Categorie approfondimento: Credito e banche
21 Marzo 2004

Anatocismo vietato e tutela concreta del correntista

Di cosa si tratta

Anatocismo è la produzione di interessi anche su quella parte di capitale che si è composta da ultimo e cioé dall’utilità che viene prodotta del capitale stesso; viene comunemente sintetizzata dall’espressione di “interessi su interessi”.
Sono già passati anni dal cambiamento di giurisprudenza, che ha affermato che l’anatocismo è vietato, senza però che siano finite le concrete conseguenze su diversi piani dell’affermazione della sua illiceità. Crediamo utile tornare ancora sul punto per ribadire quale sia il quadro nel quale si inserisce l’affermazione di questa illiceità.
Le due sentenze della Cassazione, che hanno realizzato il cambiamento della giurisprudenza precedente, sono la n. 2374 del 1999 e n. 3096 del 1999; queste hanno affermato in sostanza che l’applicazione dell’interesse passivo trimestrale, operato dalle banche, non fosse lecito in quanto aveva a fondamento un uso meramente negoziale e non una consuetudine normativa; la clausola quindi sarebbe nulla perché prevista esclusivamente da una convenzione, anteriore alla loro scadenza.
Quanto affermato è stato esplicipatamente esteso da altra pronuncia, la n. 2593 del 20 febbraio 2003, al tema del mutuo bancario, al quale si deve applicare l’art. 1283 cod. civ..
Tentando una estrema sintesi, lo sviluppo dell’antocismo bancario potrebbe riassumersi in alcuni punti specifici:

  • consuetudine generalizzata al ricorso all’anatocismo, contrariamente alla regola stabilita dall’art. 1283 cod. Civ., che prevede: “in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi“;
  • avallo di tale comportamento da parte del giudice di legittimità;
  • le richiamate due sentenza, che cambiano questo indirizzo;
  • l’intervento legislativo del D. L.vo 4 agosto 1999, n. 342, che, all’art. 25, 3° comma, operava una sanatoria per il passato della capitalizzazione trimestrale;
  • la pronunzia dell Corte Costituzionale (sentenza 17 ottobre 2000, n. 425), che ha confermato l’orientamento nuovo giurisprudenziale, dichiarando l’illegittimità della norma adottata per sanare il passato;
  • provvedimento del CICR del 22 aprile 2000, la cui delibera ha affermato che, nell’ambito del rapporto di conto corrente bancario, gli interessi vengano conteggiati con la stessa periodicità anche sui saldi attivi, senza per questo affermare che fosse illecito il trattamento trimestrale sui saldi negativi.

Se questo è il percorso più recente dell’istituto e gli importanti interventi recenti sul tema, ancora vi sono giudici di merito (Tribunali e Corti d’Appello) che disattendono l’indirizzo della Cassazione, dando ancora attualità al tema; questa attualità viene anche data dal fatto che l’adeguamento da parte delle banche alla delibera CICR richiamata ha in fatto comportato la sensazione del medesimo effetto del passato e che cioé nulla fosse mutato (il che invece non è dal momento che viene operato l’adeguamento al trattamento della parte attiva come della passiva, riconoscendo così gli interessi che sono passivi per la banca), proseguendo le iniziative, talora collettive, di organizzazioni a tutela dei consumatori, che hanno continuato a sottoporre ai giudici i casi.
Il corollario, al quale vogliamo arrivare come chiarimento, consiste nel fatto che queste organizzazioni dei consumatori continuano a richiedere anche la condanna delle banche alla restituzione degli interessi per la parte pregressa a favore dei correntisti.
Le norme in proposito però non legittimano anche questa conclusione: la tutela collettiva non può pervenire al risultato di ristorare in concreto il singolo consumatore la cui azione è stata promossa dall’associazione di appartenenza.
La domanda della condanna in concreto compete al solo danneggiato in via diretta e questo è il risultato di una normativa che si può considerare imperfetta oppure che non aveva negli obiettivi il voler consentire che questa azione in concreto venisse svolta dall’associazione. La tutela degli interessi in sostituzione di altri è infatti un’eccezione e, se una disposizione normativa espressa non lo consente, non può essere ammessa. Manca poi un legame espresso tra il giudicato in termini generali sulla condotta di una banca che abbia usato l’anatocismo vietato e la posizione di quei soggetti che poi vogliano intraprendere un’azione in concreto per la ripetizione delle somme che ritengono a loro dovute nella vigenza dell’anatocismo non ammesso.

In sintesi

Se anche l’anatocismo è vietato dall’art. 1283 cod. civ., il ricorso ad esso è corretto se si riconosca in un rapporto continuativo che, quando gli interessi si producono trimestralmente sul capitale passivo, analogamente avvenga quando gli interessi vanno riconociuti dalla banca sui depositi attivi.
Per l’anatocismo illecito, che è stato applicato in passato, il riconoscimento del diritto ad avere in concreto la restituzione delle maggiori somme versate come interessi passivi non può venire riconosciuto al singolo correntista da un’azione svolta da una associazione dei consumatori in quanto è legittimato a questa azione solo il singolo correntista.

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