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20 Gennaio 2019

Compenso dell’amministratore di società di capitali

Il diritto al compenso dell’amministratore di società di capitali deriva dal contenuto dell’art. 2389 c.c. dal quale si desume che l’ordinamento riconosce agli amministratori delle società di capitali il diritto ad un compenso per l’attività svolta per conto della società in adempimento del mandato ricevuto (naturalmente oneroso, ex art. 1709 c.c.): in tal senso è del tutto pacifica la giurisprudenza la quale ha correttamente qualificato in termini di diritto soggettivo perfetto la pretesa dell’amministratore di una società al compenso per l’opera prestata dovendosi presumere che l’attività professionale sia svolta a titolo oneroso (da ultimo Tribunale Roma 21 febbraio 2017, n. 3422).
Legittimato passivo rispetto alla domanda di determinazione del compenso è la società nel cui interesse l’amministratore assume di avere agito mediante il compimento delle prestazioni, tipiche del rapporto gestorio, inerenti all’esercizio dell’impresa costituente l’oggetto della società.
In via generale il Tribunale osserva che il disposto normativo di cui all’art. 2389 c.c., dettato in materia di società per azioni, nella parte in cui sancisce che i compensi spettanti ai membri del consiglio di amministrazione e del comitato esecutivo sono stabiliti all’atto della nomina o dall’assemblea, in mancanza di specifiche previsioni pattizie, può trovare applicazione anche riguardo alle società a responsabilità limitata. In difetto delle richiamate manifestazioni formali il compenso deve intendersi non definito e deve essere giudizialmente determinato, su domanda dell’amministratore, in applicazione del richiamato art. 1709 c.c., anche mediante liquidazione equitativa.
In mancanza di determinazione da parte dell’atto costitutivo ovvero dell’assemblea, rimangono prive di effetti altre eventuali forme di determinazione, tra cui l’accordo orale eventualmente intervenuto fra amministratore e socio di maggioranza, con conseguente attribuzione del carattere di indebito oggettivo al compenso corrisposto, sulla base di un simile accordo, in mancanza del fatto costitutivo previsto dalla legge (cfr., Tribunale Bari, sez. IV, 22 aprile 2010, n. 1394).
Infine, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che non esiste un compenso minimo, tanto è vero che gli amministratori possono accettare di essere retribuiti in modo oggettivamente inadeguato al lavoro svolto, anche se vi deve essere il loro consenso, anche tacito (cfr., Cassazione civile, sez. II, 17/03/1981, n. 1554). Del resto, il diritto al compenso degli amministratori è disponibile e può costituire oggetto di rinuncia, pure tacita, purché inequivoca. Al riguardo, la Suprema Corte ha anche affermato che: ‘In tema di compenso in favore dell’amministratore di una società di capitali, che abbia agito come organo, legato da un rapporto interno alla società, e non nella veste di mandatario libero professionista, la facoltà dell’amministratore di insorgere avverso una liquidazione effettuata dall’assemblea della società in misura inadeguata, per chiedere al giudice la quantificazione delle proprie spettanze, viene meno, vertendosi in materia di diritti disponibili, qualora la delibera assembleare sia stata accettata e posta in esecuzione senza riserve. (Cassazione Lav., Sentenza n. 12592 del 24 maggio 2010).
Va, poi, rammentato che, ove lo statuto nulla disponga in merito al compenso dell’amministratore, competente per la relativa determinazione è l’assemblea dei soci, che può provvedervi sia con la medesima delibera di nomina dei soggetti preposti alle funzioni gestorie, sia con autonoma e separata deliberazione. Ove nulla disponga al riguardo lo statuto ovvero l’assemblea si rifiuti o ometta di procedere alla relativa liquidazione o, ancora, lo determini in misura assolutamente inadeguata, l’amministratore potrà ricorrere all’Autorità giudiziaria per la relativa determinazione.

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