Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
22 Agosto 2016

Cancellazione della società e trasferimento all’estero

Di cosa si tratta

Nel caso in cui la cancellazione di una società dal registro delle imprese italiano sia avvenuta non a compimento del procedimento di liquidazione dell’ente, né per il verificarsi di un’altra situazione che implichi la cessazione dell’esercizio dell’impresa e da cui la legge faccia discendere l’effetto necessario della cancellazione, bensì in conseguenza del trasferimento all’estero della sede della società, l’ente non può considerarsi estinto.
La norma infatti ancora inequivocabilmente l’estinzione della società alla cancellazione avvenuta all’esito dell’approvazione del bilancio finale di liquidazione mentre, con il trasferimento della sede sociale all’estero, non venendo meno la continuità giuridica della trasferita, neppure si verifica la cessazione dell’attività sociale.
Lo afferma la pronuncia della Cassazione Sezione Tributaria, Sez. V, 19 marzo 2014, n. 6388 (sul diverso tema: (“Fallimento della società “spostata” all’estero).
La cancellazione dal registro delle imprese per il trasferimento all’estero della sede sociale non comporta l’estinzione della SRL che resta sanzionabile per le irregolarità fiscali commesse in precedenza.
Nel caso trattato dalla sentenza l’Agenzia delle Entrate contestava a una SRL l’omessa dichiarazione IVA, la mancata tenuta dei registri e l’omessa fatturazione di operazioni imponibili e irrogava le relative sanzioni. I due legali rappresentanti “di fatto” della società, cancellata dal registro delle imprese per il trasferimento della sede a Parigi, hanno sollevato eccezioni, tra cui la necessità di integrare il contraddittorio con gli altri soci e la sanzionabilità unicamente della società.
L’eccezione dell’integrazione del contraddittorio è stata dichiarata infondata, mentre per le sanzioni il giudizio di legittimità si è chiuso a favore dei ricorrenti. La Corte ha chiarito che il trasferimento all’estero della sede della società non comporta l’estinzione dell’ente, ai sensi dell’articolo 2495 cod. civ., che si ha all’esito dell’approvazione del bilancio finale di liquidazione, a norma del primo comma della disposizione.
Di contro il trasferimento della sede all’estero non determina il venir meno della continuità giuridica della società trasferita e non ne comporta la cessazione dell’attività. Il che si desume agevolmente dal disposto degli art. 2437, comma 1, lett. c), e 2473, comma 1, c.c., ove si prevedono, rispettivamente in relazione alla società per azioni e a quella a responsabilità limitata, la possibilità di recesso dall’ente, che è logicamente inconcepibile nei confronti di un soggetto estinto, e dei soci che non abbiano concorso alle deliberazioni riguardanti “il trasferimento della sede sociale all’estero”.
La Suprema Corte ha escluso l’estinzione della società e l’insorgenza del fenomeno successorio ex art. 110 c.p.c., da cui sarebbe conseguita la necessità di assicurare la presenza in giudizio di tutti i soci, quali litisconsorti necessari, secondo i principi affermati dalle Sezioni Unite (si vedano sentenze n. 6070 e n. 6071 del 12 marzo 2013).
La Corte ha accolto il ricorso nella parte in cui si lamentava che le sanzioni si riferivano a condotte poste in essere prima del 1997, anno di entrata in vigore del D.Lgs. n. 472, che quindi erano imputabili solo alla società e non agli amministratori.
La sentenza aggiunge: “Orbene, non v’è dubbio alcuno che, nel caso di specie, le violazioni contestate dall’Ufficio (…) siano direttamente imputabili all’ente, quale soggetto passivo del rapporto tributario, e non alle persone fisiche dei suoi rappresentanti, come sarebbe accaduto nel caso in cui fossero stati imputati omessi o tardivi versamenti. Come pure è indubbio che si tratti di violazioni commesse tutte nell’anno 1997, ovverosia prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 472/97, sicché esse sono sottratte al regime di cui alla normativa sopravvenuta”.

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