30 Giugno 2017

Comunione legale tra coniugi

La comunione della proprietà di qualcosa non è sempre uguale ed in particolare la comunione legale tra coniugi è diversa da quella c.d. ordinaria, come anche da quella testamentaria.
La comunione tra i coniugi è anzitutto caratterizzata dalla specificità dei soggetti e altro elemento che la connota è il fatto che la massa in comune vede un diritto unitario ma non frazionabile, un tutto che vede i coniugi solidarmente obbligati senza quote di riferimento. Si suole parlare di “comunione senza quote” come ritenuto ancora dalla C. Cost. con sentenza 17 luglio 1988, n. 311, ove non è ammessa la partecipazione di estranei e si parla di proprietà “solidale”.
La comunione tra i coniugi, non essendo eterna, cessa al realizzarsi di certi presupposti e in quel momento rimane la comunione che diventa però ordinaria (assenza, morte presunta, separazione, divorzio, cessazione degli effetti civili del matrimonio, fallimento…). Lo ha affermato ancora di recente la Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I, sent. n. 8803 del 5 aprile 2017).
Cessata la comunione dei coniugi quali sono gli effetti che si producono? Il più immediato e magari alla base della cessazione è la possibilità di disporre liberamente dei beni che ne sono oggetto.
Con lo scioglimento i beni cadono in comunione ordinaria e allora assumeranno rilevanza le quote di competenza di ciascun coniuge che potranno essere convertite in beni singoli di competenza di ciascun coniuge per divisione o vendita, ma anche per l’aggressione da parte dei creditori.
La citata sentenza n. 8803/2017 interviene sul tema dell’accertamento dell’inesistenza e/o impossibilità giuridica dell’oggetto del trasferimento immobiliare, eseguito in forza dell’atto di compravendita di un notaio avente ad oggetto una quota indivisa, pari alla metà, del bene già oggetto di comunione legale fra i coniugi atteso che, a seguito del fallimento di un coniuge, la comunione si era sciolta ai sensi dell’art. 191 c.c., e quella originaria sarebbe divenuta una comunione ordinaria, con la conseguente libera disponibilità della quota di spettanza del coniuge non fallito che ne aveva disposto (in misura del 50%) con l’atto richiamato.
Il principio in diritto affermato è stato: “La natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane sino al momento del suo scioglimento, di cui all’art. 191 c.c., prodottosi il quale effetto i beni cadono in comunione ordinaria e ciascun coniuge, che abbia conservato il potere di disporre della propria quota, può liberamente e separatamente alienarla”.
Nel caso oggetto di giudizio lo scioglimento della comunione legale, ai sensi degli art. 191 e 194 c.c., aveva determinato la divisione di tutti i beni, anche di quelli acquistati prima del fatto che aveva causato lo scioglimento della comunione, in quote uguali, tra i due coniugi, che perciò sarebbero divenute liberamente alienabili.
Le parti non avevano inteso spiegare una domanda di annullamento dell’atto di compravendita, nel termine perentorio previsto dall’art. 184 c.c., che avrebbe reso definitivamente valido ed efficace l’atto una volta trascorso il tempo fissato dalla disposizione.
La dichiarazione di fallimento di uno dei coniugi aveva causato lo scioglimento della comunione legale, di cui all’art. 159 c.c., con effetti permanenti, ai sensi dell’articolo 215 c.c. e ss., e reso possibile il passaggio del bene dalla comunione legale ad un regime di comunione ordinaria, con la conseguente validità dell’alienazione della sola quota di proprietà del coniuge in bonis, dopo il verificarsi dello scioglimento della comunione medesima.
I coniugi lamentavano che il Tribunale avesse male interpretato l’art. 191 c.c., confondendo il concetto di regime patrimoniale con quello di patrimonio, senza avvedersi che gli eventi elencati non producono effetti retroattivi sul patrimonio dei comunisti, ma svolgono la loro efficacia solo, ex nunc, attraverso la cessazione del regime di comunione legale onde solo gli acquisti futuri sono assoggettati al regime della comunione ordinaria, che ha effetti ex nunc e non si comunicherebbe ai beni già oggetto di quella.
Alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 311 del 1988, che ha definito la comunione legale fra coniugi come una comunione senza quote, perché finalizzata alla tutela della famiglia e non della proprietà individuale, la vendita della frazione astratta in sè stravolgerebbe l’istituto creando un vero e proprio vulnus, non solo attribuendo diritti reali di contenuto od estensione prima insussistenti, ma permettendo l’introduzione di un estraneo nell’ambito dei beni comuni, contro il fondamento dell’istituto.
