Categorie approfondimento: Credito e banche
30 Novembre 2009

Centrale rischi: le regole per la segnalazione a “sofferenza”

Di cosa si tratta

La sentenza della Corte di Cassazione del 1° aprile 2009, n. 7958 all’apparenza si occupa di privacy nei rapporti dei clienti con le banche e nell’impiego della Centrale Rischi con la stessa Banca d’Italia (questa sentenza consideriamo anche in altra sede in ordine alla portata delle affermazioni sulla privacy; nel sito: “Privacy e centrale rischi”), mentre si sospinge ad alcune importanti affermazioni sulla segnalazione in Centrale Rischi. Il caso sottoposto a giudizio è illustrato nell’articolo nel sito richiamato sopra.
Il ricorrente nel giudizio aveva rappresentato alla banca una situazione ove il correntista non conosceva gli abusi compiuti a suo danno dalla moglie e rinnovava la diffida “a procedere con la massima urgenza a tutte le necessarie rettifiche delle segnalazioni alla Centrale dei rischi presso la Banca d’Italia, ivi comprese quelle attinenti all’archivio storico” e chiedeva che il Tribunale ordinasse «con ogni pronunzia accessoria e consequenziale di legge e del caso alla Banca d’Italia l’immediata cancellazione del nominativo del ricorrente dalla Centrale Rischi gestita dalla stessa Banca d’Italia, categoria “Sofferenze” ovvero prescrivesse «in ogni caso le diverse misure che riterrà eventualmente necessarie a tutela dei diritti dell’interessato, assegnando un termine per la loro adozione». Chiese la condanna della Banca al risarcimento del danno subito a causa dell’errata segnalazione. La Banca si costituì in giudizio resistendo alla domanda, sostenendo che fosse legittima la segnalazione alla Centrale Rischi.
Si costituì in giudizio anche la Banca d’Italia la quale eccepì la carenza di legittimazione passiva per essere la Banca d’Italia estranea alle vicende dedotte in giudizio e priva del potere di valutare il merito delle segnalazioni ricevute, potere competente in via esclusiva agli intermediari; priva del potere di “modificare unilateralmente i dati delle segnalazioni senza la contemporanea ed adeguata modifica dei dati dell’azienda segnalante cui compete quantificare e classificare il grado di rischio dei rapporti in essere con la clientela”.
La Corte di Cassazione osserva che l’esame dell’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dalla Banca d’Italia è necessario non perché oggetto del ricorso ma perché concerne, in generale, l’individuazione della disciplina applicabile alla controversia oggetto del ricorso.
Disaminata questa disciplina la Corte afferma che dalla norme si trae il convincimento che la Banca d’Italia, in relazione al trattamento dei dati personali effettuato dalla Centrale Rischi, non è estranea all’applicazione del codice in esame, essendo esclusi soltanto alcuni rimedi a disposizione dell’interessato, mentre resta applicabile la tutela giurisdizionale di cui al Capo II (art. 152), oltre a quella dinanzi al Garante nelle forme del reclamo per rappresentare una violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento di dati personali e della segnalazione al fine di sollecitare un controllo della disciplina (art. 141, lett. a e b).
La conseguenza è quella dell’applicabilità delle norme generali in tema di trattamento dei dati di cui all’art. 11 e in tema di responsabilità per i danni cagionati per effetto del trattamento di cui all’art. 15. Peraltro, che la Banca d’Italia non possa sottrarsi alla disciplina comune in tema di responsabilità civile nel trattamento dei dati discende dall’ovvia considerazione che, per errore di uno degli “incaricati” (definiti come «le persone fisiche autorizzate a compiere operazioni di trattamento dal titolare o dal responsabile»), la segnalazione da parte del responsabile potrebbe essere recepita e trattata in modo non corretto.
Alla luce di tali premesse e precisazioni la Corte ha esaminato i primi due motivi del ricorso nel merito che, alla luce della sua giurisprudenza (Sez. I, 12 ottobre 2007 n. 21428), e li ha ritenuti fondati.
La Corte evidenzia che il servizio di centralizzazione dei rischi creditizi gestito dalla Banca d’Italia è disciplinato dalla delibera del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio del 29 marzo 1994 (G.U. n. 91 del 20.4.1994) e dalle istruzioni emanate dalla Banca d’Italia in conformità della stessa, trasfuse nella Circolare n. 139 dell’11.2.1991 e successivi aggiornamenti.
