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16 Maggio 2019

Cessione occulta di azienda e responsabilità del cessionario

Tema delicato e non infrequente è l’operazione attraverso la quale una impresa trasferisca ad altra l’azienda senza formalizzare l’operazione nelle forme necessarie e cioè in forma scritta per atto pubblico o scrittura privata autenticata, senza quindi il rispetto di forme obbligatorie.
Il quesito può avere rilevanza in sede fiscale, anche per la tassazione delle plusvalenze, ma soprattutto in sede civilistica produce effetti nei confronti dei creditori che si vengono a trovare sprovvisti di mezzi per colpire il cessionario, che si è sostanzialmente arricchito delle positività del cedente.
Sbarra la strada al perseguimento dell’obiettivo il fatto che l’art. 2556 al 2° co. cod. civ. prevede che l’atto venga annotato presso il registro delle imprese e si ritiene che da quel momento operi il regime conseguente in termini di responsabilità solidale dei debiti che invece non opera in mancanza dell’atto.
Alla conclusione dell’inapplicabilità degli effetti derivanti dalla norma richiamata consegue la necessità di provare l’illiceità della condotta, oltre al danno che il creditore ha subito, non essendo sufficiente la mera dimostrazione della posizione creditoria.
Il Tribunale di Milano con sentenza del 26 settembre 2017 ha ritenuto che non fosse applicabile in via diretta o analogica l’art. 2560, 2° cod. civ. che prevede la responsabilità anche della cessionaria per il pagamento dei debiti che risultano dai libri sociali obbligatori.
Con la pronunzia richiamata il tribunale aveva individuato l’artificiosità dell’operazione, che vedeva la cessione di attività, con passaggio immediato e massivo delle commesse, compiuta da una società già esistente a favore di una nuova società dove si aveva identità di soggetti con legami parentali, di un travaso del personale, di attività commerciale e sede operativa. Aveva altresì riconosciuto che fossero stati compiuti atti dei soci e degli amministratori volti a privare i creditori della garanzia patrimoniale costituita dai componenti attivi del patrimonio per trasferirli alla newco, così da lasciare alla cedente solo i debiti.
Il Tribunale, pur negando l’applicabilità dell’art. 2560, 2° co. cod. civ., non nega protezione agli interessi dei creditori ravvisando plurimi e convergenti elementi di prova circa la partecipazione alla commissione da parte di entrambe le società di un illecito doloso, depauperativo della garanzia patrimoniale a favore dei creditori.
In questa prospettiva ha ritenuto di condannare entrambe le società a pagare in via solidale in forza dell’art. 2043 cod. civ., il quale dispone che “Qualunque fatto doloso, o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.
Non potendo fondarsi sull’art. 2560 cod. civ., a pensiero del tribunale, a causa della mancata formalizzazione del trasferimento di azienda, ha fatto ricorso alla responsabilità risarcitoria; si è ritenuto di sfruttare l’ampio quadro che si apre quando è necessaria la reazione all’ingiustizia del comportamento per non lasciare impunita la condotta di evidenza pregiudizievole ai creditori.
Tecnicamente forse potevano esistere altre risposte di diritto; un precedente è dato dal Tribunale di Reggio Emilia del 16 giugno 2015, che ha ritenuto che il trasferimento di azienda, se posto in essere al fine di sottrarre il complesso produttivo alla garanzia dei creditori, realizzando un’alterazione della funzione oggettiva dell’atto ed una violazione della causa concreta del negozio configura un caso di abuso del diritto.
A nostro avviso quando si abbia l’accertamento del disegno truffaldino complessivo del debitore cedente si deve ritenere che l’art. 2560, 2° co. cod. civ. si applichi in quanto la mancanza di forma non impedisce di tenere collegate le posizioni, alla conferma della quale consegue l’obbligo di rispondere dei debiti anche del debitore.

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