Categorie approfondimento: Societario
4 Luglio 2015

La comproprietà di quote di s.r.l. derivanti da successione: il rappresentante comune è il solo legittimato

Di cosa si tratta

Il tribunale di Roma con l’ordinanza in data 19 febbraio 2015 del dott. Francesco Remo Scerrato ha affrontato due tematiche: la sospensione cautelare dell’esecuzione delle delibere assembleari e la situazione di comproprietà di partecipazione sociale ed esercizio dei “diritti dei comproprietari” quando abbiano a subentrare al socio in caso di successione. Torneremo sul primo tema (nel sito: “S.r.l.: sospensione cautelare delle delibere”), trattando ora il secondo.
Nel caso sottoposto a giudizio, nella fase interinale della richiesta di sospensione della delibera impugnata, Antonio era il socio precedente amministratore unico e non ha partecipato all’assemblea convocata da altro socio Alessandro, né non si era verificato l’effetto sanante dello svolgimento dell’assemblea in forma totalitaria (cfr. art. 2479 bis, 5° comma, c.c.), quindi il Giudice ha dato risposta positiva alla richiesta di sospendere la delibera irregolarmente convocata.
Infatti a seguito del decesso di Settimio, la compagine societaria risultava ancora costituita da Settimio (titolare del 31% del capitale), da Antonio (29%), da Diana (20%) e da Alessandro (20%), e non si era proceduto alla formalizzazione della successione, con la conseguenza che trovava applicazione l’art. 7 Statuto, in base al quale è previsto che “Le quote sono nominative e possono essere trasferite per atto fra vivi e per successione mortis causa. … In caso di successione mortis causa, gli eredi del socio defunto dovranno farsi rappresentare nella società da uno soltanto di essi munito dei necessari poteri”. Infatti in caso di comproprietà della partecipazione, si deve procedere alla nomina, ai sensi degli artt. 2468 e 1105 c.c., di un rappresentante comune dei comunisti (cioè gli eredi di Settimio), il quale è chiamato a svolgere le funzioni di amministratore della quota comune e a prendere tutte le decisioni necessarie all’ordinaria amministrazione, fornendo il necessario impulso all’attività sociale e compiendo tutte le scelte che competerebbero al socio unico, con l’unica esclusione degli atti previsti dall’art. 1108 c.c..
Va precisato che la comproprietà della partecipazione sociale si risolve in una ipotesi di comunione ordinaria avente per oggetto la quota sociale, intesa quale bene immateriale equiparato al bene mobile, dovendosi ritenere che il carattere patrimoniale della partecipazione, assumendo un carattere di prevalenza rispetto ai suoi profili obbligatori, e cioè al complesso dei diritti e obblighi connessi con lo status di socio, connota la quota come bene e cioè come oggetto unitario di diritti (cfr. Cass. 22361/09). Inoltre alla comproprietà della partecipazione sociale è applicabile in via diretta la disciplina della comunione ordinaria e la speciale regola dettata dall’ultimo comma dell’art. 2468 c.c. si limita ad introdurre una deroga espressa a tale disciplina, avente per oggetto la necessità, e non soltanto la possibilità, della nomina del rappresentante comune, la cui nomina, funzione e attività sono disciplinate, per tutti gli altri aspetti, dagli artt. 1105 e 1106 c.c.. Infine il rappresentante comune, da equipararsi all’amministratore, assume, secondo il maggioritario e condivisibile orientamento di giurisprudenza e dottrina, il ruolo di mandatario dei comproprietari.
La ratio della nomina di un rappresentante comune, la cui nomina e permanenza in funzione è obbligatoria ex lege, viene individuata nella necessità di assicurare, sul piano organizzativo, un corretto e trasparente svolgimento dei rapporti fra società e comunisti, al fine di individuare un unico interlocutore con la società, sia essa una Spa (art. 2347, 1° comma, c.c.) ovvero una Srl (art. 2468, u.c., c.c.), atteso che le disposizioni sono identiche, prevedendo che “ … nel caso di comproprietà … i diritti dei comproprietari devono essere esercitati da un rappresentante comune nominato secondo le modalità previste dagli articoli 1105 e 1106 c.c. …”; quindi in questo modo si evita di dover procedere volta per volta alla identificazione della volontà dei comunisti.
Va evidenziato che il legislatore si riferisce tout court ai ‘diritti dei comproprietari’, senza alcuna distinzione fra diritti sociali e diritti amministrativi, prevista invece in materia di pegno, usufrutto e sequestro (art. 2352 c.c. per le Spa e art. 2471 bis c.c. per le Srl).
Una volta ribadita la necessità di tale nomina, da attuare attraverso il riferimento alle disposizioni privatistiche in tema di comunione (artt. 1105 e 1106 c.c.), si è posta la questione dell’esclusività o meno dell’esercizio di tali diritti e se sia possibile ammettere, pur in presenza di un rappresentante comune, una iniziativa autonoma e/o concorrente da parte del singolo comproprietario.
Se pur si sono registrati contrasti per quanto riguarda, ad esempio, il potere di controllo da parte dei soci non amministratori, avendo i sostenitori della tesi meno restrittiva evidenziato che in questi casi non vi sarebbe la necessità di assicurare unitarietà di posizione, si evidenzia che è invece consolidato l’orientamento restrittivo per quanto attiene all’esercizio del diritto di voto ed al potere di impugnazione, spettante di sicuro solo ed esclusivamente al rappresentante comune.
