Categorie approfondimento: Tributario e fiscale
30 Novembre 2009

Cessione d’azienda: la responsabilità del cessionario nei confronti del fisco

Di cosa si tratta

Ricorre con frequenza il quesito di quale sia la responsabilità del cessionario, che abbia acquistato un’azienda, nei confronti non dei creditori in generale, ma del fisco in particolare; questo problema si ponetalora perché a questa operazione si addiviene per ragioni diverse da una vera vendita.
Ricordiamo che il tema dei debiti del cedente un’azienda è stato già trattato nell’articolo: “Le passività dell’azienda trasferita.” (in questo sito in sede “Approfondimenti: societario”).
Siccome nei confronti del fisco il regime è diverso, ci soffermiamo a considerarlo, non dimenticando di vedere il rapporto tra la norma speciale e quella generale, che prevede all’art. 2560 cod. civ.:“L’alienante non è liberato dai debiti inerenti all’esercizio dell’azienda ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno acconsentito. Nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori”.
La norma speciale per il Fisco dispone con il D.Lgs 472/1997 (Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie”) all’art. 14, che:
1. Il cessionario è responsabile in solido, fatto salvoil beneficio della preventiva escussione del cedente ed entroi limiti del valore dell’azienda o del ramo d’azienda, per ilpagamento dell’imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell’anno in cui è avvenuta la cessionee nei due precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo anche se riferite a violazionicommesse in epoca anteriore.
2. L’obbligazione del cessionario è limitata al debitorisultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici dell’amministrazione finanziaria e degli enti prepostiall’accertamento dei tributi di loro competenza.
3. Gli uffici e gli enti indicati nel comma 2 sono tenuti a rilasciare, su richiesta dell’interessato, un certificato sull’esistenza di contestazioni in corso e di quelle giàdefinite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti. Ilcertificato, se negativo, ha pieno effetto liberatorio delcessionario, del pari liberato ove il certificato non sia rilasciato entro quaranta giorni dalla richiesta.
4. La responsabilità del cessionario non è soggettaalle limitazioni previste nel presente articolo qualora lacessione sia stata attuata in frode dei crediti tributari, ancorché essa sia avvenuta con trasferimento frazionato disingoli beni.
5. La frode si presume, salvo prova contraria, quandoil trasferimento sia effettuato entro sei mesi dalla constatazione di una violazione penalmente rilevante.
A un concetto di solidarietà in via generale vengono apposte due limitazioni: la preventiva escussione del cedente e la limitazione della responsabilità al valore dell’azienda.
Non a caso è possibile ed è previsto che in caso di cessionel’acquirente abbia a chiedere il rilascio da parte dell’Ufficio di un certificato dei carichi pendenti del cedente, la cui funzione è appunto di limitare od eliminare eventuali responsabilità sopravvenute.
Se ipotizziamo che il certificato sia negativo, ma invece esistano pendenze che l’Ufficio non ha individuato ed esposto nel certificato oppure non sia stato fornito nel tempo previsto, la risposta di rigore alla sopravvenienza di queste dovrebbe essere che il cessionario non ne risponda. Non è invece così e questo accade in base al principio per il quale un distinguo esiste fondato sull’esistenza di una condizione di buona o mala fede.
In tutti i casi nei quali l’operazione compiuta abbia ispirazione diversa dalla vendita, ma tenda ad essere funzionale ad altre successive operatività, avvenga in un contesto di traslazione di titolarità in un contesto familiare od altro che potrebbe essere ipotizzato, è proprio la buona o mala fede che va a traforare la regola.
E’ questo quanto si ricava dalla giurisprudenza che assume l’esistenza della mala fede e quindi la responsabilità solidale a carico del cessionario quando venga meno una garanzia per il recupero del credito che l’Amministrazione finanziaria vanta nei confronti del cedente e mira in particolare a evitare che la cessione di azienda sia solo un espediente per frodare il Fisco, sottraendogli la principale garanzia del proprio credito.
Dove emerga la mala fede del cessionario, il comma 4 dell’articolo, prevede che, qualora la cessione “sia stata attuata in frode ai crediti tributari”, anche se il cessionario, prima dell’acquisto, si siaprocurato un certificato di carichi pendenti da cui non emergano debiti d’imposta a carico del cedente, la responsabilità del cessionario resta invariata.
Quando il cessionario è a conoscenza dell’esistenza di pendenze debitorie del cedente e acquisti ugualmente l’azienda, è presumibile ritenere che la cessione sia stata effettuata in frode all’Erario.In casi del genere, considerata la conoscenza dello stato dell’azienda ceduta, non c’è bisogno di altro che comprovi le finalità frodatorie, assumendo tali circostanze rilevanza anche ai fini della misura del debito di imposta del cedente, di cui il cessionario è chiamato a rispondere.
Il cessionario non può giovarsi della limitazione della responsabilità e, oltre a non godere del beneficio di escussione del cedente, risponderebbe anche oltre i limiti di valore dell’azienda che ha acquistato. L’esistenza dei limiti non ha ragione di resistere a tale condotta.
In questi casi la responsabilità del cessionario non è soggetta a limitazione e risponderà in solido e illimitatamente dei debiti tributari connessi all’azienda acquistata, senza il beneficio della preventiva escussione del cedente, né la limitazione del valore dell’azienda.
E’ poi a carico del cessionario il dimostrare il limite del valore dell’azienda ceduta, non militando a suo favore alcuna presunzione. La recente sentenza del 27 giugno 2009 n.25147 della Corte di cassazione ha affermato che:”l’alienazione di un bene immobile a terzi costituiti da società il cui legale rappresentante sia il coniuge convivente è idonea a configurare il reato previsto e di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all’art. 11, D.Lgs. n. 74/2000. La fattispecie incriminatrice, a latere dell’elemento soggettivo di dolo specifico finalizzato all’evasione dei tributi, integra un reato di pericolo e non di danno. La condotta non richiede infatti l’intervenuta attività di verifica, di accertamento o di riscossione tramite iscrizione a ruolo. E’ dunque sufficiente il pregiudizio patrimoniale alle ragioni dell’Erario in quanto l’esecuzione è una mera evenienza”.
Sulla sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, la disciplina in vigore, contenuta nell’articolo 11 del D.Lgs 74/2000, non richiede né che l’amministrazione Finanziaria abbia già compiuto un’attività di verifica, accertamento o iscrizione a ruolo, né la sussistenza di una procedura di riscossione in atto.
La nuova fattispecie penale costituisce reato di pericolo e l’esecuzione esattoriale non configura un presupposto della condotta illecita, ma è prevista come evenienza futura che la condotta tende a neutralizzare.Ai fini della perfezione del delitto è sufficiente l’idoneità della condotta a rendere inefficace la procedura di riscossione e non anche l’effettiva verificazione di tale evento.
Superfluo concludere sul punto che abbiamo rinviato che la norma speciale considerata non esclude l’applicabilità della regola generale, anche se versa in situazione di superfluità l’affermazione dopo quanto illustrato che ampia lo spazio di azione dell’amministrazione finanziaria.

(Visited 19 times, 7 visits today)