Categorie approfondimento: Commerciale e industriale
15 Settembre 2016

Associazione in partecipazione dopo le recenti Riforme.

L’istituto dell’“Associazione in partecipazione” è stato vittima di tre riforme in meno di quattro anni; la c.d. legge Fornero (n. 92/2012), il c.d. Pacchetto lavoro (n. 99/2013) e nel pacchetto Jobs Act (n. 80/2015).
Il primo intervento normativo era dichiaratamente volto a reprimere le forme di lavoro subordinato camuffate in associazione, ponendo nel numero di tre il limite di quanti si potessero associare; il secondo, aggiungendo un comma all’art. 2549, limitava le esenzioni a due categorie di associati: i soggetti esonerati dal limite massimo e quando il contratto sia stato “certificato” anche “limitatamente alle imprese a scopo mutualistico e i contratti conclusi fra produttori ed artisti; il terzo intervento con il quale è stato vietato completamente l’impiego alle persone fisiche con apporto d’opera.
Ora quindi l’apporto d’opera non è abolito, ma se ne limita l’uso a dei soggetti che siano diversi dalle persone fisiche; si può aderire alla tesi che ritiene il contratto applicabile ai contratti di finanziamento dove la consistenza dell’apporto è il denaro od altri beni.
Quanto esposto è quanto ricaviamo dalla nozione data dal legislatore all’art. 2549 cod. civ. dopo le modifiche: “Con il contratto di associazione in partecipazione l’associante attribuisce all’associato una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari verso il corrispettivo di un determinato apporto”. “Nel caso in cui l’associato sia una persona fisica l’apporto di cui al primo comma non può consistere, nemmeno in parte, in una prestazione di lavoro”.
Con la Novella poi: “Salvo patto contrario, l’associante non può attribuire partecipazioni per la stessa impresa o per lo stesso affare ad altre persone senza il consenso dei precedenti associati.
Nei confronti dei terzi è il solo associante il soggetto nei confronti del quale “I terzi acquistano diritti e assumono obbligazioni”; la gestione infatti spetta all’associante, ma il contratto può determinare quale controllo possa esercitare l’associato sull’impresa o sullo svolgimento dell’affare per cui l’associazione è stata contratta; in ogni caso l’associato ha diritto al rendiconto dell’affare compiuto o a quello annuale della gestione se questa si protrae per più di un anno.
Per la partecipazione ai risultati, salvo patto contrario, l’associato partecipa alle perdite nella stessa misura in cui partecipa agli utili, ma le perdite che colpiscono l’associato non possono superare il valore del suo apporto.
Si è poi conservato il principio della cointeressenza per il quale le disposizioni degli articoli commentati si applicano anche al contratto di cointeressenza agli utili di una impresa senza partecipazione alle perdite, e al contratto con il quale un contraente attribuisce la partecipazione agli utili e alle perdite della sua impresa, senza il corrispettivo di un determinato apporto. Per le partecipazioni agli utili attribuite ai prestatori di lavoro resta salva la disposizione dell’articolo 2102, cioè utili netti e risultanti da bilancio se il soggetto vi è tenuto.
Si può dire che ora l’istituto è relegato ad altra funzione, quella di rappresentare un apporto con denaro o beni in natura in funzione di partecipare agli utili quale un ipotetico investimento alternativo. Quando poi l’apporto fosse lavorativo si può legittimamente ritenere possibile prestare attività realmente di lavoro autonomo inteso quale analogo a quello dell’imprenditore e non di chi non voglia rischi, ma certezze di risultato nell’ambito di una sostanziale subordinazione.
Il lavoro autonomo dovrà avere i tratti dell’autonomia di organizzazione e di svolgimento, al massimo seguendo gli indirizzi generali condivisi con l’associante, ma senza subordinazione, orario di lavoro e con remunerazione veramente ad utile, corrisposta a fine esercizio e in base all’andamento dell’impresa o dell’affare cui il contratto aderisce.
Il lavoro prestato dall’associato-imprenditore, in particolare se “piccolo”, si configura come un investimento o come una speculazione avente ad oggetto le proprie energie materiali anziché il denaro.
Con la limitazione di apporti di prestazioni lavorative a soggetti diversi dalla persona fisica si arriva ad ammettere lavori autonomi, ma non tutti.
La norma distingue sul piano formale (individuale o collettiva del soggetto) in luogo di averlo posto sul piano sostanziale del genere di lavoro, autonomo o subordinato; del resto il giudice non avrebbe difficoltà ad individuare la distinzione vista la copiosa giurisprudenza su questo piano che si è già formata.
A corollario aggiungiamo che un soggetto in mala fede possa pensare di aggirare la norma costituendo una Srl del tipo unipersonale, magari a capitale irrisorio, come ora è consentito, che non cadrebbe sotto i rigori della nuova formulazione; analogamente nel caso di più soggetti si potrebbe pensare ad una società in nome collettivo con la quale concludere un contratto di associazione in partecipazione.

(Visited 1 times, 10 visits today)