Categorie approfondimento: Credito e banche
3 Luglio 2015

La capitalizzazione annuale degli interessi è illegittima e vanno verificate le c.d. “dichiarazioni confessorie” del debito

Di cosa si tratta

L’illegittimità della capitalizzazione annuale degli interessi ad opera della banca è stata affermata dalla Corte di Cassazione con la sentenza della prima sezione in data 6 maggio 2015 n. 9127 (Pres. Rordorf, rel. Ragonesi).
Avanti il tribunale di Udine era stata proposta opposizione a un decreto ingiuntivo ove si assumeva l’illegittimità delle condizioni applicate ad un contratto di conto corrente e una serie di violazioni degli accordi, chiedendo il risarcimento del danno per la mancata comunicazione della variazione delle condizioni e per la segnalazione alla centrale rischi.
Per il giudice il credito della banca si evinceva dalle scritture contabili, dagli estratti conto periodicamente inviati, dalle dichiarazioni a carattere confessorio e dalle promesse di pagamento rese stragiudizialmente dagli opponenti. Dalla documentazione emergeva che vi era contestazione solamente in ordine all’applicazione dell’anatocismo trimestrale, mentre l’esistenza di garanzia ipotecaria non costituiva ostacolo alla richiesta di pagamento dei debiti divenuti esigibili, e la condotta di altri soggetti non poteva andare a detrimento delle ragioni di un soggetto terzo come la banca opposta.
Alla stregua di quanto osservato, ogni contestazione relativa al contenzioso tra banca e clienti doveva intendersi superata dagli espliciti riconoscimenti confessori su legittimità e correttezza dei conti.
In ordine poi all’anatocismo trimestrale, il credito era stato spontaneamente ridotto dalla banca anteriormente al deposito del ricorso per decreto ingiuntivo, ed in proposito la riduzione doveva ritenersi adeguata. Mentre, quanto alla successiva capitalizzazione annuale, l’istituto avrebbe applicato il tasso legale, inferiore a quello contrattuale.
In relazione alla doglianza circa l’applicazione di tasso diverso rispetto a quello pattuito, essa sarebbe stata frutto di errore nell’indicazione del prime rate vigente nei vari periodi.
Risulta invece fondato il motivo laddove censura il mancato accoglimento dell’appello in ordine alla prospettata illegittimità della capitalizzazione annuale degli interessi.
L’illegittimità di tale uso è stata infatti già affermata dalle Sezioni Unite della Corte che, dopo avere rilevato che la giurisprudenza avesse escluso in relazione alla capitalizzazione trimestrale degli interessi di poter ravvisare un uso normativo atto a giustificarla, la Corte ha osservato che era “assolutamente arbitrario trarne la conseguenza che, nel negare l’esistenza di usi normativi di capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori, che ha posto in essere il negozio analogamente si potesse fare per quella annuale (senza poter far ricorso, per determinarlo, alla valutazione del comportamento dei destinatari del negozio stesso) (Cass. n. 1387/09 e Cass. n. 25608/13). Parimenti resta ferma l’applicabilità, atteso il rinvio operato dall’articolo 1324 cod. civ., del criterio dell’interpretazione complessiva dell’atto (Cass. n. 25608/13).
A tale premessa la Corte ne aggiungeva una seconda rammentando che la confessione è scindibile, salvo che abbia ad oggetto un unico fatto giuridico o anche più fatti che siano, però, così strettamente connessi fra loro da apparire l’uno come necessaria conseguenza dell’altro.
La piena efficacia di prova legale della confessione è circoscritta ai soli casi in cui essa, quale riconoscimento puro e semplice della verità di un fatto, conserva quel carattere per cui il giudice è ad essa vincolato, non potendo la inscindibilità della confessione apparire logica e coerente nei casi in cui potrebbe condurre a conseguenze aberranti (Cass. n. 662/66). È stato già chiarito dalla Corte che il principio dell’inscindibilità della confessione, posto dall’articolo 2734 c.c., trova applicazione solo quando unico è il fatto che forma oggetto di confessione, o quando due fatti siano cosi strettamente connessi fra loro che l’uno appaia come necessaria conseguenza dell’altro e di inscindibilità non può parlarsi della confessione, quando oggetto delle dichiarazioni rese dal confitente siano due fatti giuridici distinti, quali l’assunzione di un debito e l’avvenuto pagamento dello stesso (Cass. n. 1901/75, Cass. n. 602/73).
Nel caso la Corte rilevava che la ritenuta confessione rivestisse un carattere del tutto generico poiché la stessa si limitava a riconoscere un debito nei confronti della banca che però risulta del tutto indeterminato nel suo ammontare e specificatamente contestato in alcune sue voci. In tale contesto il giudice di merito avrebbe dovuto scindere necessariamente le dichiarazioni rese rilevandone la natura confessoria in ordine alla debenza di una somma in restituzione alla banca, ma constatandone al tempo stesso la erroneità circa l’ammontare risultante con tutta evidenza dalla espressione “riconosciamo dovervi restituire quasi al completo delle vostre pretese”.
La lettura di frasi in collegamento tra loro avrebbe dovuto indurre la Corte d’appello a ricostruire l’effettiva intenzione del ricorrente tenendo conto della citata scissione tra la confessione della esistenza di un proprio debito e la contestazione del suo ammontare.
Invero il giudice di merito si è attenuto ma solo parzialmente a tale criterio laddove, riconosciuta la confessione circa l’esistenza di un non precisato debito nei confronti della banca da parte dei ricorrenti, si è soffermato ad analizzare la questione della debenza degli interessi anatocistici senza però prendere in esame le contestazioni avanzate con l’atto di citazione riguardanti le commissioni di massimo scoperto e la mancata applicazione dell’effettivo tasso convenzionale. Ciò imponeva che la Corte d’appello rivalutasse il valore confessorio della nota del alla luce dei principi dianzi indicati.
La medesima giurisprudenza sulla capitalizzazione trimestrale avrebbe riconosciuto (implicitamente o esplicitamente) la presenza di usi normativi di capitalizzazione annuale. “Prima che difettare di “normatività”, usi siffatti non si rinvengono nella realtà storica, o almeno non nella realtà storica dell’ultimo cinquantennio anteriore agli interventi normativi della fine degli anni novanta del secolo passato: periodo caratterizzato da una diffusa consuetudine (non accompagnata però dalla opinio iuris ac necessitatis) di capitalizzazione trimestrale, ma che non risulta affatto aver conosciuto anche una consuetudine ai capitalizzazione annuale degli interessi debitori, né di necessario bilanciamento con quelli creditori”.
Deve ritenersi che la capitalizzazione annuale degli interessi sia un uso illegittimamente applicato, non rilevando in ogni caso l’arco temporale in relazione al quale viene effettuata la capitalizzazione. Il motivo di ricorso è stato accolto nei termini indicati.

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