Categorie approfondimento: Credito e banche
15 Dicembre 2013

La banca deve consegnare al cliente tutta la documentazione del rapporto

Di cosa si tratta

Diffondendosi le iniziative di verifica dei rapporti intrattenuti con le banche, spesso il cliente si accorge di non ha conservato i documenti che sono basilari per l’esatta individuazione di illeciti occorsi nel corso del rapporto. Molti rapporti sono poi risalenti e si afferma che il termine entro il quale potere richiedere la documentazione ha il limite del decennio antecedente.
La situazione invero non è questa e la banca dispone anche di quello che spesso dice di non avere o di non essere tenuta a conservare. Abbiamo già illustrato che il termine decorre, al fine della prescrizione dell’azione, dal momento della chiusura del rapporto (nel sito cfr. “La prescrizione in materia di riaccredito degli interessi passivi, addebitati sul conto corrente”).
Sul tema di potere disporre della documentazione, che è un problema per l’esatta ricostruzione dei rapporti, è intervenuta la Cassazione con la sentenza del 19 settembre 2013, n. 21466, affermando: “Nei rapporti di conto corrente bancario, una volta accertata la nullità delle clausole contrattuali che impongono a carico del titolare di conto corrente l’obbligo di corrispondere, sugli importi di volta in volta risultanti a suo debito, gli interessi ultralegali, con capitalizzazione periodica, la banca ha … l’onere di dimostrare l’entità del proprio credito, fornendo la documentazione necessaria per ricostruire l’intero andamento del rapporto di conto corrente, sin dalla sua apertura”.
“Infatti, soltanto la produzione degli estratti conto a partire dalla data di apertura del conto corrente consente di pervenire, attraverso l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere con applicazione del tasso legale, alla determinazione del credito della banca, sempre che la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dagl’interessi non dovuti (Cass. 25 novembre 2010, n. 23974; Cass.10 maggio 2007, n. 10692; Cass.26 maggio 2001, n. 11626”.
Prima di tornare alla sentenza ricordiamo ancora che il cliente può soddisfare questa esigenza in due modi: facendo richiesta alla banca che ha il dovere di consegnare la documentazione nel termine di novanta giorni dalla richiesta (art. 119, 4° co.TUB-Testo Unico Bancario: “Il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni”) ovvero chiedendo di impartire alla banca l’ordine di produrre tutta la documentazione, ma a giudizio già instaurato. La prima strada è quella più logica e necessitata nei casi nei quali il cliente, prima di intraprendere iniziative giudiziarie, voglia esplorare il potenziale esito del giudizio con l’esatta verifica del potenziale risultato.
Nella pronunzia richiamata il cliente sosteneva avanti la Suprema Corte la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697, cod.civ., in quanto l’importo del debito era stato determinato dal giudice di appello applicando criteri logico-presuntivi, sulla base della documentazione fornita dalla banca non dall’insorgenza del rapporto di conto corrente, ma solo in riferimento all’ultima fase del rapporto, impedendo così una ricostruzione completa della vicenda.
La Cassazione, accertata la nullità delle clausole contrattuali che impongono a carico del titolare di un conto corrente l’obbligo di corrispondere, sugli importi nel tempo risultanti a suo debito, gli interessi ultralegali, con capitalizzazione periodica, ha accolto il ricorso, stabilendo che la banca ha l’onere di dimostrare il proprio credito fornendo la documentazione necessaria per ricostruire l’intero andamento del rapporto di conto corrente, sin dalla sua apertura.
In primo gradoilTribunale, dopo aver revocato il decreto ingiuntivo con sentenza non definitiva, dichiarando la nullità della clausola relativa alla misura degl’interessi ultralegali, ma riconoscendo l’applicabilità della capitalizzazione trimestrale, con sentenza definitiva determinò l’importo dovuto mediante il ricorso ad indici o criteri presuntivi. Il gravame proposto nei confronti della banca è stato parzialmente accolto dalla Corte d’Appello di Milano, che con sentenza dell’11 marzo 2006 ha rideterminato l’importo dovuto.
Il c.t.u. nominato nel giudizio di primo grado aveva dichiarato di non essere in grado di determinare la somma dovuta, in quanto, nonostante ripetuti rinvii ed un ordine di esibizione emesso dal Tribunale, non era stata prodotta la documentazione contabile riguardante lo svolgimento del rapporto; la Corte territoriale ha ritenuto inutile l’espletamento di una nuova consulenza, osservando che la mera indicazione del saldo, accompagnata da riscontri relativi ai soli trimestri immediatamente anteriori alla chiusura del conto, non avrebbe consentito la ricostruzione del rapporto; ha tuttavia rilevato che l’inadempimento dell’onere della prova, addotto a fondamento del gravame, non era stato fatto valere con l’opposizione al decreto ingiuntivo, in cui l’attore si era limitato a contestare l’applicazione degl’interessi ultralegali ed anatocistici, e, ritenuto che la documentazione acquisita consentisse comunque di determinare l’importo dovuto, in riferimento all’ultima fase del rapporto, ha fatto proprio il ragionamento seguito dal Tribunale, che aveva ricostruito il credito in base ai dati risultanti dalla documentazione e mediante l’applicazione di criteri logico-presuntivi in ordine ai quali le parti non avevano sollevato specifiche contestazioni. Preso atto che l’appellante aveva impugnato anche la sentenza non definitiva, limitatamente al riconoscimento della legittimità della capitalizzazione trimestrale, la Corte ha dichiarato la nullità della relativa clausola, in quanto fondata su inesistenti usi normativi, ed ha quindi proceduto alla rideterminazione del credito, sulla base dei medesimi criteri seguiti dal Tribunale, ma introducendo nel calcolo un ulteriore coefficiente di riduzione del tasso d’interesse.
