Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
3 Giugno 2006

Compensi degli amministratori: insindacabilita’ da parte dell’amministrazione finanziaria. Criterio di cassa

Di cosa si tratta

Questione controversa, sulla quale si è di recente avuta una pronunzia alla quale ci riportiamo (Cass. Sez. Trib. 31/10/2005) e sulla quale fondiamo ora le nostre conclusioni, è l’esistenza del potere dell’Amministrazione finanziaria di valutare la congruità della determinazione dei compensi che vengono attribuiti agli amministratori nelle società.
Nell’anticipare la conclusione, che è nel senso della esclusione di questo potere, dobbiamo anche segnalare che, non essendo l’orientamento giurisprudenziale consolidato, si sta ora attendendo la pronunzia della Cassazione a Sezioni Unite, alla quale l’ordinanza del 20 giugno 2002, n. 9025 ha rimesso la questione, per risolvere in via definitiva il contrasto ancora esistente nelle pronunzie della sezione.
Alcune altre affermazioni contenute nell’indicata sentenza vanno segnalate in quanto consentono di muoversi in modo più avveduto per diversi profili. Intendiamo riferirci all’utilizzo del principio di cassa o di competenza in relazione alla deliberazione e all’erogazione di questi compensi. Per l’art. 109 del T.U.I.R. per la determinazione del reddito di impresa si stabilisce che l’imputabilità dei componenti positivi e negativi della gestione vadano trattati in base al principio di competenza e non quindi in base al fatto economico.
Questo è del resto conforme a quanto stabilito dall’art. 2423-bis cod. civ., che dispone che “si deve tenere conto dei proventi e degli oneri di competenza dell’esercizio, indipendente dalla data dell’incasso o del pagamento”. Il principio in sede fiscale viene, diciamo, adattato per impedire usi strumentali delle norme di bilancio per ottenere indebiti vantaggi fiscali.
Si aggiungono quindi due ulteriori requisiti: la certezza in ordine all’esistenza del componente positivo o negativo e l’oggettiva determinabilità; questi rappresentano una deroga al principio di “prudenza”, che comporterebbe che i profitti non ancora conseguiti non debbano essere contabilizzati, mentre le perdite, anche se non ancora realizzate, debbano essere iscritte in bilancio.
Il sistema della determinazione del reddito di impresa è fatto per impedire che sia la volontà del contribuente a stabilire a quale periodo d’imposta imputare costi o proventi a secondo della convenienza; per le spese queste vanno allocate nell’esercizio nel quale sono state sostenute e al quale devono essere imputate e non le si possono fare scivolare a periodo successivo solo per un’applicazione del criterio di cassa, che sarebbe come fare dipendere questo dalla determinazione del contribuente.
Altro temperamento al principio di competenza si ha nel rendere rilevante il momento nel quale si paga la spesa o si effettua l’incasso. Finalità antielusive portano a concludere che per alcuni costi, come i compensi degli amministratori, oltre all’imputazione al periodo si debba tenere conto della concreta corresponsione e ciò ai sensi dell’art. 95 T.U.I.R., che dispone che, oltre all’inerenza al periodo, debbano anche essere state corrisposte nel periodo, in deroga quindi all’art. 109, che darebbe il criterio di competenza. Se i compensi scivolano in erogazione all’esercizio successivo, saranno deducibili in questo, dando luogo ad una correlata variazione in diminuzione; rileva quindi per i compensi il solo criterio di cassa.
Di confronto alla precedente norma sono venuti meno i requisiti soggettivi od oggettivi che comportavano la conclusione di un limite quantitativo ai compensi. La citata sentenza afferma che, in mancanza di un parametro normativo espresso dal legislatore, non si può compiere una valutazione di merito senza cadere nell’arbitrio.
Alla conclusione indicata si perviene dalla nuova formulazione dell’art. 95, già art. 62 del T.U.I.R., che non prevede più il richiamo ad un parametro da utilizzare nella valutazione di congruità dei compensi, e va preso atto della modificazione normativa e concludere per l’inesistenza del potere di verifica della congruità.

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