Con il fallimento di uno dei coniugi i ricorrenti contestavano anche che il Tribunale avesse interpretato l’art. 191 c.c. dando un rilievo improprio all’evento fallimento di uno dei coniugi, come circostanza fattuale capace di comportare una caduta dei beni acquistati in comunione legale in una comunione ordinaria, in tal modo legittimando una incostituzionalità dell’art. 191 c.c., per violazione dell’art. 3 Cost., in quanto si avallerebbe una pericolosa incisione dei rapporti matrimoniali per una causa patrimoniale esterna.
Ancora i ricorrenti lamentavano che il tribunale avesse interpretato gli art. 191 e 194 c.c. nel senso che lo scioglimento della comunione si comunicherebbe a tutto il patrimonio familiare e si dolevano del fatto che il Tribunale avesse affermato che lo strumento utilizzabile per censurare l’atto di trasferimento fosse l’azione di annullamento, ex art. 184 c.c., e che l’inutile decorso del termine annuale per proporla avrebbe reso definitivamente valido ed efficace l’acquisto, anche nei confronti del coniuge (fallito) non alienante né consenziente. Al contrario l’azione proposta era quella di nullità, per la vera e propria mancanza dell’oggetto della compravendita.
Ancora i ricorrenti sollevano la questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 191 c.c., come interpretata dai giudici di merito, perché essa determinerebbe una disparità di trattamento del gruppo familiare, considerato in rapporto all’evento che determini lo scioglimento della comunione legale fra i coniugi (art. 3 e 29 Cost.), consentendo l’ingresso di estranei nella comunione familiare (art. 29 Cost.) e trasformando anche la consistenza del diritto reale di proprietà dei beni in comunione (art. 42 Cost.).
La Corte costituzionale (sentenza n. 311 del 1988) ha autorevolmente affermato i seguenti principi di diritto: ”Dalla disciplina della comunione legale risulta una struttura normativa difficilmente riconducibile alla comunione ordinaria. Questa è una comunione per quote, quella è una comunione senza quote; nell’una le quote sono oggetto di un diritto individuale dei singoli partecipanti e delimitano il potere di disposizione di ciascuno sulla cosa comune (art. 1103); nell’altra i coniugi non sono individualmente titolari di un diritto di quota, bensì solidalmente titolari, in quanto tali, di un diritto avente per oggetto i beni della comunione (arg. ex articolo 189, 2° co.). Nella comunione legale la quota non è un elemento strutturale, ma ha soltanto la funzione di stabilire la misura entro cui i beni della comunione possono essere aggrediti dai creditori particolari (art. 189), la misura della responsabilità sussidiaria di ciascuno dei coniugi con i propri beni personali verso i creditori della comunione (art. 190), e infine la proporzione in cui, sciolta la comunione, l’attivo e il passivo saranno ripartiti tra i coniugi o i loro eredi (art. 194).”.
Quella che viene chiamata comunione senza quote è in realtà un artificio tecnico-giuridico utile soltanto ad affermare il diritto del coniuge a non entrare in rapporti di comunione con estranei alla stessa e a difendere il patrimonio familiare da inframmettenze di terzi. Di qui la possibilità e la necessità di alienare il bene nella sua interezza (anche senza il consenso dell’altro coniuge e salva successiva autorizzazione sanante dell’annullabilità dell’atto: art. 184 c.c.) o ad espropriarlo vendendolo per intero. Questa fondamentale esigenza, tuttavia, non implica che, una volta che sia stata sciolta la comunione legale e le parti abbiano maturato diritti di credito riguardo ai beni relitti, uno degli ex coniugi non possa, separatamente cedere la propria quota, ossia la corrispondente misura dei suoi diritti verso l’altro, ad ogni fine, incidenti sul relitto di quella che fu la comunione coniugale, senza che per questo si ponga un problema di radicale invalidità dell’atto di trasferimento.
In tali casi, infatti, lo scioglimento della comunione legale ha comportato la possibilità che il ius in re venga separatamente alienato senza che si dia la possibilità di apprezzare un ipotetico vulnus addebitabile all’acquisto del terzo estraneo poiché non è da confondere la persistenza del vincolo coniugale con il nuovo regime dei beni che un tempo furono al suo servizio.
Non è pensabile che beni che già formarono l’oggetto di un regime di circolazione limitato (ammesso unicamente con il consenso dei contitolari) possano persistere nell’assoggettamento a limiti forti anche quando le necessità funzionali originarie siano venute meno definitivamente o per vicende attinenti al vincolo personale o per fatti riguardanti il potere di disporre della componente patrimoniale.

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