Categorie approfondimento: Fallimentare
5 Maggio 2015

Chiusura del fallimento: la condizione del fallito

Di cosa si tratta

Una volta dichiarata la chiusura del fallimento ci poniamo la domanda se il fatto storico abbia ancora rappresentazioni e come a queste si possa reagire.
Stiamo naturalmente considerando i fallimenti delle persone fisiche, sia che derivino dal fallimento personale per avere esercitato direttamente l’attività di impresa sia che si tratti del fallimento che deriva dalla partecipazione a società di persone (società in accomandata semplice, società in nome collettivo, soggetti ritenuti amministratori di fatto ed altro dal quale può essere derivata la pronuncia fallimentare).
Di diretta regolamentazione normativa sono le due tematiche principali che vanno a porsi: quella patrimoniale per la quale i creditori insoddisfatti dal risultato del fallimento possono ancora perseguire chi è stato dichiarato fallito e quella personale. Diciamo che siamo più interessati alla seconda per il quesito che un cliente ci ha posto.
Per la prima va detto che, se è trascorso un arco temporale che abbia comportato la prescrizione del diritto del creditore senza che siano intervenuti atti interruttivi, questo tema non si pone più.
In alternativa esiste la “esdebitazione” (sul tema nel sito: “L’esdebitazione” e “Esdebitazione: le modifiche della Riforma 2007”); naturalmente non parliamo della composizione della crisi da sovraindebitamento, che è fuori dalla sfera fallimentare.
Una sentenza della Cassazione a Sezioni Unite (sent. 18 novembre 2011, n. 24215) ha affrontato la questione se, ai fini del riconoscimento del beneficio, occorra il soddisfacimento, almeno parziale, di tutti i creditori concorsuali.
L’istituto della esdebitazione consente al debitore fallito, persona fisica, la liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti integralmente, seppur in presenza di alcune condizioni. L’obiettivo è quello di recuperare l’attività economica del fallito per permettergli un nuovo inizio, azzerate tutte le posizioni debitorie. Il presupposto costituito dal «fallimento» consente al debitore di provocare una modificazione della situazione patrimoniale, con la «liberazione dai debiti residui», che non siano stati soddisfatti attraverso l’esecuzione concorsuale, in modo da creare le condizioni per la reintroduzione dell’imprenditore nel mondo del lavoro.
L’art. 142, co. 2, L.Fall. recita: «L’esdebitazione non può essere concessa qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali». La formulazione presenta margini di equivocità e non consente di ricostruire la volontà del legislatore. Il problema è rappresentato dall’esatta portata dell’inciso «neppure in parte», dato che la locuzione può riferirsi sia al numero dei creditori concorsuali, sia solo alla parte di soddisfacimento che ogni singolo creditore riceve.
La Cassazione ha fatto ricorso al criterio interpretativo logico-sistematico per individuare la voluntas legis e ha osservato come l’introduzione dell’istituto non può ricollegarsi all’esito infausto della definitiva eliminazione dal mercato dell’imprenditore.
Il carattere eccezionale dell’istituto dell’esdebitazione, in quanto derogante ai principi della responsabilità patrimoniale generale (art. 2740 c.c.) e di sopravvivenza delle obbligazioni insoddisfatte nel fallimento (art. 120 L.F.), è riconducibile all’esigenza di consentire all’imprenditore di ripartire, dopo aver cancellato i debiti pregressi.
Le Sezioni Unite ritengono che solo un’interpretazione lata potrebbe inserirsi in un sistema volto a facilitare il reinserimento nel mercato di un soggetto produttivo di reddito.
Si afferma nella sentenza che il disposto dell’art. 142 L.Fall. deve essere interpretato nel senso che ai fini dell’accesso al beneficio occorra il pagamento di una parte dei debiti esistenti.
Ma, non stabilendo il legislatore nulla in ordine all’entità dei crediti da soddisfare rispetto al totale, è rimesso all’apprezzamento del giudice del merito il compito di accertare quando la condizione si sia verificata, ovvero quando la consistenza dei riparti realizzati consenta di affermare che l’entità dei versamenti effettuati, valutati comparativamente rispetto a quanto complessivamente dovuto, costituisca quella parzialità dei pagamenti. Viceversa, richiedere la soddisfazione in qualche misura di tutti i creditori concorsuali implicherebbe un’applicazione marginale dell’istituto, contraria all’obiettiva volontà del legislatore di garantirne l’utilizzo a beneficio e protezione del tessuto imprenditoriale.
