Categorie approfondimento: Societario
4 Maggio 2011

Ancora in materia di cancellazione ed estinzione delle società

Di cosa si tratta

In un precedente articolo (“L’estinzione delle società conseguente alla cancellazione: gli effetti”) si erano commentate le sentenze a Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenze nn. 4060, 4061 e 4062 del 22/2/2010) che avevano fatto il punto sul tema della cancellazione delle società e i suoi effetti, sia per quanto concerne le società di capitali sia le società di persone.
In sintesi, il principio che emerge da tali pronunce è che la cancellazione dal registro delle imprese determina l’estinzione delle società. Questo principio “cancellazione = estinzione” si applica alle situazioni successive all’entrata in vigore della riforma e, quindi, alle cancellazioni successive al 1° gennaio 2004.
Alle sentenze della Suprema Corte hanno fatto seguito varie pronunce delle corti di merito, alcune interessanti e anche singolari per i risvolti sostanziali e processuali che ne derivano.
Il Tribunale di Prato (sentenza del 18/11/2010) ha trattato la vicenda di una persona che aveva proposto un ricorso nei confronti di una società per veder riconosciuta la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, chiedendo la condanna al pagamento delle spettanze che ne derivavano. Introdotto il giudizio nel settembre 2005, nell’aprile 2007 la società veniva cancellata dal registro delle imprese; resa nota la circostanza all’udienza successiva, il processo veniva dichiarato interrotto.
A questo punto, il ricorrente riassumeva il processo nei confronti degli ex soci e del liquidatore della società cancellata, svolgendo nei loro confronti le medesime domande già formulate nel ricorso introduttivo.
Il giudice, in primo luogo, estrometteva dal giudizio gli ex soci; infine, respingeva il ricorso nei confronti del liquidatore, affermando che “l’azione nei confronti del liquidatore presuppone il mancato pagamento dei debiti sociali e l’imputabilità di tale evento alla condotta colposa del liquidatore”; ha poi specificato che si tratta di una responsabilità aquiliana di natura extracontrattuale ed è un’azione autonoma rispetto a quella esperibile nei confronti dei soci.
Da queste affermazioni deriva che, dal punto di vista processuale, l’azione non poteva essere introdotta attraverso la riassunzione del processo già interrotto nei confronti della società, in quanto non sussiste alcuna successione del liquidatore nel rapporto originariamente dedotto in giudizio. Tradotto: il ricorrente avrebbe dovuto proporre un’azione nuova e diretta nei confronti del liquidatore e non “continuare” nei suoi confronti la causa già introdotta contro la società, poi cancellata e quindi estinta.
Ma al di là di questi aspetti tecnico processuali, ciò che colpisce maggiormente nella sentenza del Tribunale di Prato è l’affermazione successiva, che è di sostanza: dice infatti il giudice che nel caso di specie “non è neppure allegato che vi fosse o che potesse essere recuperato un attivo con cui pagare il debito sociale”.
In sostanza, quello che sembra voler dire il giudice è che il ricorrente avrebbe dovuto dimostrare in giudizio il fatto che sussistesse almeno la possibilità di recuperare un attivo alla liquidazione per poter pagare il debito che si sarebbe potuto generare per effetto dell’accoglimento della domanda.
Se è questo il senso dell’affermazione, risulterebbe davvero sconcertante.
Da un lato, infatti, è un’affermazione contraddittoria con il principio in precedenza affermato, per cui l’azione nei confronti del liquidatore è diversa e autonoma rispetto a quella nei confronti della società. Se questo principio è valido – come si ritiene – allora non aveva senso sindacare il fatto se fosse o meno possibile recuperare un attivo alla liquidazione della società estinta: l’azione è diretta nei confronti del liquidatore ed egli risponderà eventualmente con il suo patrimonio, non con ipotetici assets della società, che è estinta.
Dall’altro lato, l’affermazione non è coerente con i principi stessi dell’ordinamento, non essendo in alcun modo condizionata l’azione in giudizio alla valutazione prognostica sulla concreta soddisfazione dell’azione fatta valere. Cioè, per iniziare una causa, ad esempio di risarcimento, non è previsto che si debbano allegare prove per dimostrare l’esistenza di un “attivo” della controparte su cui, in caso di vittoria, potersi soddisfare. Starà semmai alla scelta di chi intende agire la valutazione in merito alla utilità concreta di un’azione quando si sa che le speranze di recupero del dovuto sono ridotte o addirittura nulle; ma questa valutazione non può tradursi in un onere di prova per decidere o meno l’ammissibilità della doman
Di fatto, il Tribunale di Prato ha dichiarato inammissibile “per le ragioni esposte” il ricorso in riassunzione svolto nei confronti del liquidatore della società cancellata e quindi estinta. Se la ragione fosse quella tecnico processuale, la decisione potrebbe essere condivisa; non è così se si considera anche la seconda “ragione” di natura sostanziale, relativa alla dimostrazione dell’esistenza di un attivo con cui eventualmente essere pagati.

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