Categorie approfondimento: Fallimentare
30 Settembre 2008

L’assicurazione vita in caso di fallimento

Di cosa si tratta

E’ tale la frequenza con la quale ci viene posto il quesito delle sorti della polizza di assicurazione sulla vita nel caso di fallimento dell’assicurato che riteniamo di dare notorietà alla pronuncia della Cassazione a Sezioni Unite del 31 marzo 2008, n. 8271, che si può sintetizzare: “Non essendo, per la loro funzione previdenziale, acquisibili al fallimento le somme dovute al fallito in base al contratto di assicurazione sulla vita, non è conseguentemente legittimato il curatore ad agire nei confronti dell’assicuratore per ottenere il valore di riscatto della relativa polizza”.
Questa pronunzia era attesa perché non era affatto vero in precedenza che la risposta fosse certamente quella riportata, contrariamente a quanto detto e scritto in tante sedi anche da fonti autorevoli e con frequenza sostenuto dalle Compagnie di Assicurazione.
Per arrivare alla conclusione sintetizzata il percorso della Corte doveva passare dal dare atto che pronunzie di vario contenuto si erano succedute nel tempo e che allo stato si poteva dire esistente un contrasto di giurisprudenza.
Il tema si pone in relazione a due norme: l’art. 1923 cod. civ. e l’art. 46, n. 5) Legge Fall.; il primo afferma che le somme dovute dall’assicuratore al beneficiario non possono essere oggetto di azione esecutiva e il secondo afferma che non sono comprese nel fallimento le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.
I quesiti che si ponevano alla Corte erano se in caso di fallimento il contratto di assicurazione si sciolga e, se a seguito dello scioglimento, il curatore subentri nel contratto e quindi possa pretendere dall’assicurazione le somme.
Dopo un complesso argomentare la Corte ritiene di fare ricorso ad una chiave di interpretazione costituzionalmente orientata che ravvisa nel “valore della previdenza” che la norma è volta a tutelare e dalla dimensione evolutivamente assunta dallo strumento dell’assicurazione sulla vita quale forma di assicurazione privata maggiormente affine agli istituti di previdenza elaborati dalle assicurazioni sociali.
Andrebbe quindi respinta una interpretazione restrittiva dell’art. 1923 cod. civ., escludendo che la rete di protezione da azioni esecutive o cautelari si dissolva di fronte all’esecuzione concorsuale e che il bilanciamento degli opposti interessi non si risolva privilegiando quello dei creditori con forme di tutela ulteriori rispetto all’azione revocatoria ordinaria, che è espressamente già prevista al secondo comma dell’art. 1923 civ. civ., protesa a non consentire che quelle forme di impiego che abbiano altra funzione siano protette in caso di vicenda fallimentare.
Rientrando quindi tra le “cose” non comprese nel fallimento, consegue che il curatore non possa essere legittimato a pretendere le somme dall’assicuratore.
La sentenza sembra eccessiva nella sua portata anche se ricorda la revocatoria nelle sue due forme, ordinaria e fallimentare. Crediamo invece, anche in funzione della riforma fallimentare che ha modificato i presupporti per arrivare al fallimento, che il periodo di stipulazione della polizza e il soggetto che richiede il riscatto debbano essere elementi da valutare caso per caso.
Inoltre non può sfuggire che, se le norme fallimentari richiamate non sono state modificate, il tenore dell’art. 72 Legge fall. fa ritenere che si vada a versare in una ipotesi di sospensione del contratto di assicurazione con conseguente scelta del curatore se proseguirlo (e non si saprebbe il motivo) od esercitare l’opzione per l’esercizio del riscatto al fine di incrementare la massa fallimentare.
È nostra sensazione, anche se la pronunzia è stata adottata a Sezioni Unite, che il contrasto non sia risolto e che altro vada ancora detto sui “distinguo” necessari in relazione a come si sia pervenuti al contratto e quale sia il reale fine perseguito, altrimenti privilegiando alcune forme di “risparmio”.

(Visited 25 times, 38 visits today)