Avverso la sentenza ilcliente ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo con il quale denuncia la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., sostenendo che erroneamente la Corte d’Appello ha proceduto alla determinazione dell’importo dovuto sulla base di criteri logico-presuntivi, muovendo dall’importo richiesto nel procedimento monitorio, senza tener conto delle contestazioni sollevate e dell’inadempimento dell’onere probatorio da parte della banca. Osservava che la mancata produzione degli estratti conto dalla data di insorgenza del rapporto, impedendo di verificare la giustificazione contabile del saldo richiesto e di depurarlo dagli interessi ultralegali ed anatocistici e dalle commissioni di massimo scoperto, non dovuti, avrebbe dovuto imporre il rigetto della domanda proposta dalla banca.
Nel determinare l’importo dovuto dal ricorrente, alla luce dell’intervenuta dichiarazione di nullità delle clausole del contratto di conto corrente che prevedevano la corresponsione degli interessi in misura superiore a quella legale e la capitalizzazione trimestrale degli interessi, la Corte territoriale ha dato atto dell’inutilità della rinnovazione della c.t.u. espletata in primo grado, in considerazione della mancata produzione della documentazione contabile relativa allo svolgimento del rapporto, aggiungendo che la mera indicazione del saldo che il conto presentava alla data di chiusura, accompagnata da riscontri documentali relativi ai soli trimestri immediatamente anteriori, non avrebbe in alcun modo consentito di ricostruire lo svolgimento del rapporto. Ciò nonostante, essa ha ritenuto di poter confermare l’accertamento della posizione debitoria dell’appellante compiuto dal Tribunale sulla base della documentazione prodotta e mediante l’applicazione di criteri logico-presuntivi, con l’introduzione soltanto di un ulteriore correttivo in diminuzione per effetto della dichiarazione d’illegittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi, osservando che l’appellante non aveva sollevato specifici rilievi in ordine all’intervenuto adempimento dell’onere probatorio da parte della ricorrente, ma si era limitato a contestare l’applicazione degl’interessi ultralegali anatocistici.
L’iter argomentativo, oltre a risultare contraddittorio, in quanto fondato su proposizioni logicamente incompatibili, costituite rispettivamente dall’impossibilità di procedere alla ricostruzione dell’andamento del conto sulla base della documentazione prodotta e dall’assunzione della stessa quale termine di riferimento per l’accertamento del credito, si poneva in contrasto con l’elementare considerazione, fatta propria dalla Corte, secondo cui, una volta esclusa la validità della clausola in base alla quale sono stati calcolati gl’interessi, soltanto la produzione degli estratti conto a partire dalla data di apertura del conto corrente consentiva di pervenire, attraverso l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, alla determinazione del credito della banca.
Allo stesso risultato non si può pervenire sulla base del saldo registrato alla data di chiusura del conto e della documentazione relativa all’ultimo periodo, dal momento che quest’ultima non consente di verificare gli importi addebitati nei periodi precedenti per operazioni passive e quelli relativi agl’interessi, la cui iscrizione nel conto ha condotto alla determinazione dell’importo che costituisce la base di computo per il periodo successivo (cfr. Cass., Sez. 1°, 25 novembre 2010, n. 23974; 10 maggio 2007, n. 10692).
E’ irrilevante che il saldo iniziale risultante dalla documentazione relativa all’ultimo periodo corrisponda a quello finale riportato negli estratti conto dei periodi precedenti, dei quali non sia stata dedotta l’avvenuta contestazione da parte del correntista, dal momento che, ai sensi dell’art. 1832 c.c., la mancata contestazione dell’estratto conto e la connessa implicita approvazione delle operazioni annotate riguardano gli accrediti e gli addebiti considerati nella loro realtà effettuale, nonché la verità contabile, storica e di fatto delle operazioni annotate, ma non impediscono la formulazione di censure concernenti la validità ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti (cfr. Cass., Sez. 1°, 26 maggio 2011, n. 11626; 19 marzo 2007, n. 6514).
L’accertamento della nullità delle clausole contrattuali che pongono a carico del correntista l’obbligo di corrispondere, sugl’importi di volta in volta risultanti a suo debito, gli interessi ad un tasso superiore a quello legale, prevedendone la capitalizzazione periodica, impone di procedere alla rideterminazione del saldo finale del conto mediante la ricostruzione dell’intero andamento del rapporto, sulla base delle condizioni ritenute applicabili e della documentazione contabile la cui produzione è a carico della banca. Nessun rilievo può assumere la circostanza che il correntista non avesse sollevato rilievi in ordine alla documentazione prodotta nel procedimento monitorio, non risultando tale comportamento processuale di per sé sufficiente a far ritenere provato il credito, in presenza delle eccezioni sollevate in ordine alla validità delle pattuizioni sugli interessi e dell’onere probatorio gravante sulla banca. L’emissione del decreto ingiuntivo non determina alcuna inversione nella posizione delle parti, configurandosi la successiva fase di opposizione come un ordinario giudizio di cognizione, nell’ambito del quale trovano applicazione le consuete regole di ripartizione dell’onere della prova, con la conseguenza che il ricorrente, pur assumendo formalmente la posizione di convenuto, riveste la qualità di attore in senso sostanziale, ed è pertanto tenuto a fornire la piena prova del credito azionato nella fase a cognizione sommaria (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. 6°, 11 marzo 2011, n. 5915).
La sentenza, che chiaramente focalizza gli oneri probatori e i precisi obblighi della banca, rappresenta un preciso tracciato da seguire nel giudizio e nella sua preparazione, aggiungendo la menzione del passaggio necessario alla mediazione, che è ora obbligatoria.

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