prosecuzione, nel corso di una procedura concorsuale minore, del complesso unitario rapporto di conto corrente bancario, compresa l’obbligazione di dar esecuzione all’incarico di incassare le ricevute, ma con esclusione del patto (va ribadito, inscindibile rispetto a quel rapporto) della “compensazione” attraverso il mezzo tecnico della annotazione in conto delle somme riscosse ad elisione delle partite di debito verso la banca”.
Ne consegue che la collocazione extra concorsuale delle operazioni di anticipazione bancaria comunque correlate al patto di compensazione presuppone che il rapporto sia pendente e che prosegua nella sua interezza dopo l’apertura della procedura concordataria: nel caso in cui il rapporto di credito bancario si sciolga, anche il patto di compensazione, al pari di tutti gli altri patti accessori, verrà meno, con conseguente impossibilità per la banca di operare la compensazione tra debiti e crediti ed obbligo di riversare alla procedura le somme incassate dopo lo scioglimento del contratto.
Nel caso sottoposto a giudizio i rapporti erano due: a) un conto corrente ordinario denominato “cedenti s.b.f.” sul quale sono state convogliate operazioni di varia natura tra le quali l’accredito del portafoglio ceduto a “maturazione valuta”; b) un conto denominato “c/finanziamenti euro export eff.” dedicato esclusivamente all’accredito dei finanziamenti export ed alla loro successiva estinzione; quest’ultimo costituiva un conto vassallo del conto corrente ordinario.
Le clausole generali di regolazione del conto corrente di corrispondenza prevedevano che quando vi siano tra banca e cliente “più rapporti o più conti di qualsiasi genere o natura…, ha luogo in ogni caso la compensazione di legge ad ogni suo effetto. Anche i moduli di richiesta degli anticipi su esportazioni risultavano muniti di timbro e sottoscrizione da parte del cliente e la clausola in esse riportata recitava: “a garanzia della anticipazione, vi cediamo, pro solvendo, il complessivo credito verso l’impresa sopra specificata…”; i moduli richiamavano le norme e condizioni generali vigenti tra le parti per la disciplina del rapporto di anticipazione.
Le clausole contrattuali che regolavano lo smobilizzo dei crediti, nel ribadire che la cessione pro solvendo era effettuata a scopo di garanzia, precisavano che “le somme incassate dalla Banca in relazione alla cessione di credito sono portate ad estinzione o decurtazione… di ogni suo credito… dipendente dalle anticipazioni concesse ovvero saranno accreditate in uno speciale conto vincolato a garanzia per essere utilizzate per l’estinzione o decurtazione di ogni suo credito”.
Per quanto riguarda le operazioni di accredito di portafoglio in conto corrente, denominata in contratto “smobilizzo crediti” e indicata come “servizio di incasso”, risultava specificamente pattuito che “i crediti del cliente verso terzi sono da intendersi contestualmente ceduti pro solvendo alla banca all’atto delle operazioni…”, mentre venivano richiamate le condizioni generali e le norme vigenti tra le parti che regolavano il conto corrente, gli affidamenti ed il servizio incassi di portafoglio.
Si trattava di rapporti relativi ad operazioni di anticipazione di crediti verso terzi di natura autoliquidante, regolate in conto corrente, caratterizzate dalla caratteristica comune di perseguire il rimborso del finanziamento attraverso l’incasso dei crediti smobilizzati da parte dei terzi debitori e dalla correlata possibilità attribuita alla banca dal patto di compensazione di incamerare i pagamenti provenienti dai terzi.
Il patto di cessione assolve ad una funzione di garanzia e costituisce uno strumento di rafforzamento del meccanismo compensativo della annotazione in conto delle somme riscosse ed elisione dei crediti della banca, attraverso il quale si realizza l’estinzione tra le partite in dare e quelle in avere contabilizzate in conto, a fronte del diritto riconosciuto al correntista di modificare continuamente la disponibilità, indipendentemente dagli effetti traslativi ed abdicativi in favore della banca dei crediti smobilizzati e riscossi.