La delibera è stata assunta ai sensi degli artt. 53, comma 1, lett. b), 67, comma 1, lett. b), e 107, comma 2, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 (Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di seguito denominato “T.U.B.”), i quali conferiscono al CICR il potere di emanare disposizioni aventi a oggetto il contenimento del rischio nelle sue diverse configurazioni nei confronti, rispettivamente, delle banche, delle società finanziarie appartenenti a gruppi creditizi e degli intermediari finanziari iscritti nell’elenco speciale ex art. 107 del T.U.
In particolare, il testo delle istruzioni in vigore all’epoca dei fatti dedotti è quello di cui alla Circolare n. 139 dell’11 febbraio 1991 – 8° Aggiornamento del 14 novembre 2001, essendo entrato in vigore il successivo aggiornamento nel 2005. Tra le cinque categorie di rischi classificati nelle predette istruzioni, quella che qui rileva è la quinta, riferita alle «sofferenze».
Secondo la Circolare (cap. II, §5) «nella categoria di censimento “sofferenze” va ricondotta l’intera esposizione per cassa nei confronti di soggetti in stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’azienda. Si prescinde dall’esistenza di eventuali garanzie (reali o personali) poste a presidio dei crediti. L’appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell’intermediario della complessiva situazione finanziaria del cliente e non può scaturire automaticamente da un mero ritardo di quest’ultimo nel pagamento del debito.
Costituiscono un’eccezione al principio dell’attrazione di tutti i crediti per cassa nelle sofferenze le posizioni di rischio destinate a confluire nella categoria di censimento “finanziamenti a procedura concorsuale e altri finanziamenti particolari”. Non confluiscono nelle sofferenze i crediti ristrutturati e i crediti in corso di ristrutturazione, i quali vanno segnalati nella pertinente categoria di censimento ed evidenziati mediante i previsti valori della variabile di classificazione stato del rapporto.
Indipendentemente dalle modalità di contabilizzazione adottate dagli intermediari, i crediti in sofferenza devono essere segnalati, al lordo delle svalutazioni eventualmente effettuate, per un ammontare comprensivo del capitale, degli interessi contabilizzati e delle spese sostenute per il recupero dei crediti. In caso di svalutazione di posizioni ritenute definitivamente irrecuperabili dagli organi aziendali e passate a perdita, la segnalazione dei crediti in sofferenza deve essere effettuata al netto di tali svalutazioni. La segnalazione in sofferenza di una cointestazione presuppone che tutti i cointestatari versino in stato di insolvenza».
Il §6 della Circolare prevede l’ipotesi della sospensione della segnalazione delle sofferenze, disponendo che «la segnalazione di una posizione di rischio tra le sofferenze non è più dovuta quando: 1) viene a cessare lo stato di insolvenza o la situazione ad esso equiparabile; 2) il credito viene rimborsato dal debitore o da terzi, anche a seguito di accordo transattivo liberatorio, di concordato preventivo o di concordato fallimentare remissorio; rimborsi parziali del credito comportano la riduzione dell’importo segnalato; 3) il credito viene ceduto a terzi; 4) gli organi competenti dell’intermediario con specifica delibera abbiano preso atto della non recuperabilità del credito ovvero rinunciato ad avviare o proseguire gli atti di recupero, per motivi di convenienza economica in relazione all’ammontare del credito. Se la delibera riguarda solo una parte del credito, l’importo da segnalare nell’utilizzato va conseguentemente decurtato. Il credito, o la quota parte di esso non recuperabile, deve essere segnalato tra i “crediti passati a perdita”.
Il pagamento del debito e/o la cessazione dello stato di insolvenza o della situazione ad esso equiparabile non comportano la cancellazione delle segnalazioni a sofferenza relative alle rilevazioni pregresse.
Il regolare adempimento di eventuali piani di rientro concordati tra intermediario e cliente non comporta automaticamente il passaggio del credito dalla categoria sofferenze ad altra categoria di censimento; spetta all’intermediario valutare caso per caso se siano venuti meno i presupposti per l’appostazione a sofferenza».
Va notato che nel glossario costituente parte integrante della Circolare in esame la “sofferenza” è definita come l’«esposizione per cassa nei confronti di soggetti in stato di insolvenza (anche non accertato giudizialmente) o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dall’intermediario e dall’esistenza di eventuali garanzie (reali e personali) poste a presidio dei crediti» e lo stato d’insolvenza è definito come «incapacità non transitoria di adempiere alle obbligazioni assunte».
