Categorie approfondimento: Credito e banche
15 Maggio 2014

Ancora sullo ius variandi nei contratti bancari

Di cosa si tratta

Il Collegio dell’ABF (Arbitro Bancario Finanziario) è tornato con la decisione n. 138 del 13 gennaio 2014 a pronunciarsi sui limiti e forme dell’esercizio del c.d. ius variandi nei contratti bancari.
La situazione nel caso consisteva nell’ottenimento dalla banca da parte di un cliente un fido da utilizzare come scoperto di conto corrente fino all’importo di un massimo, che sarebbe stato garantito dal pegno di una somma, depositata su un altro conto corrente presso la stessa banca; sarebbe stato convenuto che sulla somma utilizzata il ricorrente avrebbe corrisposto gli interessi debitori al tasso annuale del 7% e una commissione trimestrale dello 0,25%; la banca non gli avrebbe mai consegnato il contratto e nei primi giorni del 2013, avendo ricevuto dalla banca il documento di sintesi di fine anno, il ricorrente avrebbe appreso che il tasso degli interessi debitori sarebbe stato del 14% e le commissioni trimestrali sarebbero state dello 0,50%; la banca resistente gli avrebbe riaccreditato una piccola somma, come risulterebbe dall’estratto conto poi inviato.
Il ricorrente ha chiesto che la banca resistente fosse condannata a ripristinare le condizioni di contratto convenute, a decorrere dal 29 ottobre 2012, e fosse condannata a restituirgli le somme addebitate in eccesso sul conto corrente; inoltre chiedeva la condanna a inviargli una copia del contratto di affidamento contenente le clausole e le condizioni che lo disciplinano.
La banca ha resistito, affermando che: già avrebbe rilasciato al ricorrente il documento di sintesi, nel quale sarebbe riportato un «Tasso debitore annuo sulle somme utilizzate» del 9,50% e sarebbero previste «Commissioni sugli affidamenti» nella misura dello 0,50%; successivamente mediante il documento di sintesi al quale il ricorrente ha fatto espressamente riferimento, gli sarebbe stato comunicato che il «Tasso debitore annuo sulle somme utilizzate» sarebbe variato dal 9,50% al 14%; a seguito delle contestazioni del ricorrente, il direttore della filiale competente avrebbe deciso di stornare dagli addebiti sul conto corrente del ricorrente la piccola somma, tenuto conto che, sebbene la banca resistente avesse il diritto di modificare unilateralmente il contenuto del contratto, la variazione sarebbe avvenuta nelle immediatezze della concessione del fido; sarebbe stato chiarito al ricorrente che tale concessione bonaria non avrebbe precluso per il futuro l’applicazione delle nuove condizioni contrattuali che gli erano state comunicate con il documento di sintesi.
La banca affermava che sarebbe stata osservata la massima trasparenza delle condizioni economiche applicabili al contratto, sia nella fase genetica della sua stipulazione, che in quella della sua esecuzione; posto che il documento di sintesi consegnato al ricorrente al momento della stipulazione del contratto avrebbe preveduto un tasso annuale degli interessi debitori del 9,5%, egli avrebbe beneficiato di condizioni economiche più vantaggiose, posto che dal 20 febbraio 2013 gli sarebbe stato applicato il tasso del 9%.
L’Arbitro dichiarava cessata la materia del contendere per quanto riguarda l’esibizione da parte della banca resistente di una copia del contratto di apertura di credito contenente le clausole e le condizioni applicabili. Alle controdeduzioni era stata allegata una copia del documento di sintesi datato 29 ottobre 2012 e sottoscritto dal ricorrente, nel quale erano analiticamente riportate le clausole e le condizioni applicabili al rapporto contrattuale.
In diritto l’Arbitro richiamava che ai sensi dell’art. 118, 1° comma, t.u.b., la clausola dei contratti a tempo indeterminato che attribuisca a una banca il diritto di modificare unilateralmente le condizioni applicabili deve essere specificamente approvata dal cliente. Nel giudizio non era stato depositato dalla banca alcun documento contrattuale nel quale il ricorrente avesse approvato una clausola del genere.
Sebbene il rilievo fosse assorbente il giudicante rilevava che la banca non aveva neppure allegato, e tanto meno provato di aver comunicato al ricorrente il giustificato motivo che è richiesto dall’art. 118, 1° co., t.u.b. per l’esercizio del ius variandi, e neppure di aver rispettato il procedimento negoziale che è prescritto dall’art. 118, 2° comma, t.u.b., che richiede l’invio di una comunicazione contenente con caratteri evidenziati la formula «Proposta di modifica unilaterale del contratto», con preavviso minimo di due mesi, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente. Ne consegue che, ai sensi dell’art. 118, 3° comma, t.u.b., le variazioni contrattuali unilateralmente decise dalla banca resistente sono inefficaci, se sfavorevoli al ricorrente.
L’Arbitro ordinava alla banca di effettuare i conteggi necessari al fine di determinare l’ammontare degli interessi corrispettivi e delle commissioni trimestrali che il ricorrente avrebbe dovuto pagare in base alle condizioni riportate nel documento di sintesi datato 29 ottobre 2012 e sottoscritto dal ricorrente, condannandola a restituirgli l’eventuale differenza che gli fosse stata a tale titolo addebitata sul conto corrente.

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