Il giudice ha ritenuto che il patto specificamente correlato all’anticipazione non ponga problemi di opponibilità alla procedura concorsuale dal momento che quando il rapporto bancario nel suo complesso prosegue in corso di procedura con piena efficacia di tutte le clausole pattizie ad esso riconducibili, è necessariamente antecedente all’apertura della procedura, con la conseguenza che il patto di compensazione inscindibilmente interdipendente all’operazione creditizia è destinato ad operare in corso di procedura, finché non intervenga una causa di scioglimento del rapporto; tutto questo in deroga al principio di parità di trattamento dei creditori che impedisce il pagamento (e, tantomeno, “l’autopagamento”) dei crediti anteriori.
La circostanza che non risultasse provata la notificazione delle cessioni ai debitori ceduti non incideva sulla validità tra le parti del patto di compensazione, dal momento che la sua operatività non è condizionata dal fatto che la cessione del credito, in funzione di garanzia, si sia realizzata. Infatti, va considerato che il contratto di conto corrente bancario si caratterizza per la complessità delle prestazioni che lo contraddistinguono e che hanno il contenuto tipico di altre fattispecie contrattuali accomunate attorno ad una prestazione principale di mandato, tra le quali si colloca la regolamentazione in conto corrente delle operazioni di pagamento e di incasso delle singole presentazioni di ricevute od altri titoli correlate alle erogazioni creditizie.
L’opponibilità del patto di compensazione o di annotazione ed elisione nel conto di partite di segno opposto, d’altra parte, è compatibile con l’art. 56 L.F., applicabile al concordato preventivo per effetto del richiamo operato dall’art. 169 L.F.. Infatti, la possibilità di operare la compensazione anche dopo l’apertura della procedura di concordato preventivo quando l’origine causale della situazione giuridica estintiva delle obbligazioni reciproche è antecedente ad essa risponde alla medesima esigenza di equità sostanziale vigente nell’ambito del fallimento, in forza della quale il terzo creditore che sia titolare anche di un debito verso la procedura non deve essere costretto a sopportare un pagamento in moneta concorsuale dopo aver adempiuto integralmente alla propria obbligazione, come è accaduto per la banca che ha erogato l’anticipazione.
Analoghe considerazioni valgono per le operazioni di accredito di portafoglio in conto corrente. Il patto di compensazione in funzione solutoria risulta contestuale ed accessorio al rapporto di anticipazione, vi è stata pratica attuazione del rapporto attraverso l’utilizzo degli affidamenti e la trasmissione dei flussi di crediti da incassare, con la conseguenza che, sin da tale momento, i crediti sono entrati a far parte del patrimonio della banca e la compensazione è opponibile alla procedura.
Il nuovo art. 169 bis L.F., introdotto dall’art. 33, comma 1, lett. d) del DL 83/2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 134/2012, ha apportato al sistema del concordato preventivo una disciplina dei contratti in corso di esecuzione prima mancante, prevedendo la possibilità per il debitore di chiedere al Tribunale o, dopo il decreto di ammissione ex art. 163 L.F., al Giudice Delegato, di essere autorizzato a sciogliersi dai contratti pendenti alla data di presentazione del ricorso.
Il legislatore ha rimesso al debitore la scelta di convenienza se mantenere in essere l’operatività dei rapporti negoziali vigenti ovvero di interromperla, nel caso in cui siano ritenuti pregiudizievoli o comunque non funzionali agli obiettivi del piano concordatario.
Il valore dell’impresa si preserva nella sua oggettività proprio mediante la possibilità di modulazione degli effetti della procedura sui rapporti pendenti a seconda della loro utilità per la continuità economica dell’attività. La possibilità di beneficiare, in deroga alla regola della prosecuzione dei rapporti in essere, del peculiare vantaggio di liberarsi dai contratti reputati economicamente pregiudizievoli si riconnette, tuttavia, all’onere posto a carico dell’imprenditore di attivarsi al fine di provocarne lo svincolo attraverso il meccanismo dell’autorizzazione da parte del tribunale allo scioglimento od alla sospensione dello specifico rapporto pendente.
Attraverso il ricorso allo strumento autorizzativo allo scioglimento od alla sospensione del rapporto contrattuale è possibile neutralizzare gli effetti dei contratti in essere ritenuti pregiudizievoli, con conseguente effetto caducatorio dei patti assunti antecedentemente, a condizione che ciò avvenga in regime di reciprocità, cioè che vi sia il contestuale venir meno anche dei vantaggi che sarebbero derivati dalla loro sopravvivenza.

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