Categorie approfondimento: Credito e banche
7 Agosto 2016

Una banca popolare veneta: piccoli azionisti finanziati (in sinstesi)

Pubblichiamo in forma sintetica il tema dei piccoli “nuovi” azionisti di una banca cooperativa che ha ritenuto di finanziare i clienti per l’acquisto delle azioni della stessa banca in funzione di concedere credito, garantito dalle azioni acquistate con conoscenza della condizione già esistente di precarietà della banca stessa (nel sito per esteso: “Una banca popolare veneta: piccoli azionisti finanziati”).
Ci occupiamo dei “nuovi” azionisti cioè quelli dell’ultimo periodo durante il quale la spinta impressa dall’amministrazione della banca era volta a collocare collocare presso i clienti i propri titoli, anche fornendo denaro per farlo.
Possiamo rappresentare che il valore delle azioni al collocamento nel 2013 erano al prezzo di €. 62,50 e a due anni di distanza il loro valore si è ridotto a €. 0,80.
Dopo aver acquistato le azioni, i clienti non avevano la possibilità di uscire dall’investimento, essendo azioni di banca non quotata, e quindi senza un mercato dove venderle; per liberarsene si poteva pensare di retrocederle alla banca, che però ha impedito di avvalersi del diritto di recesso.
Per questi azionisti l’andamento discendente del valore del titolo ha realizzato una riduzione della garanzia che è rappresentata dalle azioni trattenute dalla banca e, di logica, si potrebbe temere che la banca intraprenda qualche iniziativa; presumibilmente in breve periodo questo non accadrà per la reazione che provocherebbe.
Nella condizione in cui versa la banca ad eventuali pretese “restitutorie”, fatte valere sulla base dell’invalidità dei contratti conclusi, la reazione difensiva non potrebbe che essere il fare valere le clausole di risoluzione in caso di non rispetto della restituzione rateale, attualizzando una situazione di difficoltà.
Iniziative sulla banca con effetto a breve rischiano di essere produttive di risultati negativi, incidendo sulla capacità della banca di sopportarle.
Un primo pensiero è nella direzione di invitare ad organizzare la compagine sociale dei piccoli azionisti “nuovi” che hanno avuti coinvolti i loro interessi per compiere scelte e contrapporle, agli indirizzi di interessi attuali diversi sulla banca.
Costituire un polo di aggregazione può consentire di realizzare un controllo interno e mettere nelle priorità di andare a recuperare il valore perso su coloro che si sono resi responsabili della antecedente cattiva amministrazione per fare pagare a loro i danni arrecati coltivando, azioni di responsabilità, e individuando quali siano le azioni specifiche attraverso le quali si è arrivati alla condizione attuale nel confronto anche di altri soggetti. In questo modo non si lederebbe la banca e si andrebbe a disporre di quelle conoscenze indispensabili per focalizzare le responsabilità, ma forse più utilmente si potrebbe pensare anche ad altro.
Un obiettivo potrebbe anche essere quello di non aggravare i “nuovi” azionisti dei costi delle esposizioni “garantite” dai titoli stessi. Già il mero azzeramento della produzione di interessi sull’esposizione va a consentire il non peggioramento a breve.
L’accordo inoltre che il recupero dell’esposizione della banca per questi soggetti non venga perpetrata nel breve periodo, potrebbe evitare la segnalazione della qualità dell’azionista per l’accesso al credito, consentendo di migrare gradualmente per quegli operatori che abbiano necessità a breve.
Abbiamo cercato di verificare queste situazioni pervenendo a concludere che le iniziative possibili sono varie e nei confronti anche di soggetti diversi dalla sola banca.
La normativa relativa alla correttezza nell’adempimento delle obbligazioni è prevista da norme dell’ordinamento (artt. 1175, 1374, 1375 ed altre), che trovano il loro supporto nel precetto costituzionale (art. 2 Cost), che impone il rispetto dell’inderogabile dovere di solidarietà sociale ed esige una piena attuazione e va contestata la mancata osservanza del principio di buona fede non potendo l’autore di un comportamento scorretto trarre utilità con altrui danno.
Vi sono doveri e regole di comportamento, la cui inosservanza integra una’omissione imputabile e quindi  una responsabilità. Nel sistema bancario la giurisprudenza afferma che vengono imposti a tutela del sistema stesso e dei soggetti che vi sono inseriti, comportamenti, in parte tipizzati, in parte enucleabili caso per caso, la cui violazione può costituire culpa in omittendo.
Si possono ritenere sussistenti i presupposti di una presunzione di responsabilità della banca in caso di azione diretta a far dichiarare l’inadempimento contrattuale, invertendo l’onere della prova. Sarà la banca tenuta a dimostrare di aver adottato la diligenza necessaria a dimostrare il proprio adempimento (Corte di Cassazione 23 febbraio 2000, n. 2058).
Con attenzione va esaminata la fase preliminare alla formazione del contratto, caratterizzata dall’obbligo di informazione, che è il momento centrale al fine di garantire al cliente di essere “debitamente informato”. La Comunicazione del 7 aprile 2011 della Banca d’Italia alla lett. b) sollecita gli intermediari, ad adottare “presidi organizzativi” per evitare che i clienti siano indirizzati verso operazioni incoerenti con le loro condizioni economico finanziarie, come richiesto dal Provvedimento in materia di trasparenza del 29 luglio 2009.
