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2 Aprile 2020

Chiusura della società e par condicio creditorum

Per liberarsi dalla responsabilità su di lui gravante in relazione al dovere di svolgere un’ordinata gestione liquidatoria del patrimonio destinato al pagamento dei debiti sociali, il liquidatore ha l’onere di allegare e dimostrare che l’intervenuto azzeramento della massa attiva tramite il pagamento dei debiti sociali non è riferibile a una condotta assunta in danno del diritto del singolo creditore di ricevere uguale trattamento rispetto ad altri creditori, fatte salve le cause legittime di prelazione ex art. 2741, c.c.
Questo è quanto sostenuto dalla pronuncia della Cassazione civile, sez. III, 15 Gennaio 2020, n. 521, che arriva a conclusioni diverse da quanto affermato da noi (nel sito: Cfr.: “Liquidazione della società e mancanza di necessarie attività”).
La responsabilità del liquidatore sociale verso i creditori non soddisfatti, nel rispetto del principio della par condicio creditorum nell’esecuzione delle attività liquidatorie extraconcorsuali, costituisce un mancato adempimento di debito sociale e l’onere della prova è a carico del creditore in ordine al mancato rispetto della par condicio creditorum, quando abbia originato l’insufficienza dell’attivo.
In concreto era accaduto che la richiesta del liquidatore di cancellare la società dal Registro delle Imprese a seguito della chiusura della fase di liquidazione era stata accolta, ma un creditore privilegiato agiva in giudizio promuovendo un’azione di responsabilità ai danni del liquidatore. Questi infatti, prima dell’estinzione della società, aveva proceduto al pagamento di alcuni debiti sociali senza tenere conto del fatto che il credito vantato dall’attore e non annotato nel bilancio finale di liquidazione, fosse assistito da privilegio generale.
Il Tribunale di primo grado accertando la responsabilità del liquidatore, lo aveva condannato al risarcimento del danno quantificato nell’ammontare del credito pretermesso in quanto già dall’apertura dello stato di liquidazione la società risultasse gravemente inadempiente, tanto da dover essere sottoposta ad una procedura fallimentare.
Il liquidatore doveva essere ritenuto responsabile per il mancato soddisfacimento del creditore. La Corte d’Appello sul gravame ha delimitato la responsabilità del liquidatore alle ipotesi di cui all’art. 2495 cod. civ., ovvero alla presenza di condotte “colpose”, in relazione alla natura dell’incarico, che vìolino il “dovere del liquidatore di agire in modo conservativo, utile alla liquidazione, si da evitare la dispersione del patrimonio sociale, oramai destinato alla liquidazione e dunque al pagamento dei debiti sociali e alla distribuzione dell’attivo, ove presente, a favore dei soci”. I Giudici del gravame hanno accertato il mancato assolvimento dell’onere probatorio, in capo al creditore, del danno imputabile al liquidatore, riconducendo il mancato pagamento alla mancanza di risorse economiche della società.
La Corte di Cassazione, chiamata a valutare la pronuncia, ha cassato la sentenza e rinviato ad altra Corte d’Appello, fornendo una possibile definizione di “colpa del liquidatore”, che sorgerebbe ove il liquidatore vìoli l’obbligo di liquidare l’attivo patrimoniale senza tener conto dell’ordine legale di priorità dei crediti sociali e il divieto di ripartirlo ai soci prima di aver soddisfatto i creditori.
In forza degli articoli 2487, 2489 e 2491, 2° comma, cod. civ., volti a garantire la tutela ai creditori, ai quali va aggiunto l’orientamento delle Corti di merito secondo cui il liquidatore, in virtù della sua veste di garante dei creditori in questa fase in cui non possono più fare affidamento sulla produttività dell’impresa, ha l’obbligo di rispettare il precetto della par condicio creditorum.
In questo modo il principio della par condicio creditorum va applicato al rispetto delle legittime cause di prelazione ex art. 2741 cod. civ., il corretto parametro per la configurabilità del comportamento colposo, ex art. 2495 co.2 cod. civ., integrante la responsabilità del liquidatore.
Essendo responsabilità di natura extracontrattuale, richiede la prova del creditore leso sia della condotta dolosa o colposa posta in essere dal liquidatore, sia il danno e sia il nesso causale tra questa e il danno partito dal creditore. Dice l’ordinanza che “il creditore rimasto insoddisfatto dell’attività liquidatoria, per far valere la responsabilità del liquidatore, dovrà dedurre il mancato soddisfacimento di un diritto di credito provato come esistente, liquido ed esigibile al tempo dell’apertura della fase di liquidazione e il conseguente danno determinato dall’inadempimento del liquidatore alle sue obbligazione, astrattamente idoneo a provocarne la lesione, con riferimento alla natura del credito e al suo grado di priorità rispetto ad altri andati soddisfatti”. Ed è il liquidatore chiamato a rispondere delle proprie condotte, che “dovrà provare l’adempimento dell’obbligo di procedere a una corretta e fedele ricognizione dei debiti sociali e l’adempimento dell’obbligo di pagare i debiti sociali nel rispetto della par condicio creditorum, secondo il loro ordine di preferenza, senza alcuna pretermissione di crediti all’epoca esistenti”.

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