Si giunge a questa conclusione in quanto il legislatore, a differenza di altri casi, ha utilizzato un’espressione onnicomprensiva, parlando di ‘diritti dei comproprietari’ che ‘devono essere esercitati da un rappresentante comune’; quindi tutti i diritti, per statuto o per legge spettanti ai comproprietari, devono obbligatoriamente essere esercitati dal nominato rappresentante comune.
Se questo vale per l’impugnazione di deliberazioni assembleari e/o per il diritto di voto, è di tutta evidenza che la medesima soluzione deve essere prospettata nel caso di iniziativa del socio per la convocazione dell’assemblea.
In conclusione, preso atto della mancata formale nomina di un rappresentante comune per l’esercizio dei diritti sociali spettanti ai contitolari della quota del 31 % del capitale sociale della Srl a seguito del decesso del titolare Settimio e comunque dell’impossibilità di considerare accresciute le quote dei soci superstiti, è conseguenziale il difetto di legittimazione del socio Alessandro ad attivare la procedura per la convocazione dell’assemblea, in quanto costui non era titolare di almeno un terzo del capitale sociale.
Si era anche fatto riferimento alla nomina della socia a rappresentante comune della comunione ereditaria relativa alla quota del de cuius, ma, a prescindere dalla fondatezza o meno di tale allegazione, è fuor di dubbio che la convocazione per l’assemblea del 10/10/14 è provenuta solo ed esclusivamente dal socio Alessandro, tale qualificatosi e firmatosi nel richiamato avviso di convocazione, socio che però era titolare unicamente del 20% del capitale sociale e non almeno di un terzo dello stesso.
Dunque l’impugnazione appariva verosimilmente fondata fin da questo primo motivo di doglianza, in quanto la procedura di convocazione dell’assemblea non era rituale e quindi la deliberazione adottata appariva viziata e da annullare.
Non vale neanche sostenere che attualmente la socia abbia una posizione comune con il socio Alessandro e che, sommando le loro quote originarie, si arriverebbe al minimo di legge per la convocazione; infatti una tale coincidenza di posizione processuale e sostanziale non vale a sanare un vizio procedurale relativo alla convocazione dell’assemblea.
È anche vero che l’amministratore non ha diritto al mantenimento dell’incarico e che in base all’art. 2383, 3° comma, c.c., pacificamente applicabile alle Srl, l’assemblea può revocare l’amministratore dall’incarico in qualunque tempo e ad nutum, non essendo il requisito della giusta causa elemento costitutivo della validità e/o dell’efficacia della deliberazione di revoca e rilevando invero detto requisito solo sotto l’eventuale profilo risarcitorio, ma è altrettanto vero che ciò possa e debba avvenire solo rispettando la procedura prevista dalla legge e dallo statuto; quindi non pare escludersi il potere di impugnazione da parte dell’amministratore revocato per far valere la violazione della procedura seguita per la revoca, impregiudicato il diritto della maggioranza alla revoca dell’amministratore sulla base di una nuova deliberazione, adottata conformemente a legge e statuto.
Sulla base della ritenuta esistenza del requisito del fumus boni iuris e del requisito del periculum in mora, attesa la necessità dell’attribuzione del potere gestorio a chi risulti nominato nel rispetto delle disposizioni di legge o di statuto e della tutela dell’interesse dell’attore, odierno ricorrente, a veder esercitato il potere gestorio da parte di chi sia stato regolarmente nominato, il giudice ha ritenuto di disporre positivamente; infatti è evidente il pregiudizio che può essere arrecato all’interesse del ricorrente al rispetto delle regole organizzative, che disciplinano lo svolgimento dell’attività della società, oltre che al complessivo assetto gestionale della società stessa, che invero verrebbe ad essere rappresentata e gestita da un organo dal futuro incerto, con conseguente incertezza dei rapporti e delle relazioni intercorrenti con i terzi; sussiste anche l’interesse della società alla regolarità della gestione da parte di chi sia stato ritualmente nominato amministratore.
È vero che, come eccepito dai soci intervenuti, il riacquisto della funzione gestoria da parte del ricorrente, privo della fiducia della maggioranza dei soci, potrebbe avere breve durata e che presto costui potrebbe essere sostituito nella carica a seguito di nuova deliberazione assembleare, ma, dovendo il Tribunale decidere allo stato degli atti ed essendo chiamato a rimuovere gli effetti di una situazione di verosimile illegittimità, la decisione non può che essere nel senso della sospensione della deliberazione di revoca, a prescindere da quelle che possano essere le future decisioni della maggioranza dei soci.
Alla luce delle risultanze di causa e visto il vizio di convocazione dell’assemblea, il giudice disponeva la sospensione dell’efficacia esecutiva della deliberazione del 10/10/14, con cui Antonio è stato revocato dalla carica di amministratore unico della società.

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