Alla luce dei dati normativi e delle istruzioni richiamati la Corte (Sez. I, 12 ottobre 2007 n. 21428) aveva già avuto modo di evidenziare – conformemente all’orientamento più diffuso nella dottrina e nella giurisprudenza di merito – che l’appostazione a sofferenza del credito, lungi dal poter discendere dalla sola analisi dello specifico o degli specifici rapporti in corso di svolgimento tra la singola banca segnalante ed il cliente, implica invece una valutazione della complessiva situazione patrimoniale di quest’ultimo, ovvero del debitore di cui alla diagnosi di “sofferenza” e che «lo stesso tenore letterale delle riportate “Istruzioni” e in particolare l’accostamento che tali “Istruzioni” hanno inteso di stabilire tra “stato di insolvenza” (anche non accertato giudizialmente) e “situazioni sostanzialmente equiparabili” inducano a preferire quelle ricostruzioni che, “oggettivamente gemmate” (secondo l’espressione che trovasi adoperata in dottrina) dalla piattaforma della norma di cui alla L. Fall., art. 5, hanno proposto, ai fini della segnalazione in “sofferenza” alla Centrale dei Rischi, una nozione levior (più tenue) rispetto a quella dell’insolvenza fallimentare, così da concepire lo “stato di insolvenza” e le “situazioni equiparabili” in termini di valutazione negativa di una situazione patrimoniale apprezzata come “deficitaria”, ovvero, in buona sostanza, di “grave (e non transitoria) difficoltà economica”, senza fare necessario riferimento all’insolvenza intesa quale situazione di incapienza, ovvero di definitiva irrecuperabilità, essendosi rilevato che, se la nozione di insolvenza rilevante a detti fini si identificasse effettivamente con quella contemplata in ambito fallimentare e se il debitore potesse legittimamente essere appostato a sofferenza soltanto qualora versasse in uno stato di decozione, sarebbe frustrata l’utilità del servizio di centralizzazione dei rischi, poiché gli altri intermediari si troverebbero nell’impossibilità di attivarsi in tempo utile per cautelare la propria posizione, laddove, del resto, in un ordine di idee nel quale la nozione stessa di “sofferenza” poggi sulla nozione di insolvenza “fallimentare”, le “situazioni sostanzialmente equiparabili” all’insolvenza, di cui è parola nelle più volte richiamate “Istruzioni”, verrebbero a manifestarsi, secondo quanto trovasi affermato in dottrina, “come le sfumature di una sola tonalità cromatica, se non addirittura come delle addizioni di mero stile”».
Nella concreta fattispecie il giudice del merito aveva rigettato la domanda sul solo assunto della «incontestata erogazione di somme e la mancata parziale restituzione» e dell’affermazione che «lo stato di insolvenza che giustifica “il rischio” e la segnalazione, deve valutarsi a parere del giudicante, in senso oggettivo, in considerazione dell’entità del credito insoluto, del tempo trascorso in una situazione di inadempienza, e, soprattutto, della manifesta volontà di non adempiere», senza alcun riferimento alla circostanza che la banca non era stata in grado di produrre il contratto di finanziamento sottoscritto e che la pretesa di pagamento era fondata, sull’art. 2033 c.c., ossia su un rapporto non usualmente ricompreso tra i rapporti bancari soggetti a segnalazione, posto che «la Banca d’Italia, attraverso la Centrale dei rischi, fornisce agli intermediari segnalanti le informazioni necessarie per il contenimento dei rischi derivanti dal cumulo degli affidamenti in capo a un medesimo soggetto» (cit. circ. §2). A ciò si aggiunga in forza delle richiamate istruzioni «l’appostazione a sofferenza implica una valutazione da parte dell’intermediario della complessiva situazione finanziaria del cliente e non può scaturire automaticamente da un mero ritardo di quest’ultimo nel pagamento del debito».
Ciò che rileva è la situazione “oggettiva” di incapacità finanziaria («incapacità non transitoria di adempiere alle obbligazioni assunte»), mentre nessun rilievo assume la manifestazione di volontà di non adempimento se giustificata da una seria contestazione sull’esistenza del titolo del credito vantato dalla banca. Ulteriore riprova è data dall’equiparazione (contenuta nel §6 delle Istruzioni), ai fini della cessazione dell’obbligo di segnalazione di una posizione di rischio tra le sofferenze, dell’ipotesi di cessazione dello stato di insolvenza e di quella di avvenuto rimborso del credito, dal debitore o da terzi, anche a seguito di accordo transattivo liberatorio.
Dunque, ciò che rileva è soltanto lo stato di insolvenza «anche non accertato giudizialmente», come pure le «situazioni sostanzialmente equiparabili» ad esso.
La cassazione ha quindi rimesso il giudizio ad altro giudice di merito perché si pronunzi tenendo conto della disciplina applicabile alla concreta fattispecie (art. 2050 c.c.) ed è superfluo commentare che l’attenzione sia degli intermediari che della Banca d’Italia debba crescere.

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