Passando al secondo profilo, relativo agli effetti personali del fallimento, dobbiamo aggiungere che la pubblicità che seguisse alla procedura andrebbe a produrre un effetto “di merito”, cioè avremmo un provvedimento che atteggia altrimenti l’imprenditore che era fallito.
Ma se, come ci proponiamo, escludiamo il ricorso alla procedura, da quali altre sedi risulta la passata vicenda concorsuale?
L’istituto della riabilitazione è stato abrogato dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali) ed è stato introdotto il nuovo istituto della esdebitazione, ma tra i due istituti non vi è mai stato un momento di legame.
Da una visura camerale non comparirà nulla di significativo a distanza di anni, ma vediamo ancora rappresentata che una vicenda storica imprenditoriale o societaria vi è stata senza altri aggiornamenti successivi. Interpretarla è equivoco tanto quanto ritenere che si tratti di soggetto che non abbia poi compiuto altra attività che richiedesse pubblicità.
Altro tema è poi il “Registro dei Falliti”.
Previsto dall’art. 50 L. Fall., il tema non dovrebbe più porsi dopo la riforma del 2006, in quanto soppressi sia l’istituto della riabilitazione civile sia il pubblico registro dei falliti, ma non sono state introdotte norme sul riacquisto delle capacità da parte dell’ex fallito e sulle iscrizioni riportabili sul certificato del casellario a richiesta dell’interessato.
L’ex fallito ha difficoltà nel richiedere l’iscrizione al registro delle imprese per l’inizio di nuova attività, non avendo alcun documento (sentenza o atto amministrativo) che dichiari o attesti il riacquisto delle capacità, cioè la riabilitazione, ora abrogata.
Nello stesso tempo non può ottenere un certificato del casellario che non menzioni i provvedimenti giudiziari relativi al fallimento, atteso che l’art. 24 T.U. 313/2002 riconosce tale beneficio solo in presenza di sentenza di riabilitazione.
L’ex-fallito incontra ostacoli quando intende porre in essere istanze o attività che presuppongono il pieno esercizio dei diritti civili o la buona condotta, o, ancora, la cancellazione dal registro dei falliti.
A fronte di questo i tribunali hanno adottato soluzioni diverse; alcuni giudici hanno disposto la cancellazione del nominativo dal registro dei falliti e dichiarato la cessazione delle incapacità, precisando che non occorre istanza di riabilitazione, in quanto questa si produce ex lege con il decreto di chiusura del fallimento (Tribunale Mantova, sentenza dell’8 febbraio 2007; Tribunale Vicenza, sentenza del 20 luglio 2006).
È intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza n. 39/2008 che “dichiara l’illegittimità costituzionale degli articoli 50 e 142 L. Fall., nel testo anteriore all’entrata in vigore del decreto legislativo in quanto stabiliscono che le incapacità personali derivanti al fallito dalla dichiarazione di fallimento perdurano oltre la chiusura della procedura concorsuale”.
Con l’abrogazione della riabilitazione e la dichiarazione di incostituzionalità delle norme richiamate, si è affermato il principio secondo cui le incapacità personali derivanti dalla dichiarazione di fallimento vengono meno automaticamente con la chiusura del fallimento (Cassazione, sentenza n. 4630, del 26/02/2009).
L’ultima pronuncia in materia è la sentenza della Cassazione, sez. 1° Pen. 9 marzo 2015, n. 9966, che ha affermato in modo lato il principio: “E’ illegittima l’iscrizione nel casellario giudiziale della sentenza dichiarativa di fallimento anche se pronunciata anteriormente al D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5”.
La sentenza ha conseguentemente ordinato l’eliminazione dal Casellario, ma tutto questo derivava dall’iniziativa dell’interessato.
Se queste sono le affermazioni in diritto, in fatto cosa accade? A nostro avviso va verificata da parte dell’interessato quale sia la condizione e, accertata ancora l’esistenza dell’annotazione, dovrà fare istanza di cancellazione, alla quale l’ufficio dovrebbe dare seguito positivo.
Va poi aggiunto che il sistema di pubblicità antecedente ha comportato il caricamento dei soggetti in banche dati che continuano a conservare le annotazioni. Su questo fronte appositi interpelli potranno andare a “ripulire” la posizione soggettiva storica ancora conservata.

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