Categorie approfondimento: Societario
10 Maggio 2011

Collegio sindacale e cessazione carica di sindaco

Di cosa si tratta

Tutti sappiamo che gli amministratori e i sindaci delle società restano in carica in virtù della c.d. “prorogatio”, cioè la loro posizione resta tale fino a quando vi è la nomina di altro incaricato che accetti.
Il giudice del Registro di Milano ha stabilito che la rinunzia da parte di un sindaco effettivo al proprio incarico ha effetto immediato indipendentemente dalla sua accettazione da parte dell’assemblea, anche quando l’automatica sostituzione del dimissionario non sia possibile per mancanza di sindaci supplenti (Trib. Milano 20 agosto 2010).
L’applicabilità in via di analogia del regime di prorogatio, che è espressamente disciplinata per i soli amministratori ex art. 2385 cod. civ. anche alle ipotesi di cessazione dei sindaci, era già una questione discussa.
L’iscrizione delle dimissioni del sindaco di società non è però un’operazione che compie il sindaco stesso perché non è legittimato a fare la domanda in via autonoma; il potere, anzi l’obbligo, di iscrizione della cessazione grava sugli amministratori.
Come è stato possibile che invece questo sia avvenuto? Con il ricorso all’espediente dell’interessato, che ha “sollecitato” l’intervento del Conservatore come “obbligo di iscrizione rimasto inadempiuto”.
Se questo ha rilevanza procedurale, il principio adottato va contro il più generale principio della completezza del collegio sindacale contro il quale urta l’interesse del sindaco di cessare dalla propria carica.
Con la Riforma del diritto societario è stata mutata la disciplina della cessazione dell’incarico dei sindaci per scadenza del termine finale del loro incarico stabilendo che “ha effetto dal momento in cui il collegio è stato ricostituito” (art. 2400, 1° comma, ultimo periodo), mentre nulla è stato introdotto di nuovo in relazione alle altre cause di cessazione (morte, rinunzia, decadenza).
La pronunzia richiamata afferma che in forza della modifica apportata, avendo inciso solamente per quanto espressamente regolato, esclude il regime di prorogatio negli altri casi; quindi l’istituto si applicherebbe solamente nei casi di cessazione della carica alla scadenza e non anche quando sia venuto meno il plenum del collegio anche con il ricorso ai sindaci supplenti.
L’argomentazione è quindi quella di ritenere un’eccezione il ricorso all’istituto di proroga e alla conseguente impossibilità di estenderla a casi simili.
Si deve quindi concludere che è ammissibile che una società resti priva del collegio sindacale sino a quando l’assemblea abbia a provvedere alla sostituzione; in ogni caso tale situazione non può perdurare perché l’inerzia dell’assemblea ad integrare la completezza del collegio sindacale determinerebbe l’insorgere di un’ipotesi di mancato funzionamento che come tale è rilevante quale causa di scioglimento della società.
La pubblicità della posizione è peraltro di indubbio rilievo per i terzi che confidano nella presenza e nell’effettività del controllo di un organo sociale che o c’è e funziona o non c’è e di questo si deve potere avere conoscenza; ci ricorda una posizione, ove, alla ripresa delle responsabilità del collegio sindacale, regolarmente presente alle visure camerali, corrispondeva un collegio dimissionario da anni e mai rinnovato.

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