Nel procedere è necessaria la dimostrazione del nesso di occasionalità occorrente perché l’illecito commesso dal dipendente all’esercizio delle mansioni svolte alle dipendenze del datore si ascriva all’istituto. Il nesso è presupposto della responsabilità oggettiva del datore ai sensi dell’art. 2049 c.c. (Cass. civ., sez. lav., 7 gennaio 2002, n. 89).
Sono necessari a configurare la responsabilità oggettiva del datore ex art. 2049 c.c. due elementi: da un lato la sussumibilità della condotta illecita del dipendente nell’ambito delle mansioni svolte; dall’altro la coerenza delle finalità perseguite attraverso la condotta illecita con le mansioni affidate. La responsabilità della banca scatta ogni qualvolta il fatto lesivo sia stato prodotto, o agevolato, da un comportamento riconducibile allo svolgimento dell’attività lavorativa (Corte di Cassazione – Sez. 3° civ., 4 aprile 2013, n. 8210).
Nel contesto di quanto illustrato assume rilievo il fatto che esista l’obbligo di assicurazione del dipendente derivante dall’art. 5 della legge 13 maggio 1985, n. 190/1985. La legge pone il quesito del diritto alla conoscenza di chi sia la compagnia assicurativa e se si integri una legittimazione alla chiamata diretta in giudizio con il garantito.
In questo contesto cerchiamo di verificare gli effetti del comportamento che derivano dalla richiesta di un cliente alla sua banca ad ottenere un finanziamento e di ricevere la richiesta di sottoscrivere azioni della banca stessa in chiaro conflitto di interesse. Nei casi nei quali il funzionario sia consapevole della scarsa redditività dei titoli o conosca la precarietà dell’operazione funzionale ai soli fini della banca stessa si prospettano elementi da valutare con attenzione da punti di vista diversi.
La fattispecie potrebbe ricondursi agli effetti del dolo ex art. 1439 c.c., che in forza del 1° co. può essere causa di annullamento del contratto concluso quando i raggiri usati sono stati tali che, senza di essi, l’altra parte non avrebbe contrattato. La figura rientra nella categoria dei “vizi della volontà”, e il danneggiato ha la possibilità di ottenere l’annullamento del contratto viziato e il risarcimento del danno.
Quanto alla condotta illecita, ai sensi dell’art. 1439 c.c., l’attività dolosa può consistere tanto nell’ingannare con notizie false, con parole o con fatti la parte interessata (dolo commissivo), quanto nel nascondere alla conoscenza altrui, col silenzio o con la reticenza, fatti o circostanze decisive (dolo omissivo) (Cass. Civ. Sent. n. 5549/04) e la condotta deve incidere nel momento di formazione del contratto e deve essere stata causa decisiva e determinate della volontà contrattuale.
Nel caso dei nostri nuovi azionisti il contratto stipulato tra il cliente e la banca va ritenuto viziato dal dolo ex art. 1439 c.c. ed è annullabile in quanto il cliente si è determinato ad impegnarsi in forza del consiglio del funzionario ad una operazione non pertinente con un suo bisogno e l’illiceità del comportamento si rafforza alla luce del ruolo rivestito e della attività esercitata.
A carico della banca si potrebbe configurare anche un’ipotesi di illecito contrattuale nei confronti del cliente; il contratto appartiene al tipo mandato ex art. 1703 c.c. e secondo la norma una parte (mandatario) si obbliga compiere uno o più atti giuridici per conto dell’altro (mandante).
L’art. 1710 c.c. prescrive che il mandatario sia tenuto ad eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia e grava sul mandatario l’obbligo di compiere gli atti giuridici previsti dal contratto con la diligenza del buon padre di famiglia. Il cliente avrebbe dovuto essere consigliato solo ed esclusivamente con informazioni veritiere per individuare l’investimento più vantaggioso.
Il cliente, ai sensi dell’art. 1453 c.c., ha diritto ad ottenere la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno patito.
Entra poi in gioco una norma di carattere generale che è l’art. 2043 c.c.. per il quale qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno, così detto principio “neminem laedere” che è il fondamento su cui si basa l’intera disciplina dell’illecito extracontrattuale nel nostro sistema giuridico. La fattispecie è connotata dalla condotta dell’agente, dalla sussistenza del nesso di causalità e del danno ingiusto.
Per la responsabilità per i danni derivanti dall’aver confidato sulla veridicità delle informazioni, esiste un interesse giuridicamente protetto a non vedersi alterare la volontà per l’opera dolosa o colposa dell’altro, interesse configurabile alla stregua dell’art. 1439 c.c.. Riguardo ai rapporti bancari, la regola di trasparenza e di corretta gestione del credito comportano che la banca, ove ritenga di fornire un’informazione o una notizia, non può renderla in maniera inesatta, dovendo, in tale caso, risarcire ai sensi dell’art 2043 c.c. il danno ingiustamente cagionato (Cass. Civ. Sent. n. 5659/1998).
Come si è visto la strada non è una sola per la tutela dei “nuovi” azionisti e si tratterà di valutare per i singoli casi quale possa essere la strada da percorrere.

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