20 Novembre 2017

Cessione di azienda: congruità del prezzo e buona fede nelle trattative

In una recente vicenda giudiziale avente ad oggetto il risarcimento dei danni da parte della ditta cedente una azienda per avere sottaciuto elementi di rilievo per valutare il prezzo al momento dell’acquisto, il tribunale di Roma ha negato la sussistenza dei presupposti per riconoscerlo (Tr. Roma 10 aprile 2017, n. 8991).
L’acquirente dell’azienda avrebbe scoperto dall’esame delle contabili che oltre la metà delle commissioni mensili percepite dall’azienda ceduta derivavano da sub agenzie non conosciute perché colpevolmente taciute dal cedente e che i ricavi, derivanti dalle commissioni settimanali calcolate sulla base degli incassi settimanali delle agenzie, si sarebbero esauriti nel primo quadrimestre del 2010; le indicate circostanze determinavano una diversa situazione di fatto in ordine alla valutazione della redditività dell’azienda ceduta. Il comportamento del venditore avrebbe rappresentato violazione dell’art. 1337 c.c. in quanto le parti avrebbero dovuto comportarsi secondo il canone di buona fede durante le trattative precontrattuali e per l’art. 1440 c.c. avendo il venditore posto in essere artifizi e raggiri che avrebbero determinato l’acquirente a stipulare il contratto a condizioni più gravose rispetto a quelle ottenibili con una ordinaria e corretta trattativa.
Il venditore contestava e affermava di avere messo a disposizione dell’acquirente tutta la documentazione afferente l’azienda.
Per la responsabilità precontrattuale la giurisprudenza ha chiarito che la regola posta dall’art. 1337 c.c. non si riferisce alla sola ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative, ma ha valore di clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in modo preciso ed implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o conoscibile con l’ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto (Cass., Cass., 8 ottobre 2008, n. 24795, con impostazione riconducibile a Cass., sez. un., 19 dicembre 2007, n. 26725).
Ne consegue che la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo in caso di rottura ingiustificata delle trattative e di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace, ma anche nel caso in cui il contratto concluso sia valido e risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto.
La fattispecie può venire in rilievo ove, all’esito di un accertamento di fatto alla parte sia imputabile l’omissione, nel corso delle trattative, di informazioni rilevanti che avrebbero indotto la controparte ad una diversa conformazione del contratto (Cass., 23 marzo 2016, n. 5762). Nella prospettiva interpretativa descritta si inscrive anche la disciplina del dolo incidente contenuta nell’art. 1440 c.c., che prevede una sanzione risarcitoria come conseguenza di una condotta scorretta, riferibile alla fase delle trattative.
La disposizione dell’art. 1440 c.c., ove fa convivere il rimedio risarcitorio e la validità del contratto, da un lato rappresenta uno dei corollari del principio di non interferenza tra regole di validità e regole di comportamento, dall’altro dà vita ad un paradigma tale da estendere la regola della responsabilità precontrattuale alle ipotesi in cui il contegno sleale di uno dei contraenti nella fase di trattativa abbia inciso sul regolamento contrattuale che, sebbene valido ed efficace, sia risultato pregiudizievole o non conforme all’interesse dell’altro.
Alla luce dell’inquadramento della responsabilità nell’ambito della responsabilità contrattuale, in ordine al regime probatorio il danneggiato deve dimostrare, oltre al danno sofferto, solo la condotta antigiuridica, e non anche la colpa, e deve ritenersi che l’attore, che intenda far valere la responsabilità, abbia l’onere di provare solo l’antigiuridicità del comportamento (la violazione dell’obbligo di buona fede) e il danno, ma non anche l’elemento soggettivo dell’autore dell’illecito (Cass., 12 luglio 2016 n. 14188).
L’alleggerimento dell’onere è un’applicazione della disciplina dell’art. 1218 c.c., da cui consegue che l’attore, una volta dimostrata l’inesattezza dell’informazione, non è tenuto a provare altro ai fini dell’an debatur, in quanto opera la presunzione iuris tantum che senza la condotta illecita le condizioni contrattuali sarebbero state diverse e più favorevoli. Dimostrata l’inesattezza dell’informazione, si ritiene provato anche il nesso di causalità.
Centrale è infatti che l’acquirente abbia dichiarato di “aver ricevuto tutti i documenti, libri contabili, fatture”. L’attore ha avuto a disposizione tutti i dati per valutare la consistenza economica dell’azienda ed i rapporti contrattuali intrattenuti con soggetti terzi; è stata posta nelle condizioni di prendere visione, durante le trattative, del contratto e questo esclude la violazione dell’obbligo di buona fede da parte del cedente.
La circostanza che il contratto definitivo sia stato stipulato in adempimento di un precedente contratto preliminare conduce ad affermare che il promissario acquirente ha avuto un lasso di tempo congruo per potere analizzare la situazione economica e patrimoniale dell’azienda; pur avendone avuto la possibilità, l’acquirente non ha ritenuto di approfondire gli aspetti contrattuali dell’attività economica oggetto di compravendita.
Sotto il profilo del dolo incidente, la pretesa risarcitoria non merita accoglimento per le ragioni prospettate in relazione alla sussistenza o meno della c.d. buona fede. L’art. 1440 cod. civ. rimanda infatti all’art. 1337 cod. civ., in quanto costituisce espressione di una mala fede che si esplica nella fase dello svolgimento delle trattative e che sancisce la risarcibilità del danno a causa del contratto concluso a condizioni diverse da quelle che si sarebbero raggiunte in caso di comportamento corretto durante le precedenti trattative.
In merito alla rilevabilità del dolo nei comportamenti omissivi, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di chiarire che il dolo omissivo, pur potendo viziare la volontà, è causa di annullamento, ai sensi dell’art. 1439 c.c., solo quando l’inerzia della parte si inserisca in un complesso comportamento, adeguatamente preordinato, con malizia o astuzia, a realizzare l’inganno perseguito, determinando l’errore. Il semplice silenzio e la reticenza, non immutando la rappresentazione della realtà, ma limitandosi a non contrastare la percezione della realtà alla quale sia pervenuto l’altro contraente, non costituiscono di per sé causa invalidante del contratto (Cass., 31 maggio 2010, n. 13231). Essendo il principio applicabile al dolo incidente ex art. 1440 c.c., nel caso di specie l’inerzia della parte cedente non ha in alcun modo raggiunto gli estremi idonei ad integrare una fattispecie di dolo omissivo.
Altro sarebbe se il silenzio o la reticenza vertessero su una causa di invalidità del contratto, conosciuta o che avrebbe dovuto essere conosciuta soltanto da una delle parti (art. 1338 c.c.). La parte sarebbe tenuta al risarcimento del danno in qualsiasi caso qualora la controparte avesse confidato senza sua colpa, in conseguenza dell’omissione, nella validità del contratto. Nel caso di specie, parte attrice si era limitata a dedurre un comportamento omissivo che non avrebbe reso edotto l’acquirente del contenuto dei rapporti contrattuali intrattenuti con soggetti terzi e a nulla rileva l’occultamento delle subagenzie da parte del cedente.

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